Forestali, gli ostacoli alla riforma Madia

Carlo Terzano
23/08/2017

Ricorsi al Tar da parte delle divise grigie. Dubbi sull'effettivo risparmio dovuto all'assorbimento nell'Arma. L'emergenza roghi. E la spada di Damocle della Corte costituzionale. Tutte le incognite della rivoluzione voluta dal governo Renzi.

Forestali, gli ostacoli alla riforma Madia

Varata dal governo per contenere la spesa pubblica, la disposizione della legge Madia che prevede l'assorbimento della Guardia Forestale nei Carabinieri non è mai stata digerita dalle “divise grigie”. In massa hanno fatto ricorso ai tribunali amministrativi per chiederne l'annullamento. Adesso la questione è finita in un fascicolo indirizzato alla Corte Costituzionale che potrebbe decidere di cancellare un'altra fetta importante della riforma della pubblica amministrazione.

Un risparmio per 100 milioni di euro, 3 mila i ricorsi

La riorganizzazione dei due corpi e la relativa istituzione del Comando Unità per la Tutela Forestale, Ambientale e Agroalimentare dei Carabinieri, secondo il governo, dovrebbe portare al risparmio di 100 milioni di euro in tre anni. Lo scioglimento del Corpo Forestale, arrivato al 194esimo anno di vita, ha riguardato circa 7.500 uomini, in massima parte confluiti nell'Arma e, in via residuale, nei Vigili del Fuoco, nella Polizia di Stato e nella Guardia di Finanza. Sono però fioccati i ricorsi: 3 mila ex Forestali, circa la metà dell'intero corpo, si sono rivolti agli avvocati e ai sindacati per bloccare i trasferimenti.

CONTESTATO LO STATUS MILITARE. I Forestali fanno vertere la questione su un punto che non è affatto una mera formalità. Il loro era un corpo civile: con l'assorbimento nell'Arma, sono stati obbligati a prendere lo status dei militari. Ricordiamo, infatti, che i Carabinieri, al pari dell'Esercito italiano, sono inquadrati come militari e rispondono principalmente al ministero della Difesa, non a quello dell'Interno come la Polizia di Stato (o meglio, fanno capo anche al Viminale ma solo per le funzioni di polizia svolte). I ricorrenti lamentano di non essere stati interpellati e di non aver potuto scegliere di essere destinati a un corpo che non fosse militare, come la Polizia appunto.

LA DECISIONE DEL TAR DI PESCARA. Se non a Berlino, le ex divise grigie hanno trovato il loro giudice a Pescara. I magistrati amministrativi hanno infatti ritenuto meritevole di accoglimento uno dei ricorsi (circa 200 nel solo Abruzzo), rinviando la questione alla Corte Costituzionale. I giudici del Tar di Pescara sospettano che lo scioglimento del Corpo Forestale e la successiva integrazione del personale tra le file dei Carabinieri violi gli articoli 2 e 4 della Carta, dato che si impone lo status di militare a dei civili, e gli articoli 76 e 77, dal momento che non è stato consentito loro di confluire in altre forze.

Dubbi sul contenimento della spesa pubblica

I giudici del Tar di Pescara vanno oltre. Si legge, infatti, nell'ordinanza: «Il diritto alla tutela e salvaguardia dell’ambiente rientra nell’ambito di tutela del diritto alla salute, deve ritenersi che anch’esso sia un diritto incomprimibile, e perciò non sacrificabile per mere esigenze di bilancio e risparmio di spesa». Nonostante la nostra Costituzione non menzioni alcun “diritto a godere di un ambiente pulito e tutelato”, è chiaro il riferimento dei giudici del Tar a due sentenze storiche della Consulta: la n. 151 del 1986, che eleva l'ambiente a un interesse pubblico di valore costituzionale “primario” e la n. 641 del 1987, che parla persino di valore “assoluto”.

IL SUGGERIMENTO ALLA CONSULTA. Con una estensione analogica delle tutele offerte dagli artt. 9, comma 2 ( «[la Repubblica ndr] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»), e 32 della Costituzione («La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività»), si potrebbe rimettere in discussione la riforma Madia laddove avesse come unica ratio quella del contenimento della spesa pubblica. E questo sembra appunto il suggerimento alla Consulta che si legge tra le righe dell'ordinanza del Tar.

LE NOTE DEI SINDACATI. E poi ci sono i dubbi sulla correttezza delle cifre riportate dall'esecutivo che, con l'accorpamento, sperava di risparmiare 100 milioni di euro in tre anni. Secondo i sindacati del Corpo Forestale, però, non si sarebbe tenuto conto delle spese necessarie per riverniciare il comparto veicoli, per l'acquisto delle nuove divise, per il cambiamento di targhe e targhette, per il rifacimento del sistema informatico e per i corsi di aggiornamento del personale non militare. Fino ad arrivare alla nomina di tre nuovi generali, i cui stipendi e le cui pensioni certamente incideranno sui costi dell'operazione.

Battesimo del fuoco per l'accorpamento: l'emergenza roghi

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Secondo la capogruppo al Senato di Sinistra italiana, Loredana De Petris, la riforma Madia si è rivelata «una scelta che è costata moltissimo al Paese: in un’estate flagellata dagli incendi ci siamo trovati senza i mezzi, le competenze e l’esperienza dei Forestali». Gli ettari di macchia mediterranea andati in fumo lungo lo Stivale nella prima metà del 2017 sarebbero circa 44 mila. Una estensione pari a quella della provincia di Venezia. La stima è stata calcolata dai Vedi nel dossier Le mani sporche degli incendi e naturalmente è approssimata per difetto, non tenendo conto dei roghi divampati nel mese di agosto. Secondo lo studio, oltre a quello ambientale, il danno economico sfiorerebbe 900 milioni di euro; cifra che raggiunge i 9 miliardi di euro se si prendono in considerazione i 447 mila ettari bruciati dal 2010 a oggi.

TAGLI AI MEZZI. La riforma Madia, invece di razionalizzare i corpi, avrebbe aggiunto ulteriore confusione. Da un lato, infatti, ha fatto confluire il grosso del Corpo Forestale nei Carabinieri (6.754 uomini, contro i soli 390 giunti nei pompieri), dall'altro, però, ha attribuito la competenza esclusiva dello spegnimento degli incendi ai Vigili del Fuoco. Inoltre, denuncia Il Fatto Quotidiano, i 32 elicotteri dei Forestali sarebbero stati equamente spartiti tra Carabinieri e Vigili del Fuoco ma, dei 16 dati all'Arma, nei giorni delle emergenze se ne sarebbero alzati in volo solo quattro per mancanza di manutenzione e di certificazioni aggiornate.

Una riforma ridimensionata dai giudici

Richiesta a lungo dall'Unione europea e troppe volte rinviata dagli esecutivi che si sono succeduti in questi anni, la riforma della pubblica amministrazione ha visto la luce nell'agosto 2015 e si è subito contraddistinta per la sua mole: circa una ventina di provvedimenti attuativi che andavano a toccare diversi aspetti della macchina amministrativa, dalla trasparenza nei rapporti con il cittadino alla digitalizzazione delle pratiche, dalla lotta all'assenteismo all'abolizione del voto minimo di laurea per partecipare ai concorsi, dalla maggior facilità di licenziamento dei dipendenti all'introduzione di un tetto salariale di 240 mila euro annui per i top manager. E poi, naturalmente, c'era l'accorpamento dei Forestali nell'Arma dei Carabinieri. La riforma, salvata in Senato dalle opposizioni – presenti per garantire il numero legale – era stata salutata da un tweet dell'allora premier, Matteo Renzi: «Un altro tassello: #lavoltabuona un abbraccio agli amici gufi».

IL FRENO DEI MAGISTRATI. I veri nemici della riforma però non sono stati i gufi, ma i magistrati. In due anni, infatti, la legge Madia ha subito numerosi interventi da parte della magistratura di ogni ordine e grado, inclusa la Corte Costituzionale. Lo scorso novembre, la Consulta ha evidenziato due criticità: la prima riguarda il meccanismo della delega individuato per gestire il rapporto con le Regioni (un semplice "parere" anziché una più articolata "intesa", facendo così virare silenziosamente il sistema verso un accentramento delle funzioni amministrative), la seconda fa riferimento a diverse indebite intromissioni dello Stato in materie che, dopo la riforma in senso federalista del titolo V della Costituzione, risalente al 2001, spettano ormai agli enti locali o richiedono comunque un dialogo tra Roma e i capoluoghi.

RENZI CONTRO LA BUROCRAZIA. Alla bocciatura della Corte Costituzionale, l'allora premier Renzi aveva risposto con durezza: «Pensate che abbiamo fatto una legge delega con i decreti legislativi, per rendere licenziabile un dirigente pubblico che non si comporta bene, e la Corte costituzionale ha detto che, siccome non c'è l'intesa con le Regioni, e avevamo chiesto i pareri, il decreto è illegittimo. E poi mi dicono che non devo cambiare le regole del Titolo V. Siamo circondati da una burocrazia opprimente». Chissà come potrebbe reagire se la Corte Costituzionale desse l'ultima picconata a ciò rimane in piedi della legge Madia.