Com’è finita l’inchiesta sulla Fluorsid in Sardegna

Si chiude con 11 patteggiamenti su 18 indagati il processo sul gruppo sardo accusato di disastro ambientale e smaltimento illecito di rifiuti. La vicenda.

04 Agosto 2019 18.00
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Due anni fa gli arresti, ora i patteggiamenti e un accordo in tribunale su cui pesano le bonifiche milionarie. Al centro l’inquinamento di aria, terra e acque della Fluorsid, un colosso mondiale che produce fluoro e derivati necessari per l’alluminio primario con uno stabilimento ad Assemini, alle porte di Cagliari. Il proprietario è Tommaso Giulini, patron del Cagliari calcio: prima persona informata dei fatti, poi indagato, infine con a carico solo una richiesta di archiviazione. È lui ad aver ereditato l’azienda (con un business da 125 milioni di euro l’anno) con radici sarde – affari legati a una miniera del Sud della Sardegna grazie a concessioni e bandi pubblici – e uno sguardo ormai stabile all’estero.

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IL REPULISTI DEL MANAGEMENT NELLO STABILIMENTO SARDO

Negli anni si sono infatti susseguite le acquisizioni in Scandinavia e in Europa, l’ultima la Active Metals, di diritto inglese, specializzata nel mercato delle materie prime. Così la Fluorsid è diventata leader del settore con accordi anche nel Bahrein. Tutte operazioni portate avanti da Milano mentre nello stabilimento dell’area industriale di Macchiareddu, a 15 chilometri da Cagliari, si è consumato il repulisti: via il management coinvolto nell’inchiesta e spazio a nuovi responsabili. Questo dopo anni e anni di procedure considerate di routine che hanno portato nel 2015 all’inchiesta giudiziaria per associazione a delinquere per inquinamento, disastro ambientale e smaltimento illecito di rifiuti. Il tutto nato un anno prima da una denuncia degli allevatori della zona, allarmati da ossa e denti abnormi dei loro animali: una crescita dovuta alla fluorosi, malattia causata dall’alta presenza di fluoro.

Un terreno sequestrato ad Assemini durante le indagini.

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11 PATTEGGIAMENTI E IL NODO DELLE BONIFICHE

Ventitré mesi con pena sospesa e una multa da 7 mila euro: così a fine luglio è si è chiusa la vicenda giudiziaria. Undici patteggiamenti su 18 avvisi di garanzia con l’ok del giudice del tribunale di Cagliari, Giampaolo Casula, in virtù di un accordo che tiene conto delle bonifiche già previste a carico della Fluorsid dal costo di 22 milioni di euro. Secondo il piano, in piedi da anni, si tenterà di ripristinare lo stato dei luoghi, sotto il controllo del Corpo forestale che già aveva seguito le indagini con il commissario Fabrizio Madeddu. L’obiettivo è ambizioso perché quegli stessi terreni hanno subito un’alterazione «irreversibile o comunque difficilmente eliminabile dell’equilibrio dell’ecosistema». Non solo: dovranno sparire i cumuli non protetti di polvere bianca e l’intero ciclo produttivo sarà sotto stretta osservazione. Sparita l’associazione nei reati, sospese dunque le pene, ora nessuno del gruppo che ha patteggiato andrà o tornerà in carcere.

LA SOCIETÀ D’APPALTO

Oltre ai dirigenti della Fluorsid ci sono il proprietario e due operai della società d’appalto Ineco che, secondo la ricostruzione, era parte attiva nelle consolidate pratiche illecite di smaltimento rifiuti. In particolare il titolare Armando Benvenuto Bollani dovrà partecipare alle spese di bonifica; per gli altri è sufficiente invece l’impegno della società principale, la Fluorsid. Che, come ribadito in aula anche dal legale Guido Manca Bitti, resta estranea agli interramenti e sversamenti nelle cave abbandonate, al prosciugamento di un laghetto naturale, all’acquisizione di terreni privati destinati a contenere scorie di fabbricazione. Quelle stesse polveri disperse nell’aria che, in alcuni bollettini dell’Arpa Sardegna erano dovute alle sabbie del Sahara trasportate dal vento. Altri esami hanno evidenziato che non ci sarebbero state invece state conseguenze nella laguna – protetta – di Santa Gilla.

Le accuse erano di disastro ambientale.

LE RESPONSABILITÀ DEI DIRIGENTI INTERMEDI

«Azienda e società non sono coinvolte nella sentenza di patteggiamento», ha spiegato l’avvocato Guido Manca Bitti. «Un patteggiamento, poi, sotto il profilo legale, non equivale a un ammissione di responsabilità». In sostanza la testa della Fluorsid – che continua a investire nell’Isola – non era a conoscenza delle manovre che non rispettavano le leggi e le iniziative erano appunto in capo a dirigenti e funzionari della sede sarda. Vale a dire Pasquale Lavanga, ex presidente del cda di Fluorsid e il figlio Michele, ex direttore dello stabilimento; Loukas Plakopitis, responsabile commerciale dei sottoprodotti; Giuseppe Steriti, responsabile della qualità ambiente e sicurezza; Mario Deiana, responsabile della logistica; Sandro Cossu, responsabile sicurezza e ambiente; Alessio Farci, responsabile del cantiere a Terrasili e il funzionario Giancarlo Lecis. Gli stratagemmi illegali utilizzati erano imputati all’obbligo di risparmio e maggior profitto, abitudini consolidate di cui gli interessati parlavano al telefono.

IL MONITORAGGIO DORMIENTE DELLE SOSTANZE INQUINANTI

Secondo la ricostruzione della procura di Cagliari (titolare il pm Marco Cocco) i valori delle sostanze inquinanti e pericolose per la salute, come alluminio e fluoro, nell’aria erano extra soglia rispettivamente di 3 mila e 700 e mille volte: le polveri arrivavano fin dentro le case. Non solo, a vigilare sugli standard era l’agenzia regionale Arpa ma con strumenti inadeguati: per la sostanza principale, il floruro, non c’erano strumenti di misurazione per l’aria, il suolo o il sistema idrico. Perché il parametro specifico mancava nelle centraline, così il monitoraggio risultava ‘dormiente‘. Per quei controlli definiti dalla gip Cristina Ornano «pochi e parziali» sono stati indagati tre dirigenti a un anno dall’apertura del primo filone di inchiesta, il reato è «rifiuto e omissioni di atto d’ufficio» ma i loro nomi non risultano tra coloro che hanno patteggiato e che escono così di scena.

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