Fca, Marchionne ed Elkann in contrasto sul futuro

Francesco Pacifico
07/03/2018

Il nipote dell'avvocato vorrebbe vendere a Geely, ma il manager si oppone: offerta troppo bassa. Divergenze anche sulla nomina del prossimo amministratore delegato del Gruppo.

Fca, Marchionne ed Elkann in contrasto sul futuro

A Montmeló Sebastian Vettel ha fatto volare la SF71-H nei 168 giri delle prove invernali. Il tutto per la gioia di Sergio Marchionne, che ha scommesso il suo passato e il suo futuro sulla vittoria della Ferrari al prossimo Mondiale. In pubblico, come ha fatto incontrando la stampa al Salone di Ginevra, l'amministratore delegato di Fiat Chrysler dice che ci sono «il 51% di possibilità». Ma in privato sa bene che restituire la pariglia alla Mercedes gli permetterebbe di ridisegnarsi un futuro a Torino, dove i rapporti con il suo azionista (gli Agnelli) sono sempre più difficili.

NESSUN NUOVO MODELLO ALL'ORIZZONTE. Anche nelle ultime ore il manager italocanadese ha confermato che lascerà il Lingotto a gennaio 2019. Ma prima vanno realizzate alcune operazioni. Intanto presentare un piano industriale che tranquillizzi i mercati e disegni il rilancio di Fca che al momento non ha nuovi modelli all'orizzonte.

PALMER, ALTAVILLA O MALNEY PER IL DOPO. Poi c'è la successione al vertice: Marchionne guarda a Richard Palmer, gli Elkann ad Alfredo Altavilla e Mike Manley. Resta in sospeso l'ingresso di un nuovo partner o di un nuovo proprietario, visto che gli attuali padroni hanno deciso da tempo di volersi trasformare da industriali a finanzieri. E su tutti questi versanti sarebbero sempre più ampie le divergenze tra Marchionne e John Elkann.

Nelle ultime settimane le maggiori tensioni avrebbero riguardato proprio il capitolo M&A (Mergers and acquisitions). Automotive news ha dato notizia che i cinesi di Geely – azionisti di controllo di Volvo e da poco nel capitale di Daimler Mercedes – avrebbero fatto una pesante offerta a Elkann per comprare il gruppo: c'è chi parla di 22 miliardi euro, chi di 25.

RAFFORZATA L'IPOTESI DI UN POLO DEL LUSSO. Rumor dicono che il nipote dell'avvocato fosse d'accordo, Marchionne invece no: secondo lui il prezzo sarebbe stato troppo basso e poi avrebbe rifiutato anche per mantenere fuori dal deal Maserati e Alfa, rafforzando l'ipotesi da tempo in circolazione che il manager guardi alla creazione di un polo del lusso, magari integrandolo con Ferrari.

Elkann non avrebbe riposto la speranze di cedere ai cinesi – Reuters ha scritto che potrebbe esserci presto un altro incontro con il ceo di Geely Li Shufu – mentre Marchionne sembrerebbe meno possibilista su questo versante. A Ginevra, a chi gli chiedeva delle notizie su Aston Martin, ha risposto «che ora non è il momento per le alleanze, siamo troppo occupati, dobbiamo finire quanto iniziato, siamo concentrati sugli obiettivi 2020».

«INVESTITORI CINESI? RESTIAMO APERTI». Subito dopo però ha sottolineato che se ne potrà riparlare quando il mercato «riconoscerà il valore di quanto compiuto», quindi non ha chiuso la porta forse proprio per non acuire i conflitti con la sua proprietà. Fiat Chrysler, ha concluso, «non ha particolarmente bisogno di investitori cinesi, ma restiamo aperti».

SPERANZA DI PLUSVALENZE FACILI. Marchionne lo aveva promesso agli Agnelli-Elkann. Lo stesso impegno, anche se implicitamente, sarebbe stato preso con il mercato, che negli ultimi mesi ha sempre mostrato interesse verso il gruppo italoamericano, nella speranza di plusvalenze facili in fase di cessione. E il manager, pur continuando a sperare in un matrimonio con una delle altre case di Detroit anche per ottenere il via libera della Casa Bianca di Trump, ha bussato a tutte le porte, e in tutti i continenti, senza mai ottenere l'attenzione meritata. Così non resta che guardare al futuro.

Innanzitutto con il piano che sarà presentato il primo giugno. Da Ginevra il ceo ha offerto soltanto pochi elementi di una piattaforma che dovrebbe chiarire quali saranno i futuri modelli (al momento Fiat non ne ha di nuovi se si fa eccezione delle rivedute versioni di Jeep), gli investimenti necessari per rimettere in carreggiata il gruppo sulle nuove motorizzazioni (Torino, quasi in solitaria, aveva puntato tutto sul metano) con l'elettrificazione in testa e l'ibrido da parte di Ferrari, le modalità per azzerare il debito, che vadano ben oltre lo spin off di Magneti Marelli.

USCITA DAL DIESEL, MA PROGRESSIVA. Su questo versante pochissime le certezze: Jeep sarà il marchio leader, l'uscita dal diesel sarà progressiva (un abbandono secco dal 2022 avrebbe scatenato le ire dei concessionari, dei sindacati e degli stessi Elkann), dovrebbe essere mantenuto anche lo stabilimento di Pomigliano così come resteranno in Italia le produzioni di Maserati e Alfa Romeo.

SPIN OFF DI MAGNETI MARELLI. Per quanto riguarda i nuovi modelli, si sa che sono attesi un Suv di alta gamma del Biscione e uno medio della casa del Tridente, mentre Marchionne ha confermato che presto arriverà anche un Suv Ferrari. Rispetto al passato, poi, Marchionne dovrebbe essere più cauto sul numero delle auto da produrre, anche se con il rafforzamento di Jeep si salirà sopra i cinque milioni di vetture immatricolate. Non definito ancora lo schema dello spin off Magneti Marelli, che potrebbe aiutare il gruppo ad azzerare il debito, anche se gli azionisti sono divisi sul ruolo da mantenere.

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Come detto, su tutti questi fronti c'è una dialettica molto accesa tra il capo azienda e i suoi datori di lavoro. In quest'ottica è decisivo anche comprendere quale sarà il futuro ruolo di Marchionne a Torino. Fino a qualche mese fa si diceva che mai gli Elkann si sarebbero privati di un manager dalle comprovate capacità finanziare per esempio in Exor. Parallelamente, si sono moltiplicati i rumor sull'interesse del Ceo a restare nel settore, non soltanto mantenendo la presidenza di Ferrari.

UN SUCCESSO FERRARI RILANCEREBBE IL SUO PESO. Ora i rapporti tra Marchionne e Elkann sono cambiati. Con l'entourage del nipote dell'avvocato convinto che l'ad, nonostante le smentite, voglia restare al suo posto come ha fatto Carlos Ghosn in Renault-Nissan. Ipotesi che non dispiacerebbe al mercato. In quest'ottica un successo della Ferrari in Formula uno a fine anno rilancerebbe il peso del manager anche nella scelta del suo successore. Come detto, lui punta tutto sul suo Cfo, Richard Palmer, uno dei pochi con i quali il capo supremo si mostra difficilmente ruvido. Gli Elkann, invece, sarebbero più sensibili a dare fiducia ad Alfredo Altavilla, numero uno di Fca Emea e Mike Manley, potentissimo capo di Jeep.