M5s, Roberto Fico: da ortodosso a presidente della Camera

Redazione
24/03/2018

«Habemus Fico!». Beppe Grillo ha salutato così, con un tweet, l'elezione a presidente della Camera del deputato pentastellato. Il campano,...

M5s, Roberto Fico: da ortodosso a presidente della Camera

«Habemus Fico!». Beppe Grillo ha salutato così, con un tweet, l'elezione a presidente della Camera del deputato pentastellato. Il campano, già presidente della Commissione di Vigilanza Rai, era stato indicato fin da subito come il candidato del M5s per Montecitorio. Salvo poi cedere il passo, nelle trattative delle ultime ore, al fedelissimo di Di Maio Riccardo Fraccaro, inviso però, a quanto si apprende, alla Lega. Fico è così tornato a essere l'uomo di punta e ce l'ha fatta al quarto scrutinio con 422 voti.

LA (FINTA) RIVALITÀ CON DI MAIO. Fico è dipinto come il leader dell'ala ortodossa del M5s contrapposta a quella governista incarnata dal capo politico e Davide Casaleggio. Un duro e puro, insomma, ligio al regolamento e agli ideali movimentisti delle origini. Proprio con Di Maio Fico ha "duellato" a distanza in diverse occasioni. Resta alle cronache il gelo che divise i due a settembre 2017 dopo la nomina di Di Maio a candidato premier. Sul palco di Rimini a 5 stelle, che ospitò l'incoronazione del vice presidente della Camera, Fico non salì. Un mese prima, in agosto, dopo gli sgomberi dei migranti con gli idranti a Piazza Indipendenza a Roma, Fico era andato all'attacco: «Uno Stato così non mi rappresenta», disse. Mentre Di Maio si schierava in difesa di Virginia Raggi e dell'operato delle forze dell'ordine.

ROTTURE SEMPRE RICUCITE. Rotture, scintille che sono però state sempre ricucite. Almeno mediaticamente. Pur tenendo la posizione, Fico non ha mai rappresentato una vera alternativa alla gestione Di Maio. Eppure c'è chi fa notare come la sua promozione a terza carica dello Stato risponda in realtà alla strategia di azzoppare eventuali scatti di orgoglio del campano e della sua pur esigua truppa di eletti, secondo il principio Promeveatur ut amoveatur, promuovere per rimuovere.

I due big campani del resto hanno percorso strade diverse nel Movimento. Fico viene da Napoli. Qui il neo presidente della Camera è nato, cresciuto e si è fatto le ossa. Di Maio invece arriva dalla provincia, in quella Pomigliano D'Arco dove ha costruito il suo primo fortino elettorale. Solo così Di Maio è riuscito a emergere a livello nazionale e a essere notato da Gianroberto Casaleggio. Nel capoluogo, invece, sarebbe stato oscurato e forse cooptato dai cosiddetti talebani della prima ora.

STUDIO E LAVORI. Dei quali Roberto Fico era uno dei leader. Laureato a pieni voti in scienze della Comunicazione a Trieste, Fico non è mai stato con le mani in mano. «Ho conseguito un master in Knowledge management organizzato dai Politecnici di Palermo, Napoli e Milano», scrive il deputato nel suo cv, anche se non risulta esistere un master del genere nell'università milanese. «Mi sono occupato principalmente di comunicazione: a Genova per un tour operator; a Roma ho curato l’ufficio stampa e le relazioni esterne di una società di formazione aziendale. Ho, poi, lavorato come redattore per due anni nella sezione umanistica di una casa editrice napoletana. Sono stato impiegato per un anno in un call-center di un noto operatore telefonico. Sono quindi stato assunto come responsabile della comunicazione, degli eventi e della ristorazione di un grande albergo partenopeo. Dal 2009 ho deciso di lavorare in proprio, sviluppando progetti nel settore del turismo e del commercio».

E IL MEETUP DI MERGELLINA. Negli stessi anni però riusciva a coltivare la passione politica. Nel 2005 fondò il MeetUp Amici di Beppe Grillo in un pub di Mergellina. «Sono stati anni importanti», ha raccontato lui stesso, «che hanno contribuito a rafforzare la nostra consapevolezza. Le idee di comunità, di mutuo intervento, di responsabilità collettiva erano chiare già prima del Movimento».

CANDIDATO A QUALSIASI CARICA. Roberto Fico si è candidato quasi a ogni carica. Nel 2010 corse come frontman pentastellato per la presidenza della Regione: arrivò quarto con l'1,34% dei voti (nemmeno 40 mila). Non gli andò meglio l'anno successivo. Come candidato sindaco arrivò sesto con 6.641 voti dietro a Clemente Mastella. Alle Parlamentarie del 2012 fu uno dei più votati: ottenne 282 preferenze contro le 182 di Di Maio. Entrambi però furono eletti alle Politiche del 2013.

MAI ALLEANZE. EPPURE… Sfumò però la sua prima candidatura alla presidenza della Camera: in nessuno scrutinio ottenne più di 113 voti. Sono passati cinque anni e ora, grazie all'intesa col centrodestra, quella poltrona è sua. E dire che solo a gennaio 2018 dichiarava: «Garantisco che mai noi saremo alleati con la Lega anche dopo il voto, siamo geneticamente diversi». La genetica, almeno per le Camere, può aspettare.

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