Flessibilità alimentare

Bonduelle vuole il più favorevole contratto del commercio.

Flessibilità alimentare

Ci sono multinazionali che abbandonano i contratti nazionali. E multinazionali che passano da un contratto di settore a un altro. Le due cose non hanno la stessa valenza, però c’è un obiettivo di fondo comune: ridurre i costi. Mentre tutta l’attenzione è concentrata sul caso Fiat, la Bonduelle Italia (surgelati e confezionamento ortofrutta), su input della casa madre franco-belga, ha chiesto ai 123 lavoratori dello stabilimento bergamasco di Costa di Mezzate di votare sul passaggio dal contratto dell’agroindustria a quello del commercio.
Il 27 gennaio si terrà l’assemblea che si chiuderà con un voto a scrutinio segreto. Se gli operai diranno sì, sarà avviata la trattativa con i sindacati che dovrebbe condurre alla convergenza con gli addetti del vicino sito produttivo di Lallio, ai quali già si applica il contratto nazionale del commercio.
IN VISTA DELL’ACCORPAMENTO. Nei piani dell’azienda, la convergenza è funzionale all’accorpamento delle due manifatture previsto in primavera presso il nuovo e ultramoderno stabilimento di San Paolo d’Argon, che occuperà tutti i 200 lavoratori per una capacità produttiva di 20 mila tonnellate.
L’investimento si aggira sui 20 milioni di euro e la ricostruzione si è resa necessaria dopo l’incendio che nel febbraio 2008 aveva mandato in fumo la vecchia fabbrica collocata nello stesso luogo, a due passi dalla sede italiana di Bonduelle. Il sito di Lallio, infatti, era nato in pochi mesi e in via provvisoria per far fronte al deficit produttivo generato dall’incidente e per limitare il costo delle spedizioni.
Il marchio delle insalate in busta conta poi su un ulteriore stabilimento a Battipaglia, nel Salernitano, che già da tempo è regolato non dal contratto agroalimentare ma da quello del commercio (che dunque è applicato in due stabilimenti su tre).

Stipendi invariati con il nuovo contratto

Tuttavia, il caso Bonduelle e l’atteso voto degli operai di Costa di Mezzate pongono un paio di interrogativi. A chi conviene il trasloco dal contratto nazionale dell’agroindustria a quello del commercio? La vicenda della ex Ortobell è una rondine che non fa primavera o può diventare un precedente per altre imprese che cerchino condizioni produttive migliori senza ricorrere a strappi in stile Marchionne?
«Il contratto dell’industria alimentare ha condizioni economiche e normative più onerose per le aziende», ha dichiarato a Lettera43.it Stefano Previtali, segretario Flai-Cgil di Bergamo (sindacato degli alimentaristi, nda), «per cui può darsi che in futuro qualcun altro si faccia tentare da una scelta simile. Finora, comunque, il fenomeno qui dalle nostre parti è limitato alla Bonduelle che oggettivamente rappresenta un caso a sé».
I SINDACATI NON SI SONO DIVISI. Previtali ha poi aggiunto che «a scanso di equivoci le organizzazioni dell’agroindustria e del commercio di Cgil e Cisl non si sono divise e hanno auspicato congiuntamente il mantenimento a Costa di Mezzate del contratto agroalimentare che oggettivamente dà garanzie maggiori ai lavoratori».
Da Federalimentare bocche cucite. Il messaggio però è chiaro: abbiamo firmato un ottimo rinnovo e siamo soddisfatti. Se qualcuno vuole andar via, pazienza. Mentre Bonduelle Italia emette un comunicato in cui si garantiscono «stipendi lordi invariati», anche se superiori al contratto del commercio, e un trattamento su assenze, infortuni e refezione secondo standard migliori dello stesso inquadramento nazionale.

Nel settore alimentare massima flessibilità…

Chi conosce un po’ il mondo del lavoro sa comunque che le intese degli alimentaristi sono tra le più avanzate nel panorama della contrattazione nazionale. L’accordo dell’agroindustria è stato il primo a essere sottoscritto da tutte le parti sociali dopo la riforma del gennaio 2009. E garantisce un sistema di relazioni solido con un gioco di scambio che ha consentito alle aziende ottimi margini, un rilevante valore aggiunto e una flessibilità massima anche in relazione alle peculiarità di certe produzioni (per esempio la stagionalità dei raccolti).
SETTORE PRECURSORE.  «Le imprese non possono lamentarsi», hanno spiegato ancora dalla Flai-Cgil, «disciplina degli orari e degli straordinari sono cose che abbiamo normato anni fa, mentre in Fiat se ne parla ora. Abbiamo una grossa tradizione sui contratti di secondo livello e proprio in questa fase li stiamo rinnovando. Il settore è anti-ciclico e nell’anno della crisi, il 2009, si è registrato un +10% di export con buone trimestrali un po’ per tutti. È naturale, poi, che qualcuno possa risentire di una crisi che non ha a che fare con la recessione mondiale, ma magari riguarda una disorganizzazione di filiera. Ed è ovvio che ci può essere qualcuno che fa il furbo e non applica il contratto, soprattutto tra le realtà più piccole. Però in generale», hanno concluso gli alimentaristi della Cgil, «non ci sono grosse possibilità di uscita dal nostro contratto».

… ma nel commercio condizioni più vantaggiose

Dall’altra parte, il variegato comparto del commercio occupa 1,9 milioni di persone e vive spesso di precariato selvaggio, basti pensare alla Gdo e al retail con casi clamorosi come Carrefour o Aiazzone-Emmelunga. Tra l’altro il settore racchiude una congerie di rami molto diversi tra loro, dal turismo alle farmacie, dai lavoratori per il clero agli amministratori condominio, dai portieri di stabile fino al commercio in senso stretto (che poi va diviso in piccola e grande distribuzione). Il nero dilaga e gli accordi contrattuali garantiscono comunque alle imprese ampi spazi di manovra e condizioni più vantaggiose rispetto all’agroalimentare.
CONTRATTO SCADUTO. Inoltre, il contratto nazionale di settore è scaduto il 31 dicembre 2010, si sta discutendo del suo rinnovo e, secondo la Cgil, Bonduelle dovrebbe tenersene alla larga perché «fa produzione vera e propria. Ha le serre con i prodotti da terra, poi porta, per esempio, l’insalata nello stabilimento, la imbusta e la smista alla Gdo o alla ristorazione (Ho.Re.Ca.)».
Tuttavia la multinazionale franco-belga punta proprio su questa forte vocazione distributiva per sostenere che il contratto giusto da applicare nei suoi stabilimenti è quello del commercio. Inoltre, si fa forte del riconoscimento della IV gamma (insalate e verdure crude in busta) come prodotto di semplice confezionamento senza alcuna trasformazione.
«Loro devono recuperare i costi del nuovo stabilimento. E così li scaricano sui lavoratori», ha chiosato Previtali. «Basti dire che su Battipaglia hanno 60-70 dipendenti e dicono che non applicare il contratto dell’industria alimentare fa risparmiare loro 400 mila euro».

Cgil: il passaggio non intacca i diritti

Più morbido l’atteggiamento di Alberto Citerio, segretario bergamasco della Fisascat-Cisl. «Il salto da un contratto all’altro non ha ripercussioni occupazionali. Anzi, l’investimento sul nuovo sito produttivo potrebbe portare risvolti positivi. È vero che l’intesa dell’agroindustria garantisce ai lavoratori condizioni migliori ed è vero che auspichiamo venga mantenuta a Costa di Mezzate. Ma anche il nostro è un contratto dignitoso, i diritti non vengono ridotti e in tutti i casi dopo il sì dei lavoratori si aprirà una trattativa. E poi l’azienda si è impegnata ad aggiungere qualcosa all’accordo nazionale». Resta comunque una domanda sullo sfondo: come reagirebbe la multinazionale se il voto segreto di Costa di Mezzate non dovesse dare l’esito sperato?
OBIETTIVO CONVENIENZA. Più in generale, Citerio ha spiegato che «difficilmente si verificano passaggi da un contratto all’altro, tuttavia noi adesso attiriamo soprattutto aziende del terziario avanzato: da quelle dei servizi alle imprese alle software house».
Aziende come quelle informatiche, appunto, che a volte cercano di lasciare il contratto metalmeccanico per quello del commercio. O certe società di impiantistica che puntano a svestire la tuta blu per entrare nel comparto telecomunicazioni. Per esempio la Sielte: 2 mila dipendenti che installano, collaudano, gestiscono e curano la manutenzione delle reti telefoniche per conto di Telecom Italia.
L’impresa siciliana ha annunciato che ad aprile farà il salto della quaglia e l’obiettivo è una maggiore flessibilità negli orari e nell’organizzazione del lavoro. Stessa strada potrebbe seguire la Site Spa (tlc, ferrovie, energia, automazione) che ancora non ha fatto annunci ufficiali ma ha lasciato trapelare un’intenzione informale in tal senso.