L’astensione sul Mes, l’equilibrismo di Tajani e i mille dubbi di Forza Italia

David Allegranti
27/12/2023

Davanti alla decisione di Meloni di rimettersi furbescamente al parlamento e al rinnovato euroscetticismo di Salvini, al leader azzurro deve essere sembrata l'unica via percorribile per differenziarsi dalla destra sovranista e mantenere le radici nel Ppe. Pochi però nel partito se la bevono. La domanda è una: continuare a rivendicare l'appannata eredità berlusconiana o sciogliersi in uno dei due partiti alleati?

L’astensione sul Mes, l’equilibrismo di Tajani e i mille dubbi di Forza Italia

L’astensione di Forza Italia nel voto sul Mes è stata criticata da molti e la miglior sintesi l’ha offerta, parlando con l’HuffPost, il deputato-economista di Italia Viva Luigi Marattin: «L’astensione della cosiddetta componente moderata della maggioranza è ridicola. Fanno tanto per apparire quelli responsabili, e poi nei fatti hanno avallato la peggior balla populista degli ultimi 10 anni».

L’astensione sul Mes è stata l’unica via di fuga per Tajani

Niente ha infatti potuto, il partito di Antonio Tajani, per far cambiare idea alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni che (insieme al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti) si è furbescamente rimessa al parlamento, lasciando che il Mes venisse impallinato dal suo partito, dalla Lega e dal M5s. Il capo leghista, Matteo Salvini, era ovviamente irremovibile sul no, caldamente consigliato dai due parlamentari no euro (e no Mes) Alberto Bagnai e Claudio Borghi, quindi non avrebbe avuto senso tentare l’operazione di persuasione sulla Lega. Ma anche cercare di far ragionare Fratelli d’Italia, in un momento del genere in cui Salvini ha riscoperto il volto truce dell’euroscetticismo, è apparsa una sfida improba. L’astensione è dunque sembrata la via migliore per mandare qualche segnale di differenziazione rispetto alla destra sovranista ma soprattutto per non rovinare il rapporto politico con Meloni e Fratelli d’Italia.

L'astensione sul Mes, l'equilibrismo di Tajani e i mille dubbi di Forza Italia
Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Antonio Tajani ad Atreju (Imagoeconomica).

I dubbi di Forza Italia: resistere o sciogliersi?

Dentro e fuori Forza Italia tuttavia sembrano bersela in pochi, la giustificazione, che il ministro degli Esteri sparge nelle sue dichiarazioni più o meno spontanee. Le elezioni europee si avvicinano e il partito di Tajani è immerso in mille dubbi; alcuni sono precedenti alla morte di Silvio Berlusconi, altri invece sono esplosi con l’addio del fondatore. Il principale dubbio risuona in una domanda di Lenin: che fare? Resistere o sciogliersi? Rivendicare costantemente l’eredità berlusconiana in un Paese in cui il berlusconismo viene quotidianamente archiviato sembra un esercizio sterile di memoria. Ma la politica si fa con altro, con proposte che trovino il consenso dell’elettorato, per esempio. O almeno della maggioranza parlamentare e del governo di cui si fa parte. Invece dal Mes alla proroga del Superbonus, Forza Italia riceve solo schiaffoni. Il rischio di sciogliersi dentro uno dei partiti più grossi della coalizione, Fratelli d’Italia o Lega, si fa sempre più concreto. Non è un problema soltanto della leadership di Tajani, ma dell’equilibrio generale di Forza Italia. Che fin qui, almeno su guerra e collocamento europeo, è riuscita a non farsi travolgere. Le radici sono quelle del Ppe, assicura sempre il ministro degli Esteri, che non vuole avere nulla a che fare con l’eurodestra sovranista che si è riunita poche settimane fa a Firenze. Ribadire l’ovvio, per questa Forza Italia, sembra quasi una sofisticata mossa strategica politica. Vediamo però quanto ancora potrà permettersela. Il momento del disvelamento arriva per tutti e le elezioni europee ci diranno quanto spazio c’è ancora per chi vuole ispirarsi alla mai tramontata rivoluzione liberale. D’altronde, la politica è l’arte del possibile, non dell’irrilevanza.