Fine vita per i neonati: come funziona la legge in Italia

Redazione
14/11/2023

La morte di Indi Gregory, la bambina inglese di otto mesi scomparsa lunedì 13 novembre 2023, ha generato un forte dibattito sul ruolo dei giudici nel porre fine alla vita della piccola contro la volontà dei genitori. In Italia, la legge non è molto diversa dal Regno Unito, ma ci sono delle sfumature da non sottovalutare.

Fine vita per i neonati: come funziona la legge in Italia

La tragica morte di Indi Gregory, neonata inglese di otto mesi a cui sono stati staccati i supporti vitali perché ritenuta incurabile dai medici che la seguivano, ha scatenato riflessioni e discussioni sulla decisione dei giudici di seguire l’indicazione dei sanitari in contrasto con la volontà dei genitori, i quali a oggi non si danno pace. Nonostante l’intervento del governo italiano, non si è potuto fare nulla per lei. Questo ha sollevato interrogativi su cosa avrebbero potuto fare i medici italiani rispetto ai colleghi di Nottingham. La cittadinanza italiana ottenuta e l’offerta di assistenza da parte dell’ospedale Bambino Gesù di Roma hanno sollevato domande e dubbi sulle possibilità alternative, ma le regole italiane sul consenso informato e sul fine vita sono simili a quelle del Regno Unito, sebbene con delle sfumature considerevoli.

Come funziona la legge sul «fine vita» per i neonati

In Italia, non esiste l’eutanasia diretta (punibile ex art. 579 c.p. omicidio del consenziente), ma è possibile sospendere le terapie di supporto vitale seguendo la legge 219 del 2017. Quest’ultima sottolinea il diritto di rifiutare trattamenti sanitari e accertamenti diagnostici, ma la decisione finale spetta ai genitori o ai tutori nel caso dei minori. La questione diventa più complessa quando si tratta di neonati o bambini senza capacità cognitiva sviluppata, poiché la legge prevede che i genitori, insieme ai medici, prendano decisioni nell’interesse esclusivo del bambino, considerando il suo benessere. A differenza del Regno Unito, in Italia si pone grande enfasi sulla comunicazione e sulla costruzione di un rapporto di fiducia tra medici e genitori fin dall’inizio della cura del bambino. In caso di conflitto, tuttavia, la legge prevede l’intervento dei giudici, che devono valutare attentamente i benefici terapeutici e le conseguenze sulla qualità della vita del bambino, tenendo anche conto dell’opinione dei genitori, sebbene non sia vincolante.