Antonietta Demurtas

Flessibilità, perché l'asse italo-tedesco non basta a Renzi

Flessibilità, perché l’asse italo-tedesco non basta a Renzi

31 Agosto 2016 16.47
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da Bruxelles


«La Germania è sempre cambiata dalla nascita della Bundesrepublik. Il cambiamento non è un male. È una componente necessaria della vita».
Davanti a queste parole pronunciate dalla cancelliera tedesca Angela Merkel in un’intervista pubblicata il 31 agosto 2016 dalla Sueddeutsche Zeitung il vertice intergovernativo Italia-Germania a Maranello si è aperto con una speranza in più.
Quella di convincere la Germania a cambiare ancora una volta e passare dall’essere la paladina del rigore e dell’austerity a quella della flessibilità.
Così vorrebbe il governo italiano che fin troppe speranze ha riposto nell’incontro bilaterale con Merkel.
Perché è prima di tutto l’assenso della cancelliera che serve a Renzi per andare a Bruxelles e affrontare la questione dei costi dell’emergenza post terremoto e ricostruzione in un’ottica di maggiore flessibilità europea.
«L’INTERLOCUTORE SIA LA COMMISSIONE». Ma se l’obiettivo del premier è quello di scorporare l’intero progetto ‘Casa Italia’ dal patto di flessibilità e crescita, «l’interlocutore giusto non è Merkel», spiega a Lettera43.it Rosa Balfour, analista politica del think tank German Marshall fund a Bruxelles, «bensì la Commissione europea», che però sinora ha ricordato come nel vademecum dello Stability pact sia ammesso lo scorporo solo degli investimenti a breve termine legati all’emergenza.


DOMANDA. L’asse italo-tedesco potrebbe quindi non essere utile?
RISPOSTA.
Lo è sicuramente, perché per avere influenza nell’Unione europea e cambiare le cose, l’Italia deve formare alleanze con altri Paesi. Sinora invece si è mossa poco, è rimasta ai margini dell’asse franco-tedesco sentendosi sempre un po’ come l’esclusa, e ha subito anche la forza dell’alleanza del Visegrad group.
D. Che soprattutto sui temi legati all’immigrazione ha fatto sentire la sua voce…
R.
Proprio su questo è stata isolata per anni. Non è riuscita a creare una alleanza fissa neanche con i Paesi che soffrivano lo stesso problema come Grecia, Spagna, Malta. C’è un trascorso di solitudine nella storia europea dell’Italia, che sembra stia finendo.
D. Perché?
R.
Dopo aver perso molto peso con la presidenza Berlusconi e aver sofferto l’allargamento dell’Ue a Est, ha iniziato a uscire dal suo isolamento. Quando l’emergenza dei rifugiati è diventa europea e la Germania ha deciso di affrontarla in maniera solidale ha iniziato a giocare un ruolo importante nello scacchiere europeo.
D. E Renzi ora sta trasformando la crisi in una opportunità?
R.
Sì, come sta facendo anche con la Brexit. E un anno fa il premier italiano è riuscito a prendere la palla al balzo sull’emergenza migranti.
D. Tema che è stato messo di nuovo sul tavolo anche a Maranello.
R.
Su questo fronte l’Italia ha già ottenuto abbastanza e non è da sottovalutare, così come ha ottentuo molto anche sulla flessibilità insieme con Spagna e Portogallo. Certo, il dibattito è ancora in progress, ma basta vedere come è stata superata la tensione a luglio sulla questione delle banche e gli stress test. Finora se l’è sempre cavata.
D. Qual è il prossimo obiettivo di Renzi?
R.
La grande partita da giocare è quella della Brexit: se nella gestione dell’uscita del Regno Unito dall’Ue Renzi riuscisse a ottenere un ragionamento su come cambiare effettivamente le regole di austerity e del patto di stabilità, sarebbe una grande vittoria. E il momento ora è proprizio.
D. È questo quello che chiederà di fare alla cancelliera tedesca?
R.
Sì, ma il problema è che la Germania ha le elezioni nel 2017 e con il fatto che a Berlino c’è un governo di coalizione, socialisti e Cdu cercheranno di differenziarsi con diverse proposte politiche. Se Renzi vuole condividere questo progetto con i socialisti europei non è con Merkel che deve parlare.
D. Più che l’asse italo-tedesco serve l’internazionale socialista?
R.
Il problema è che da un lato Merkel potrebbe anche essere aperta ad accogliere questa proposta, ma non il ministro dell’Economia Schauble. Poi deve essere coinvolta anche la Commissione europea. Insomma non basta una alleanza tra due Stati membri. Non dimentichiamo inoltre che i Paesi nordici vogliono ancora una certa rigidità.
D. Ma se solo volesse, la locomotiva tedesca potrebbe fare da traino…
R.
È vero che tutti guardano alla Germania, ma da sola ora non può aprire un negoziato su questi temi, non ci sono scambi da fare al momento. L’Italia punta molto sul rapporto con la Germania, però sbaglia strategia.
D. In che senso?
R.
Al momento sta cercando di inquadrare la problematica come se si potesse risolvere attraverso un negoziato con i tedeschi, ma la partita è complicata: non riguarda solo l’Italia, la flessibilità e il sostegno di Berlino. Merkel ha bisogno di mantenere forte anche l’alleanza sul fronte migratorio con i Paesi nordici ,che però in cambio vogliono più rigidità sul fronte delle politiche economiche. Il negoziato non è lineare.
D. Cosa dovrebbe fare l’Italia?
R.
La questione è multidimensionale e come tale servono alleanze multiple, con più Stati: sono diverse le partite che devono essere giocate. Il tema si può certo affrontare attraverso una serie di trilaterali e bilaterali prima del summit europeo di Bratislava del 16 settembre 2016, si possono fare proposte, preparare il terreno, ma non chiudere accordi.
D. Maranello è quindi il terreno di prova per impostare i rapporti diplomatici dei prossimi mesi?
R.
Se Renzi riuscisse a portare queste tematiche in maniera costruttiva e dialettica, senza imporre degli aut aut, gli spazi di azione per un cambiamento ci sono. Non dimentichiamo che in Europa sono presenti anche altri governi socialisti disposti a condividere il discorso sulla flessibilità.
D. Ma a livello europeo ci sono più destre al governo.
R.
E anche con loro si può ragionare: nel Regno Unito per esempio il partito dei conservatori, ideologicamente neoliberista, ha già annunciato la fine dell’austerity come politica di governo, perché è un’esigenza posta dall’elettorato.
D. Una Große Koalition europea della flessibilità come trait d’union per gestire la Brexit?
R.
Renzi sta usando il voto inglese come una opportunità per l’Italia, vedremo cosa riesce a fare.
D. Per ora ha già ottenuto le attenzioni della cancelliera tedesca, rimasta orfana del Regno Unito.
R.
La Germania di Merkel ha sempre considerato l’Italia un Paese molto importante e soprattutto è molto sensibile alle dinamiche di politica interna dei vari Stati.
D. Quindi accontenterà Renzi?
R.
Sa cosa succede in Italia, che c’è un referendum, che il premier è in una posizione debole davanti al Movimento 5 stelle e farà di tutto per continuare ad avere quello che a Berlino considerano un interlocutore affidabile e stabile.
D. Anche a costo di una maggiore flessbilità?
R.
Dal punto di vista di una tattica globale l’Italia non deve pensare che tutto sia riconducile alla Germania, o alla flessibilità. Ci sono altri Paesi che pesano in Europa, deve quindi lavorare anche con le diplomazie di altri Stati, trovare punti in comune al di là delle divisioni di partito, collaborare con tutte le istituzioni Ue su più fronti, non concentrarsi troppo sui bilaterali, non fare negoziati troppo focalizzati su un tema unico.
D. Per esempio?
R.
Deve andare oltre i propri interessi diretti, specie al tavolo sulla Brexit. L’Europa ora è debole, quindi non fare proposte più ambiziose non aiuta, se uno si focalizza solo su un interesse immediato e diretto come la flessibilità o la solidarietà sulla questione migratoria, a scapito di una visione complessiva, rischia di rovinare tutto. L’Italia invece potrebbe giocare ruolo positivo immediato.


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