Francesca Schiavone vince e commuove

Eugenio Capodacqua
24/01/2011

A Melbourne la tennista italiana riaccende gli entusiasmi per lo sport.

Francesca Schiavone vince e commuove

«Vecchio come sono fatico ad entusiasmarmi per qualcosa che non abbia caratteristiche eccezionali. Quindi cercherò di non eccedere nel dar conto di uno dei match di una tennista italiana che più mi abbia entusiasmato nella mia lunga carriera…». 
La premessa di Gianni Clerici, il “vate” per eccellenza del tennis nostrano (per non dire mondiale) dice tutto sulla storica vittoria della Schiavone a Melbourne.
TENNIS BATTE CALCIO. Nel giorno in cui il calcio balbetta ancora nell’incertezza delle inseguitrici dietro il Milan, lo sport della racchetta trova una stella, una protagonista assoluta in chiave azzurra. Qualcosa di così straordinario da muovere quasi a commozione l’attempato “guardone” (così si autodefinisce l’amico Gianni): «Più della finale del Roland Garros della stessa Schiavone, forse più del match di Lauretta Golarsa a Wimbledon 89, quando si issò per sette volte a due punti dal match contro Chris Evert e fu poi eletta sportiva dell’anno».
La vittoria è tanto, tantissimo, per l’asfittico tennis del Bel Paese,  ma strabilia ancora di più – ovviamente – il modo. Quelle quasi cinque ore in campo a ribattere colpo su colpo alla Kuznetsova, record negli slam; quell’essere lì lì per morire e risorgere continuamente; quell’attaccare per non soccombere che nega e cancella uno dei “must” dello sport nostrano: primo non prenderle, vanno diritti al cuore dell’appassionato.
LO SPORT COME METAFORA DELLA VITA. E lo sport quando si libra a questi livelli diventa qualcosa di straordinario, metafora perfetta della vita nonché perfetta scuola. Per vincere non bisogna mai mollare, anche quando tutto sembra ormai deciso. Puoi (devi) anche rischiare di perdere. Perchè spesso fra vittoria e sconfitta il confine è così labile da essere quasi impercettibile (si pensi ad una volata nel ciclismo…).
Perché anche il campione più affermato e navigato sa fino a che punto può spingersi nello scavare dentro di sé. Ma quando trova il coraggio di osare camminando sul filo del rasoio della crisi e dello scoppiare clamorosamente, non può che entusiasmare. E poi dicono che lo sport è solo muscoli e forza bruta…

La Schiavone si rivela nei momenti difficili

Il match della vita della Schiavone – «graziata da due errori dell’avversaria sullo 0-40 decisivo», scrive Clerici – ma mai doma (annulla ben 6 match point), insegna soprattutto questo. È quel “gettare il cuore oltre l’ostacolo” che fa riscoprire nei momenti più difficili tutto il proprio valore, la consapevolezza della propria forza, la forza della propria volontà. «Rabdomante di se stessa» la definisce Stefano Semeraro sulla Stampa ed è un’immagine azzeccatissima. Come il rabdomante cerca la preziosissima acqua osservando le impercettibili vibrazioni della sua bacchetta, Francesca cerca l’ultima energia, quella decisiva per la volée vincente.
Il DOPING NON CANCELLA I VALORI. Pure corrotto dagli stessi mali della vita di tutti i giorni, pure mercificato e stravolto dal business e dal doping, lo sport ritrova in rare ma toccanti occasioni tutta la sua vera natura e i suoi valori etico-sociali: educazione (non solo fisica), esempio, scuola di vita, metafora illuminante. Quei valori dimenticati, che andrebbero fatti valere un po’ meglio del semplice sfruttare il “mercato”.
«Un giorno mostrerò a mio figlio le immagini di questo incontro», commenta la Schiavone.
E nulla più di queste parole  può spiegare. Vale più questa chiosa della tennista azzurra del quarto posto al mondo conquistato col match, emula del più bel Panatta di sempre (1976).

Non solo soldi e business

Per una volta, guardando quel match non viene da pensare a “quanto si guadagna” spedendo la pallina al di là della rete, ma si è conquistati dalla bellezza estetica del gesto, dall’audacia e dal coraggio di chi sta per cedere definitivamente eppure fa svanire – scrive Clerici – «tutto ciò che è riflessione, lasciando il posto all’istinto creativo che conduceva spesso anche a rete l’eroina».
LA CREATIVITÀ PAGA. Ecco: l’istinto creativo. Quell’istinto che troppo spesso è addomesticato da esigenze utilitaristiche, talvolta perfino meschine. Riscoprirlo e tirarlo fuori da se stessi dovrebbe essere prassi comune nello sport. Ma adesso siamo qui a meravigliarsi di quando – rarissimamente – succede. E questo la dice lunga su come lo sport si è trasformato, modificato e stravolto nell’epoca dei soldi e del business.
«Se vincere significa resistere», scrive Roberto Perrone sul Corriere della sera, giocando facile sull’assonanza con la popolare canzone anni ’70 Non è Francesca di Lucio Battisti. «Non è Francesca, quella che vince facilmente (…) quella che si fa mettere sotto (…) che si fa intimidire». E anche in questo c’è una grande lezione. Resistere si può. Resistere – anche alle cose più brutte o squallide della vita – si deve. E alle volte paga. Un bel calcio al «così fan tutti», purtroppo imperante nella nostra società.