Frau vince ma non convince

Barbara Ciolli
17/12/2010

Ue: passa la linea-Merkel.

Frau vince ma non convince

Poco più di un mese fa tutti, tranne il gregario Sarkozy, gridarono allo scandalo: modificare il trattato di Lisbona, la nuova Costituzione dell’Ue firmata nel dicembre 2007, era un tabù. Lo scorso 28 ottobre Frau Merkel, per aver pensato l’impensabile, si era conquistata addirittura l’apertura della prima pagina del Wall Street Journal, ricevendo scudisciate dal presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Junker e dal commissario alla Giustizia Viviane Reding, solo per citare i suoi oppositori più duri.
Il 17 dicembre, all’indomani del vertice del Consiglio europeo, nel quale si è decisa l’istituzione del fondo permanente salva-Stati, attraverso la modifica del Trattato di Lisbona, tutto il mondo è ai piedi di una Cancelliera che, risoluta nel «tentare una modifica del trattato, poiché il timore che la strada sia difficile, non è un’argomentazione valida», ha tirato dritto, imponendo con rapidità ai 27 Paesi dell’Ue la sua linea contro gli eurobond dell’accoppiata Tremonti-Junker: chapeau.

L’aiuto solo come «extrema ratio»

Non che Angela Merkel abbia ottenuto il 100% delle sue richieste: il meccanismo di stabilità permanente, che dal primo gennaio 2013 sostituirà il fondo concordato nel maggio scorso, dal giorno alla notte, per aiutare i Paesi investiti dalla crisi dei debiti sovrani, sarà creato grazie alla modifica «limitata» dell’articolo 136 del Trattato e non del ben più pesante articolo 7 sul diritto di voto, come inizialmente proposto dal governo tedesco, che premeva per sospendere il diritto ai Paesi inadempienti (leggi l’articolo sul fondo salva-Stati).
Il ritiro del voto continuerà a essere applicato solo in caso di violazione dei diritti umani: una retromarcia che è costata alla “Cancelliera buona” alcuni commenti critici sulla stampa tedesca, non solo di orientamento di centrodestra. Intanto però, ha titolato la Welt, è innegabile che la Germania abbia incassato «condizioni più dure per i Paesi a rischio di bancarotta», e in «tempi più rapidi di quelli programmati».
Tra i (testuale) «bambini che danno pensieri» il quotidiano conservatore, basandosi su dati dell’agenzia internazionale Fitch Rating e sull’Eurostat, a causa dell’enorme debito pubblico ha annoverato, ebbene sì, anche l’Italia, preceduta in ordine di gravità da Irlanda, Portogallo, Grecia e Spagna, e seguita dal Belgio.
Dunque, ha commentato la Welt, «trovare questa unità era indispensabile e urgente per calmare i mercati», mettendo al sicuro la stabilità dell’euro, altrimenti in gravi difficoltà per le tempeste degli speculatori: «I matador dell’Ue erano ben consapevoli di dover fare blocco comune». Ma bene ha fatto la Merkel, è il plauso del giornale, a esigere che l’aiuto, «l’ultimo mezzo» per il cui ricorso saranno fissate «strette condizioni», possa essere concesso «solo quando è indispensabile» e non come scusa.
Se uno Stato sarà «realmente a rischio fallimento», tanto da rendere «irrinunciabile» l’aiuto del fondo di salvataggio permanente, allora, ha fatto outing la Cancelliera, «la Germania ci sarà: nessuno Stato sarà lasciato da solo, allo sbando». Una volta ottenuto che tutti gli aggettivi restrittivi fossero messi bene nero su bianco, al termine del vertice Ue, la delegazione tedesca si è dichiarata «molto soddisfatta».

I liberali temono il «socialismo monetario»

Una scelta di campo vincolata ai casi di extrema ratio, ma decisiva, che ha fatto infuriare gli alleati liberali dell’Fdp: tanto che alcuni loro deputati, non appena l’ago di Frau Merkel ha cominciato a sbilanciarsi millimetricamente dalla parte della solidarietà, hanno iniziato a paventare l’«ingresso della Germania nel socialismo monetario».
La disponibilità di fondo a difendere la moneta comune della «ragazza dell’Est», secondo un’analisi della Zeit alla vigilia della riunione, ha stretto la Merkel per giorni in un dilemma. Ma la Cancelliera è stata pressata anche dall’ala più intransigente della Cdu. «Per rendersene conto», ha scritto il settimanale tedesco di area di centrosinistra, basta sentir parlare un politico come Michael Fuchs, a detta del quale i tedeschi non capirebbero più nulla dell’Europa: «I cittadini mi chiedono sempre perché dobbiamo aiutare i greci, quando loro vanno in pensione a 57 anni e noi a 67. Difficile spiegarlo», ha allargato le braccia Fuchs.
A giochi fatti, il più inclemente verso l’accordo raggiunto è stata la Süddeutsche Zeitung, storico foglio progressista ma di orientamento liberale e per di più con sede a Monaco di Baviera, roccaforte della Cdu, sulle cui pagine la Merkel è stata dipinta come la Cancelliera che «vuol restare distesa e, nello stesso tempo, si mostra dura».
In una parola, troppo moscia: «Un tempo i tedeschi chiamavano la moneta “il nostro marco”, oggi nessuno dice “il nostro euro”. La Cancelliera non trasmette la fiducia di cui l’Europa ora ha bisogno. Un po’ di pathos, insomma, non guasterebbe», ha chiosato il quotidiano. «Poteva essere il momento di Frau Merkel. Invece, cercando a tutti i costi la quadratura del cerchio, non lo è stato».