La carica dei Fiftiers e la rassegnazione dei giovani

Giorgio Triani
26/11/2023

Mentre i 50enni organizzano il loro primo congresso a Madrid, la maggior parte degli adolescenti italiani si dichiara ansioso e percepisce il futuro come qualcosa di oscuro. Persino i nomi dei movimenti, da Ultima generazione a Extinction Rebellion, esprimono uno stato d'animo arrendevole. Possono anche cantarle forte ai 50enni, ma occorre unire alla sostenibilità la responsabilità. Insomma più lotta collettiva e meno TikTok.

La carica dei Fiftiers e la rassegnazione dei giovani

«La vita inizia a 50 anni». Un’affermazione consolatoria è diventata il grido di battaglia dei Fiftiers, associazione business oriented che terrà il suo primo congresso a Madrid il prossimo 25 novembre. La diversità generazionale è il tema centrale di un movimento che rivendica «la dignità delle rughe e la nobiltà dei capelli d’argento». Insomma botox libero e bisturi democratico. Anche se a guardare con più attenzione, ci si rende conto che l’invocata diversità generazionale è in realtà un conflitto padri contro figli. Scrivono infatti i Fiftiers: «Siamo già 17,9 milioni e raddoppiamo il numero dei 18enni… superiamo di 6 milioni gli under 25 anni…siamo tecnologici e atletici…ci piace la qualità della vita…rappresentiamo il 61 per cento delle decisioni di consumo diretto e il 15 per cento di quelle indirette (figli e parenti)».

La carica dei Fiftiers e la rassegnazione dei giovani
Il manifesto del convegno dei Fiftiers.

Dai baby boomer siamo passati a un popolo di baby looser costretti a lasciare l’Italia

Ora sono pronto a scommettere che presto vedremo scendere in campo anche i Fiftiers italiani. Anzitutto perché la situazione economica e socio-demografica dei due Paesi è simile. In secondo luogo perché non passa giorno che non si confermi quel che si dice da 20 anni e cioè che l’Italia non è un Paese per giovani. La nomina dell’85enne Giuliano Amato a presidente della Commissione parlamentare sugli algoritmi è solo l’aspetto clamoroso di una situazione che dovendo migliorare continua invece a peggiorare. Correva l’anno 2008 e usciva il romanzo generazionale Mi spezzo ma non mi impiego di Antonio Baiani, che raccontava le vite di 20/30enni, ma anche 40enni, precari e sospesi fra impieghi saltuari e vite in stile Ikea. Ma 10/15 anni dopo i «bamboccioni» italiani o «gioventù sdraiata» omologhi della Génération précaire francese o dei milleuristas spagnoli (mille euro al mese) sono scivolati ai 600 euro degli stage al tempo determinato. Con l’accusa e aggravante morale di essere a caccia di reddito di cittadinanza anziché cercarsi un lavoro. Dai baby boomer si è passati ai baby loser. Ai perdenti già al momento dell’adolescenza. Per questo costretti a emigrare. Dal 2011 al 2021 sono emigrati 1,3 milioni di giovani italiani tra i 20 e i 39 anni, il triplo dei 451 mila dei dati ufficiali (Fondazione Nord-Est). Con un +87 per cento, per lo più di giovani laureati, nel 2022 (Rapporto Migrantes).

I giovani disertano le urne, mentre la politica resta nelle mani di vecchi arnesi (anche se anagraficamente non lo sono)

Basterebbero questi dati, senza aggiungere le ansie diffuse e profonde per l’inquinamento e il cambiamento climatico, per indurre i giovani a buttare tutto per aria. Magari tornando a votare e con la consapevolezza che la rappresentanza dei propri interessi materiali non può essere affidata a chi giovane non è. Nelle ultime elezioni la fascia d’età 18-34 anni ha disertato le urne per il 37 per cento (rilevazione SWG e You Trend). Mentre la politica nazionale continua a essere nelle mani di “vecchi arnesi”, anche quando all’anagrafe relativamente giovani. Prova è che attualmente il tema di scontro fra governo e opposizioni, anche sindacale, sono le pensioni.

Persino i nomi dei movimenti giovanili come Ultima generazione ed Extinction Rebellion Italia esprimono rassegnazione

Certo è una provocazione proporre la costituzione di un partito dei giovani (PdG). Non lo è ricordare che la nascita travolgente del movimento delle Sardine che nel 2019 portò in piazza decine di migliaia di ragazzi e ragazze, nel giro di un anno si è sciolto come neve al sole. Il Covid è stato un killer implacabile della socialità, ma è allarmante la ritirata e la resa rispetto a situazioni che gridano vendetta (gli stipendi d’ingresso nel mercato del lavoro spesso minori dell’assegno medio delle pensioni d’anzianità). Colpisce però di più che a fare notizia sia il patologico e diffuso stato d’ansia adolescenziale. È di questi giorni l’indagine di Telefono Azzurro e Doxa sui ragazzi di 14-16 anni che si sono rivolti all’associazione, dei quali il 21 per cento si dichiara ansioso e preoccupato, il 6 per cento triste, il 41 per cento infelice e il 50 per cento percepisce il futuro come qualcosa di oscuro (sempre più giovani soffrono d’ansia, ma uno su tre si vergogna di chiedere aiuto, secondo Demografica di Adnkronos). Già i nomi della gioventù che contesta esprimono bene uno stato d’animo più rassegnato e disperato che combattivo e determinato a cambiare lo stato presente di cose: Ultima generazione e Extinction Rebellion Italia (che ha contestato all’Università di Venezia Cà Foscari Enrico Mentana, accusato di partecipare alla «criminalizzazione mediatica dell’attivismo climatica»).

https://www.facebook.com/XRItaly/videos/783389717134164/

 

Sostenibilità deve fare rima con responsabilità

Forse, suggerirebbero uomini marketing e pubblicitari, chiamarsi Prima Generazione aiuterebbe a mobilitare coetanei e non, lanciando un messaggio non da prossima fine del mondo, ma da inizio di una epoca e società nuove. Utile anche per ribadire che sono loro stessi i primi a volere cambiare. Perché possono anche cantarle chiare e forti ai Fiftiers – giusto per dirla con le parole di Classico l’ultima e gettonatissima canzone degli Articolo 31: «…Oggi si accusa il giovane di essere un fallito/dipendente dal telefonino/sti vecchi che si fanno le foto all’aperitivo/col botulino in faccia mentre bevono un mojito…» – però con la consapevolezza che la sostenibilità, parola che identifica la Generazione Z, che è digitale per definizione, deve fare rima con responsabilità. Quella invocata in un editoriale del Boston Globe, di alcuni giorni fa, in cui si invitano i giovani studenti a studiare e informarsi in classe sul conflitto Palestina- Israele invece che su TikTok.

La necessità di una lotta collettiva

Ovviamente mi guarderò bene dal sostenere luoghi comuni consunti, e ricorderò che il conflitto generazionale è stato in ogni epoca la norma piuttosto che l’eccezione. Gioventù non è sinonimo di spensieratezza. «Non permetterò a nessuno di dire che 18 anni sono l’età più bella della vita». Questa citazione di André Gide è stata una delle più gettonate dal movimento di contestazione del 68. Che qui evoco per ricordare che è stata l’ultima, quasi remota, protesta capace di mobilitare l’intero universo giovanile. Il «lotta dura senza paura» ha avuto anche tragiche conseguenze e derive sanguinose, tuttavia ha il grande pregio di ribadire che lo scontro non può avere solo forme decorative, come imbrattare muri e ostacolare il traffico automobilistico (peraltro l’ultimo Consiglio dei ministri ha deciso di inasprire le pene ai trasgressori). Ma deve perseguire trasformazioni radicali della struttura economica e sociale. Essere determinato, combattivo, intransigente. «Mi ribello dunque siamo». È la citazione e il titolo dell’omaggio curato da Vittorio Giacopini per Eleuthera in occasione dell’anniversario della nascita – 110 anni- del grande pensatore sovversivo Albert Camus. Un invito alla lotta collettiva, da accogliere ogni volta sia minacciata la libertà di qualcuno o negato un diritto. Senza aspettare di avere 50 anni. Anche perché attualmente i 50enni sono in ben altre e ben più frivole faccende affaccendati.