Fratelli d’Egitto

Redazione
11/12/2010

di Federica Zoja Nel sondaggio d’opinione condotto dal Royal islamic strategic studies center (Rissc), ong indipendente con base ad Amman...

Fratelli d’Egitto

di Federica Zoja

Nel sondaggio d’opinione condotto dal Royal islamic strategic studies center (Rissc), ong indipendente con base ad Amman impegnata da due anni a raccogliere le opinioni del pubblico islamico mondiale, la Guida suprema dei Fratelli musulmani d’Egitto, Mohammed Badie, si è classificata al 12esimo posto su 500 illustri nomi del panorama islamico. Se qualcuno sta storcendo il naso dubitando del valore del piazzamento, sbaglia. E per svariati motivi.
Innanzitutto, perché a precedere Badie, ottavo murshid (guida) della storia degli ikhwan (fratelli), sono sovrani e teologi dal conclamato potere politico ed economico, forti di una presenza quotidiana sui principali mezzi di comunicazione arabi e musulmani: come il sovrano saudita Abd Allah, (86 anni), in questi giorni sotto i riflettori per gravi problemi di salute e allegra condotta di vita della sua corte; Recep Tayyip Erdogan, presidente della Repubblica turca, fervente musulmano; Ali Khamenei, guida suprema della repubblica iraniana, e tutti gli altri sovrani più in vista (Giordania, Marocco) o leader religiosi con cariche riconosciute dallo Stato (Iraq, Egitto, Oman, Iran).

L’origine dei movimenti politici islamici

Per Badie, veterinario con un passato di ricercatore universitario, e il suo predecessore Mahdi Akef, sempre al 12esimo posto nel 2009, il risultato invece è sorprendente.
La confraternita è ufficialmente illegale nel suo Paese dagli anni ’50, quando il presidente Gamal Abdel Nasser fece arrestare, torturare e uccidere migliaia di affiliati, ostili al suo progetto di modificare la società egiziana. La repressione ebbe un altro picco nel decennio successivo, dopo che la confraternita, già artefice di un fallito attentato a Nasser, fu accusata di aver pianificato un colpo di Stato.
Fino ad allora, dall’anno della loro fondazione (1928) per opera del maestro elementare Hasan Al Banna, proveniente da Ismailyya (canale di Suez), la Società dei fratelli musulmani era cresciuta rapidamente, alla luce del sole, assumendo un ruolo sociale e politico nella lotta per i diritti dei più deboli.
Utile supporto alla causa nazionalista egiziana sbocciata dopo la liberazione dal giogo britannico, i Fratelli, sul lungo periodo, non potevano godere del placet presidenziale a oltranza, visto il loro rigetto per il modello culturale e sociale occidentale.
Il motto della Fratellanza era ed è: “Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza”. Di che essere guardati per lo meno con sospetto da tutti i regimi “moderati” del pianeta.
Evidentemente però, l’essere banditi, perseguitati, costretti alla clandestinità, se si tiene conto della storia del gruppo islamista nel suo insieme, ha fatto più bene che male alla Fratellanza, diventata la madre di tutti i movimenti politici di matrice islamica.

Il 35% degli egiziani simpatizza per i Fratelli

Nel 2005 gli Ikhwan hanno conquistato un traguardo storico, soprattutto per un gruppo clandestino: 88 deputati (su 444), eletti come indipendenti nel Parlamento egiziano, nonostante brogli e irregolarità.
Quest’anno, invece, per evitare che i Fratelli ripetessero l’exploit confermando la loro presenza alla Camera bassa, il regime del presidente Mubarak ha dovuto muoversi con anticipo e in modo capillare su tutto il territorio (leggi lo scenario sulle elezioni egiziane). Secondo le stime, almeno 1.400 affiliati sono stati arrestati nelle settimane a ridosso del voto (28 novembre e 5 dicembre). Non si contano quelli “ammoniti” da agenti dei servizi segreti, dissuasi dal candidarsi o dal votare.
I Fratelli, quindi, fanno ancora paura alle autorità, e a ragione: gli osservatori ritengono che almeno il 35% della popolazione musulmana egiziana simpatizzi per la Fratellanza, che supplisce alle falle dello Stato in tutti i settori. Aiuta a trovare lavoro, offre consulenza legale, costruisce consultori e ospedali, scuole, negozi, supermercati, centri commerciali, moschee e centri di aggregazione sociale.
Nel nuovo Parlamento egiziano non ci sarà nessun deputato indipendente legato ai Fratelli, ha dichiarato il segretario generale Mahmoud Hussein. Chissà poi se è vero, visto che anche membri del Partito nazionale democratico (Ndp), il partito di maggioranza, sono sospettati di affiliazione.

Giovani affiliati a rischio estremizzazione

Ed ecco il paradosso: l’opinione pubblica musulmana riconosce in Badie, nominato nel gennaio 2010 mediante elezioni primarie interne, un riferimento. Lo stesso vale per una parte significativa dei concittadini. I Fm, negli anni, hanno rinnegato l’uso della violenza a scopi politici, si sono divisi fra colombe e falchi, hanno condannato le reti terroristiche come Al Qaeda.
Questo, però, non ha portato loro l’uscita dalla clandestinità, con il rischio che le frange più oltranziste, spesso annidate fra i giovani, rivalutino la via armata.
Uno scenario inquietante per un Paese come l’Egitto, che ha fatto di stabilità e sicurezza interna il proprio vanto: per attirare investimenti stranieri (circa 7 miliardi di dollari fra 2008 e 2010, in piena crisi mondiale. Leggi l’articolo sugli investimenti italiani) e turisti (12,5 milioni nel 2009, anno dell’allarme per l’influenza suina); e attestarsi come regime moderato, affidabile intermediario nelle dispute africane e mediorientali.

Apertura al dialogo: da El Baradei a Hamas

Intanto, la Fratellanza non disdegna nessun interlocutore, interno ed esterno.
Dialoga con Mohammed El Baradei (già direttore generale dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’energia atomica, Aiea, e Nobel per la pace nel 2005, ora politico riformista egiziano) e con tutti gli esponenti dell’opposizione egiziana.
Più volte negli ultimi anni, funzionari di spicco del movimento islamista sono stati visti uscire dall’ambasciata americana o dalla rappresentanza dell’Unione europea al Cairo.
E non sono mai stati smentiti contatti regolari con Hamas, movimento di resistenza islamica palestinese nato nel 1987 da una costola della Fratellanza musulmana egiziano-palestinese.
Una galassia di relazioni complessa, a volte paritarie a volte di subordinazione o coordinamento, spesso caratterizzate da flussi di denaro consistenti, per esempio dall’Arabia Saudita o verso la Striscia di Gaza. Sempre e comunque da tenere d’occhio per capire gli umori delle società islamiche, nei Paesi a maggioranza musulmana così come in quelli occidentali.