Foibe, il ricordo dello scrittore Tarticchio: «Sette famigliari uccisi»

Foibe, il ricordo dello scrittore Tarticchio: «Sette famigliari uccisi»

10 Febbraio 2015 17.15
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È un triste record quello dello scrittore Piero Tarticchio,
esule istriano nato 79 anni fa a Gallesano, vicino Pola: tra il
1943 e il 1946 ben sette persone della sua famiglia finirono
nelle foibe, tra i quali suo padre.
Il ricordo di Tarticchio, già direttore dell’Arena di Pola e
presidente del Centro di cultura Giuliano-Dalmata, è puntuale.
Oggi vive a Milano, ma come tutti gli esuli non può dimenticare
quella fuga del 1947 che portò 350 mila italiani ad abbandonare
in tutta fretta le proprie case e i propri averi. «Io ero
giovane e vissi quella fuga quasi come un’avventura», ha
raccontato a Radio Vaticana,  «ma so che molti anziani
morirono di crepacuore per quel distacco dalle proprie
radici».
ANCHE UN SACERDOTE TRA I PARENTI MORTI: «FU TORTURATO
ORRIBILMENTE».
Tra i parenti morti c’è un
sacerdote, don Angelo Tarticchio, «torturato orribilmente e
trucidato dalle bande slavo-comuniste di Tito, che gli cacciarono
in testa del filo spinato come corona di spine e lo gettarono in
una foiba. Ricordo i funerali di don Angelo, con la gente che
piangeva e mio padre che mi stringeva la mano e non poteva
immaginare che un anno e mezzo dopo avrebbe fatto la stessa
fine».
DUE ONDATE DI INFOIBAMENTI. Tarticchio riferisce
di «due ondate di infoibamenti». La prima si accanì contro
quelli che avevano prestato servizio per lo Stato italiano come
insegnanti, bidelli, presidi, funzionari delle poste, sacerdoti,
guardia di finanza e carabinieri. «Nella seconda ondata, dal
1945, morì mio padre e altri miei parenti. L’accusa era
quella di essere italiani, fascisti e sfruttatori del popolo».
Una reazione cruenta e cieca ingiustificata, frutto di una
brutale vendetta per quanto il fascismo aveva fatto nei confronti
di sloveni e croati.
IL RIFUTO DELL’ITALIA: LA TRAGEDIA NELLA
TRAGEDIA.
La tragedia nella tragedia fu però il fatto
che l’Italia, rimasta sempre la patria per istriani e
dalmati, non accolse gli esuli come fratelli. Un po’ perché
la guerra aveva devastato animi ed economia, un po’ perché
«la parte ‘rossa’ dell’Italia ci considerava
fascisti reazionari», ha detto ancora Tarticchio, «ma non
eravamo fascisti, eravamo semplicemente degli italiani che
chiedevano ad altri italiani di comprendere la loro tragedia e di
farla conoscere».
Dopo 57 anni quel riconoscimento è però arrivato nella celebrazione del Giorno del ricordo.
Mentre Italia, Slovenia e Croazia sono uniti dallo spirito
europeo che non cancella la memoria, ma ne fa tesoro perché ciò
che è stato nella prima metà del Novecento non accada più.

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