Quella fortissima nostalgia di finanziamento pubblico ai partiti

14 Marzo 2019 09.29
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I partiti, salvo il Movimento 5 stelle, a meno di ripensamenti anche sul tema, vorrebbero si ritornasse al loro finanziamento pubblico. Regime abolito con tanto di vituperio contro la Casta sprecona, e ora da molte parti rimpianto come l’unica panacea alle casse sempre in affanno. Che il tema sia stato sollevato da Luigi Zanda praticamente il giorno dopo la sua nomina a tesoriere del Pd la dice lunga sulla sua urgenza. Il Partito democratico, come tanti altri, ha i dipendenti in cassa integrazione e vive sotto il giogo costante della spending review.

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Se poi ci si mettono anche i parlamentari morosi, cioè quelli che non versano le loro quote come da accordi presi, il conto economico piange ancora di più e i telefonini dei giornalisti si riempiono di foto intime. Ma i bonifici revocati della pentastellata Giulia Sarti sono nulla, per esempio, al confronto di quel che l’ex presidente de Senato Pietro Grasso, eletto coi dem e finito poi a capeggiare la scissione dei Liberi e Uguali, deve al Pd. Il quale, altro segno che occorre tirare di più la cinghia, per bocca del neo-segretario Nicola Zingaretti ha detto che intende rinunciare (caricando di valenze politiche – è stata la sede del famigerato omonimo patto con Silvio Berlusconi – una scelta principalmente economica) alla costosa sede del Nazareno.

LA VOGLIA DI FINANZIAMENTO PUBBLICO E L'ALLERGIA ALLA TRASPARENZA

Dunque Zanda intraprenderà presto un giro di consultazioni per vedere di reintrodurre il finanziamento pubblico magari, per rendere la cosa meno eclatante, con cifre inferiori e un nome diverso che non ne cambia però la sostanza. In questo il canuto senatore prodiano è aiutato anche dalla cronaca, perché contemporaneamente al suo grido di dolore sui giornali c’è la notizia del suo predecessore che all’accusa di finanziamento illecito ora aggiunge quella di false fatturazioni. AI fatti contestati a Francesco Bonifazi, uno tra i più indomiti pretoriani di Matteo Renzi, è di aver profittato del cosiddetto sistema Parnasi, il costruttore romano famoso per aver progettato lo stadio della Roma accaparrandosi con qualche sostanziosa prebenda la benevolenza della politica. Naturalmente con metodo trasversale, visto che nell’inchiesta oltre a Bonifazi c’è finito anche il tesoriere della Lega.

Notoriamente i partiti sono dei pessimi amministratori delle loro risorse, e la garanzia di un finanziamento pubblico li farebbe persistere nella loro prodigalità

Le dazioni dei privati, spesso smascherate con qualche consulenza commissionata alle fondazioni che fanno capo ai vari notabili dei partiti, sono un altro argomento che Zanda sicuramente utilizzerà per tentare il ritorno al vecchio sistema. Su quei soldi infatti la trasparenza non esiste e l’ipocrisia regna sovrana. E come se non bastasse, spesso sono dazioni che vanno a beneficio di una corrente e non di tutto il partito. Ma l’argomento principe resta quello che una politica finanziata con denaro pubblico non deve soggiacere alle sudditanze e ai conflitti di interesse che inficiano i rapporti col privato. Non è così, anche perché i partiti sono idrovore e i soldi non bastano mai.

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Quindi tutto l’attuale sistema, con relativi trucchi, resterebbe parallelamente in piedi. Notoriamente poi i partiti sono dei pessimi amministratori delle loro risorse, e la garanzia di un finanziamento pubblico li farebbe persistere nella loro prodigalità. A meno che, cosa che a suo tempo era stata introdotta ma si è persa per strada, i loro bilanci non vengano sottoposti al controllo di un revisore terzo. Certo che se devi brigare con le aziende o investire i soldi in diamanti la presenza di occhi indiscreti non è per nulla gradita.

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