I danni dell’eventismo, ossia il proliferare di festival e convention (inutili)

Giorgio Triani
04/02/2024

Nel 2022 sono stati organizzati 1.500 eventi culturali in Italia: una media di quattro al giorno. Congressi, fiere, saloni, premi: spesso è più che altro un alibi per dedicarsi anima e corpo al cibo e al vino. Almeno stimolano il turismo e creano valore aggiunto all'economia. Ma portano problemi alla qualità della vita urbana. E promuovono una cultura consumista e passiva.

I danni dell’eventismo, ossia il proliferare di festival e convention (inutili)

Morire di eventi. Magari nel corso degli ultimi due festival che si potrebbero ancora organizzare, visto che non c’è tema o argomento che non sia già stato “festivalizzato”. Il Festival dell’aria fritta e il Festival del buco o del niente. Nel primo letterati, filosofi e psicologi da talk show, con in testa i nostri politici, nelle piazze storiche della città organizzatrice avrebbero una friggitrice, una padella e un ventilatore anziché un palco e un microfono. Il Festival del buco o del niente sarebbe invece il festival che pone fine a tutti festival. L’annuncio di un programma mirabolante si risolverebbe infatti in niente. Nel darla buca al pubblico. Ma c’è niente e niente. In attesa di fare qualcosa, aspettando qualcuno. Attendendo che sia il proprio turno: sono alcuni dei tanti momenti in cui si fa niente. E questo fare niente, che sembra un ossimoro, è il tema di una raccolta di saggi veramente sorprendente. Perché nessuno di noi pensa che fare niente sia comunque fare qualcosa. Ecco dunque che diventa molto stimolante interrogarsi sui modi con i quali rendere il “tempo morto” delle attese un tempo fertile e produttivo. La raccolta di saggi In the meantime. Toward an anthropology of the possible curata da Adeline Masquelier e Deborah Durham (Berghahn Books), che riflette su come e quando si è impegnati a fare niente, potrebbe infatti, per riprendere il discorso iniziale, dare una seria giustificazione culturale al Festival del buco o del niente.

I festival danno quel tocco glam al weekend o alla vacanza breve

Ma al di là delle ironie e provocazioni, resta il fatto che nel 2022 sono stati organizzati 1.500 festival e la stima è per difetto. Quindi una media quattro festival al giorno, con le relative aggiunte di eventi più o meno simili quali saloni e fiere del libro, raduni artistici, premi letterari, conversazioni in piazza. Insomma una marea di chiacchiere, più o meno in libertà, che quasi sempre non si traducono in stimoli intellettuali nuovi ed elettrizzanti. Non tanto perché c’è una numerosa compagnia di giro di “intellettuali da festival” e “giornalisti da spiaggia” che si sposta a chiamata e con gettone. Ma perché esiste un sistema strutturato del marketing territoriale che è il “tourism festival”, per il quale la cultura e le chiacchiere sono utili per attrarre un pubblico al quale serve un alibi culturale per dedicarsi anima e corpo al cibo e al vino. Dando quel tocco glam al weekend o alla vacanza breve che serve per renderlo un tempo speso bene.

Il binomio turismo-cultura piegato alle logiche del business

Ovviamente se evochiamo il binomio turismo-cultura, i numeri economici e di pubblico assumono dimensioni industriali. Se pensiamo per esempio ai congressi che sono un altro luogo eletto di chiacchiere, le ironie soccombono senza scampo alle logiche di business. Secondo l’Oice (Osservatorio italiano dei congressi e degli eventi) «l’Italia nel 2022 si è posizionata come terza nazione a livello mondiale e seconda in quello europeo per il numero di congressi organizzati, caratterizzandosi così per un sistema congressuale che ha saputo attirare oltre 21 milioni di partecipanti e quasi 32 milioni di presenze complessive. Il turismo dei congressi è una delle leve strategiche tra le più efficienti e funzionali dell’industria turistica».

I danni dell'eventismo, ossia il proliferare di festival e convention (inutili)
In Italia proliferano i festival e gli eventi (Imagoeconomica).

Tutto cresce a ritmi elevati: al tempo della velocrazia chi rallenta è morto

Lo sviluppo di un’industria culturale dell’effimero, degli eventi a scadenza programmati si inserisce nel contesto di una società che è assediata dall’abbondanza. Dove tutto cresce a ritmi esponenziali, dunque non c’è più tempo, o molto poco, per progettare e anche per consumare. Al tempo della velocrazia chi rallenta è morto. Tant’è che tra le figure professionali nuove, che sembrano provenire da Marte, s’impone quella del Set designer, cioè l’ideatore di eventi e allestitore di “colpi di scena” che durano al massimo 10 minuti. Ma in modi meno fantasiosi avanzano altre nuove professioni quali organizzatori di eventi, event manager, manager culturale, organizzatore di convegni, che confermano l’esistenza di un mercato del lavoro ben avviato. Che nel nostro Paese ha visto crescere su base biennale «l’occupazione di tecnici dell’organizzazione di fiere, convegni ed eventi culturali del 41 per cento».

Il Conference manager è la figura essenziale per la gestione dei webinar

Ma il segno più forte, connotante la contemporaneità, è il Conference manager, una figura ritenuta essenziale per la migliore gestione dei webinar. Che con la pandemia sono diventati strumenti generalizzati di lavoro ma anche di tempo libero buoni per tutti gli usi. Con Zoom e soprattutto Facebook l’eventismo ha ricevuto una spinta formidabile e fatale. Sul social più popolare la categoria Eventi è una delle sezioni più trafficate.

I danni dell'eventismo, ossia il proliferare di festival e convention (inutili)
Nel nostro Paese vengono organizzati 1.500 eventi culturali l’anno (Imagoeconomica).

Gli eventi danno un valore aggiunto pari a 95,5 miliardi di euro

Ma rimbalzando di nuovo sui numeri e sugli aspetti strutturali, l’eventismo è una componente importante dell’industria culturale che nel 2022 ha generato in Italia complessivamente un valore aggiunto pari a 95,5 miliardi di euro, in aumento del 6,8 per cento rispetto all’anno precedente e del 4,4 per cento rispetto al 2019. L’intera filiera dà lavoro a 1 milione 490 mila 738 persone. E nella filiera operano 275.318 imprese e 37.668 organizzazioni non-profit che si occupano di cultura e creatività. Questi sono i numeri contenuti nel rapporto “Io sono cultura” realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere.

Si promuove un tipo di cultura consumista, spettacolare, sostanzialmente passiva

Ma aggiunto che le attività culturali e di creatività, direttamente e indirettamente, generano valore aggiunto per circa 271,9 miliardi di euro (il 15,9 per cento dell’economia nazionale), si devono sottolineare le due più forti criticità che la cultura prêt-à-porter produce sulla cultura intesa come crescita personale e spirito autocritico; e sulla qualità della vita urbana per la popolazione residente più coinvolta dall’eventismo. Nel primo caso si impone un tipo di cultura consumista, spettacolare, sostanzialmente passiva. Festivaliera, appunto, da turisti. Nel secondo caso la cultura – evento o snack culture – generatrice delle folle festivaliere che invadono le città e i luoghi d’arte, contribuisce alla gentrificazione dei centri storici, alla scomparsa degli abitanti stanziali e dei negozi di vicinato, alla moltiplicazione delle “mangiatoie”. Ma l’effetto forse più sconvolgente e che al gran movimento e al tutto esaurito della tre giorni di convention o della “settimana del…” fa seguito quasi sempre un silenzio quasi irreale. Perché l’onda turistica si è completamente ritirata. Restano solo i segni, i resti del suo passaggio. Dove c’erano tante Disneyland ora c’è il deserto. Che però in quanto luogo estremo e ultimo diventa il posto ideale per l’atto festivaliero conclusivo dal quale siamo partiti. Il Festival del buco. Ossia «la cultura è quel che rimane quando non si sa far niente» (Françoise Sagan).