Fidel Castro e la rivoluzione tradita di Cuba

Marco Todarello

Fidel Castro e la rivoluzione tradita di Cuba

27 Novembre 2016 08.00
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Ci sono due immagini che meglio di altre raccontano le due anime di Cuba, quel composito lascito di una rivoluzione pensata e condotta da Fidel Castro Ruz, che da giovane leader studentesco finì a guidare i destini del suo Paese e in alcuni momenti anche quelli del mondo intero. La prima immagine è quella di un bus pieno di scolari che va in panne e si ferma in una strada assolata della provincia di Holguín. Bambini e passanti provano in tutti i modi a farlo ripartire ma il bus non va, allora sono i contadini con i loro carretti trainati dai muli a offrire un passaggio agli scolari, ma anche qualcuno in bicicletta e un furgone sgangherato carico di farina. I bambini montano su, con le loro divise ben stirate, aprono i quaderni e ripassano la lezione perché il viaggio si è fatto lungo. La maestra a scuola aspetterà, che il tempo è galantuomo.

IL CONTROLLO CAPILLARE DELLA POLIZIA. L’altra immagine è quella di uno straniero che aspetta un gruppo di musicisti davanti all’ambasciata cinese, al centro de L’Avana. I musicisti tardano, lo straniero cammina qua e là per la via per provare a cercarli, a un certo punto spunta una volante della polizia che gli intima di salire in macchina. «Deve seguirci». «Perché?». «Perché sta stazionando qui da troppo tempo e non si può». «Ma è una strada pubblica…». E via, verso la centrale, su una volante con gli sportelli apribili solo dall’esterno. I poliziotti parlano alla radio: «Il sospetto è con noi, lo zaino è pulito». Alla centrale due ore di attesa senza possibilità di uscire, fino a quando compare il capitano che mentre sfoglia il passaporto chiede: «Che ci faceva fermo da mezz’ora in quella strada?». «Aspettavo degli amici». «Ok, può andare». Chi scrive è stato testimone del primo episodio e protagonista, suo malgrado, del secondo.

Cosa resta, oggi che Fidel Castro è passato a miglior vita, di quella Revolución del 1959 che in tutto il mondo ha incendiato i cuori di almeno quattro generazioni? Resta sicuramente un popolo più colto, più sano (Cuba è al 67esimo posto dell’Hdi, l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, quarto tra i Paesi dell’America Latina, mentre l’Italia è al 27esimo), con una coscienza storica e identitaria molto forte, ma anche privo di molte libertà e inscatolato in un cliché antico nel quale si riconosce solo in parte.

LO STATO LUCRA SULLE CASE. L’osservazione della vita quotidiana dei cubani è la migliore cartina di tornasole per individuare i successi e i fallimenti della Rivoluzione. A cominciare dalla casa, che per legge si eredita dai genitori o si costruisce su un terreno avuto in concessione dallo Stato. Si è proprietari solo sulla carta, ma di fatto si è usufruttuari a vita, perché chi la vuole vendere può darla solo allo Stato e al di sotto del prezzo di mercato. Un principio che in sé evoca l'anima più romantica del socialismo (la casa è tua ma non nel senso che puoi lucrare su di essa), ma la prospettiva di farci dei soldi, magari andando a vivere da un parente, è ghiotta: ci si accorda con il funzionario del Cdr (Comité de defensa de la revolución, che si occupa, oltre che di controllare la fedeltà al regime, anche di vigilare sugli immobili), lui prenderà una parte dei soldi e il gioco è fatto.

GIUSTIZIA E UGUAGLIANZA? UN'UTOPIA. Si chiama corruzione, e non esiste solo a Cuba. Peccato però che lì questo abbia contribuito nel tempo a creare disparità sociali che sono l’esatta antitesi dell’idea fondante Revolución: giustizia e uguaglianza per tutti, nei diritti, nei doveri e nelle possibilità di sviluppo. Ci sono molti cubani che non hanno mai mangiato pesce o che lo hanno assaggiato una manciata di volte nella vita. Una cosa che ha dell’incredibile, per chi vive su un’isola. Eppure questo accade perché la pesca privata è illegale, viene gestita dallo Stato che ne destina buona parte alle strutture turistiche. Tuttavia anche qui, come raccontò un ex funzionario della Marina militare, «se hai un amico o un parente al ministero della pesca ogni tanto puoi avere le tue aragoste, gratis o per pochi pesos».

I cubani non possono viaggiare all’estero se non alla fine di una trafila burocratica che prevede un invito ufficiale e il pagamento di tutte le spese

Spirito di adattamento, ingegnosità e caparbietà sono doti che hanno permesso al popolo cubano di non soccombere da quando, nel 1991, la fine delle sovvenzioni della moribonda Unione sovietica costrinse Fidel a reinventarsi un sistema economico aprendo l’isola al turismo di massa, che in breve divenne la prima risorsa del Paese. Ed è proprio con il turismo che si vedono facilmente le contraddizioni con il sogno socialista: chi lavora nel turismo maneggia i pesos convertibili (Cuc), la moneta forte tra le due in vigore sull’isola, e può permettersi una vita migliore degli altri, come ad esempio i gestori delle casas particulares. È emblematico il caso dei jineteros, giovani che preferiscono lasciare un lavoro statale da 20 euro al mese per dedicarsi a offrire servizi di vario tipo ai turisti e guadagnare — quando va bene — la stessa cifra in pochi giorni.

NELLE GRANDI CITTÀ DILAGA LA PROSTITUZIONE. Non è difficile intuire la distorsione di un sistema che costringe i lavoratori a voltare le spalle agli impieghi che dovrebbero costituire l’asse dell’economia nazionale per rivolgersi a quelli (come il turismo) direttamente collegati con l’ingresso di capitale straniero. Anche la prostituzione è figlia del turismo di massa, ed è un fatto che nei villaggi e nei luoghi non turistici le prostituite non esistano. Nelle remote province orientali, al soldo facile le donne cubane preferiscono la propria dignità.

CUBANI ANCORA CITTADINI DI SERIE B. In molti hotel i cubani non possono entrare, a meno che non siano dipendenti o sposati con un/una turista, non possono viaggiare all’estero se non alla fine di una lunga trafila burocratica che prevede un invito ufficiale di qualcuno, il pagamento di tutte le spese compreso il biglietto di andata e ritorno. Per sapere ciò che gli accade intorno devono affidarsi al passaparola, perché sui giornali e in tivù non ci sono notizie ma sermoni politici, geopolitici e di servizio, senza mai una voce di dissenso. E l’elenco potrebbe continuare.

Chissa cosa penserebbero della Cuba di oggi Ernesto “Che” Guevara e Camilo Cienfuegos, che insieme a Castro furono i padri della Revolución. Non lo sapremo mai, perché entrambi sono morti troppo presto. Noi sappiamo che la Rivoluzione in parte è stata tradita, in parte ha mantenuto le sue promesse, in parte continua a vivere come uno strano animale in evoluzione che Raul Castro e i vertici del Partito Comunista stanno provando ad aggiornare, mettendolo al passo coi tempi e con le sempre nuove sfide economiche che il governo si trova ad affrontare.

IL SISTEMA SANITARIO COME FIORE ALL'OCCHIELLO. Di certo non possiamo giudicare Fidel e la storia di Cuba con il filtro socio-antropologico di noi europei, perché finiremmo nella solita retorica che da sempre si è riversata sull’isola. Però come non dimentichiamo l’immagine di quel turista straniero fermato perché aspettava qualcuno su un marciapiede, e che poi dalla sala della centrale di polizia guardava la gigantografia del Che con rammarico, allo stesso tempo dobbiamo ricordare i corridoi dell’ospedale Materno Norte di Santiago de Cuba, con i suoi macchinari moderni ed efficienti e i medici tra i più preparati al mondo (chi scrive lo ha visitato).

QUALITÀ DELLA VITA SUPERIORE A GUATEMALA E COLOMBIA. E non dimenticare inoltre che la qualità della vita dei cubani è molto più alta di quella di molti suoi vicini, ad esempio in Guatemala o Colombia, dove bambini denutriti giocano vestiti di stracci nelle pozzanghere. Solidarietà, aiuto reciproco, capacità risolvere i problemi sono valori che forse hanno trovato un senso comune proprio in quella capanna sulla Sierra Maestra, dove tutto cominciò nel 1956. «Non sono eterno, è che a un certo punto uno si rende conto che tutto ciò che ha fatto ce l’ha alle spalle e che anche la vita ha i suoi limiti», disse Castro il giorno del 70esimo compleanno, con l’ironia che lo caratterizzava. In più occasioni disse che la Rivoluzione vive di vita propria, e che avrebbe visto la sua fine solo quando il popolo cubano lo avrebbe deciso. Di questa eredità enorme sarà appassionante vedere gli sviluppi.

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