Fico e Casellati, rimandati in politica estera

Armando Sanguini
27/03/2018

Il presidente della Camera esibisce una visione angusta delle sfide globali. Quella del Senato va meglio, ma si lascia andare un po' troppo al patriottismo.

Fico e Casellati, rimandati in politica estera

Ho registrato con sollievo e soddisfazione i tempi nei quali le forze parlamentari sono riuscite a trovare il compromesso che ha consentito la nomina dei presidenti del Senato e della Camera dei deputati. Intanto perché ha fatto premio l’esigenza di dare al Paese una tempestiva operatività da perfezionare adesso con le altre nomine di secondo livello (vicepresidenze, copasir, vigilanza Rai, eccetera) e offrire al mondo al mondo un’immagine meno ingovernabile di quanto temuto. E poi perché si è affermato il valore del “compromesso” e si è cancellato l’offensivo e adolescenziale riferimento allo “inciucio” da parte dei partiti che più ne avevano fatto uso ed abuso fino a ieri. Lo ha ritirato fuori il maggior partito perdente. Pazienza. E pazienza pure per la cura, condita spesso con l’acido di chi ha fatto fortuna dileggiando il prossimo quando diverso da se stesso/a, richiamandone ora il modesto curriculum e la distanza politica dal nuovo corso del suo proprio partito (Movimento 5 stelle), ora i passati, censurabili ossequi normativi al proprio capo (Forza Italia) Mi è parso e mi pare più utile soffermarmi sul contenuto dei discorsi – manifesti programmatici – dei due nuovi presidenti.

FICO SI FERMA ALL'INCIPIT. Il discorso del presidente della Camera dei deputati Roberto Fico è stata una dichiarazione vibrante di tensione, politica e morale assieme, che ha preso le mosse dai valori costituzionali, dalla fondamentale importanza del bene collettivo e dalla valorizzazione della sovranità popolare, passando attraverso la centralità del parlamento, «determinante per affrontare non soltanto le sfide interne, ma anche per dare nuovo valore all’idea stessa di Europa e affrontare le grandi sfide globali della nostra epoca». Un incipit percuotente e tale da costituire la premessa per l’annuncio di una visione politica e concettuale di ampio respiro, di un orizzonte largo cui tendere sul piano nazionale e a livello internazionale. Così non è stato giacchè il seguito del discorso è stato progressivamente risucchiato da una preoccupazione meritevole di attenzione, certo, ma ritagliata su un canovaccio da scuola di partito rifondazionale, quella di sottolineare due obiettivi di fondo: contrastare «l’abuso di strumenti che dovrebbero essere residuali» nel rapporto tra potere legislativo e potere esecutivo; difendere il parlamento da quanti cercassero di influenzarne i tempi e le scelte dei suoi lavori per il proprio vantaggio personale.

UN RICHIAMO ALL'EUROPA NON BASTA. Propositi virtuosi di cui ci si dovrà ricordare così come sarà bene prendere nota dell’annunciata, ammirevole determinazione a non consentire scorciatoie o forzature del dibattito; e ciò anche nel più ampio contesto della «richiesta di cambiamento espressa attraverso il voto del 4 marzo scorso», ha voluto precisare Il presidente Fico sulla scia di una linea concettuale e politica condivisibile ma non proprio neutrale; come neutrale non è stato il riferimento al fatto che «le istituzioni sono assolutamente tenute a farsi carico della richiesta di cambiamento, se non vogliono diventare vuote e inaridirsi». Per non dire del «superamento dei privilegi» e del «taglio ai costi della politica», «uno dei principali obiettivi di questa legislatura», ha dichiarato. Mi è piaciuta, e molto, l’immagine del «parlamento come istituzione pensante, come istituzione […] capace di esprimere una visione di Paese». Peccato che in questa visione di Paese del nuovo presidente della Camera sia mancato qualsivoglia riferimento alla collocazione, alla visione dell’Italia nel mondo: anche questo è fare del parlamento una istituzione pensante. E non mi si dica che è stato più che sufficiente il richiamo all’esigenza di dare nuovo valore all’idea stessa di Europa e di affrontare le grandi sfide globali: è stato in realtà troppo poco e ne è emersa una visione angusta, di un Paese reclinato su se stesso.

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Il discorso della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati è stato molto diverso. Declinato al femminile com’era in fondo giustificato, non ha avuto impronta femminista. «La scelta che avete compiuto», ha detto, «rappresenta per me un onore e una responsabilità che sento doveroso condividere con […] le donne che hanno costruito l’Italia di oggi». Ho trovato molto pertinente ed equilibrato il riferimento a un Senato che riflette, in questa legislatura che dal 24 marzo ha mosso i primi passi, i «cambiamenti profondi di un quadro politico per molti versi inedito, frutto di una precisa volontà del popolo cui spetta – nelle forme e nei limiti costituzionali – la sovranità». Ancor più l’impegno ad «assolvere questo prestigioso ruolo con disciplina e onore» , cercando ogni giorno di mettere in pratica quei valori che la nostra Carta costituzionale ha posto alla base della vita delle istituzioni repubblicane. Molto apprezzabile il riferimento al «27,1% di italiani che non hanno votato […], una sconfitta per una democrazia parlamentare» così come all’esigenza che in Senato si affermi il «rispetto reciproco delle forze politiche nel solco delle regole comuni».

UN MESSAGGIO PER GLI EROI CIVILI. Doveroso il richiamo alla necessità che la politica sappia dare «risposte concrete, con le azioni, l’esempio, i risultati» alle sfide poste dal processo di globalizzazione e dalla crisi che ne ha avvelenato le ripercussioni in termini sociali ed economici, con nuove marginalizzazioni, a partire dal lavoro. «Sono troppi gli italiani che non hanno un’occupazione, soprattutto tra i giovani, in particolare nel Mezzogiorno». Lo sguardo del presidente del Senato si è rivolto anche allo scenario internazionale, non solo per ricordare le pesanti ricadute della crisi che ha investito l’Italia in questi ultimi 10 anni ma anche per sottolineare il ruolo che compete al nostro Paese, a cominciare dall’Unione europea che deve vedere il nostro Paese impegnato in prima fila a tracciarne la rotta, a fianco dei cittadini, attenta alla loro vita reale e non solo ai mercati; tenendo conto dell’emergenza rappresentata dal fenomeno migratorio. Mi è sembrato significativo il riconoscimento rivolto «alle politiche di cooperazione, alle missioni internazionali in cui i nostri uomini e le nostre donne in divisa hanno saputo, in ogni continente, portare umanità, professionalità, aiuto». Così come «ai tanti, troppi, magistrati e agli eroi civili che hanno sacrificato la loro vita per la difesa della legalità»

QUALCHE ECCESSO DI RETORICA. Insomma, un discorso ampio e suggestivo, con qualche retorica di troppo, nel quale non è mancato neppure un cenno alle nostre ricchezze culturali, un messaggio positivamente rivolto al futuro. In tutto questo mi è parsa un po’ troppo patriottica l’affermazione che «sullo scacchiere internazionale l’Italia ha saputo ritagliarsi negli anni un ruolo di primo piano che ci viene unanimemente riconosciuto». Penso che non sia proprio così e che l’Italia abbia bisogno di fare assai di più e di meglio per guadagnarsi quel ruolo. Adesso vedremo Fico e Casellati all’opera e ne misureremo l’imparzialità e l’efficacia. Buon lavoro, presidenti.