Fregoli a Montecitorio

Marianna Venturini
29/09/2010

Dopo il Pd, Massimo Calearo lascia anche Rutelli e si avvicina al Pdl.

Fregoli a Montecitorio

Un dissacratore. Massimo Calearo Ciman è un personaggio sfaccettato, ma quello che colpisce, più dell’uomo, più del politico, più dell’industriale, è la tempra imprevedibile e spericolata.
Tutto fuorché istituzionale, l’imprenditore vicentino si è definito «un pollo ruspante», «uno spirito libero», «un Pierino», «felicemente divorziato». Veneto, venetissimo, a Vicenza è nato e a Vicenza c’è tutto il suo universo.
In politica è stato veltroniano, capolista del Partito democratico in Veneto, rutelliano, tra i fondatori dell’Api, ma non ha mai smesso di essere imprenditore, professione che gli riesce meglio. «Mi muovo in autonomia fisica e di pensiero», ha detto senza falsa modestia.

Primo ruolo pubblico come presidente degli industriali

Prima dell’esperienza tra i banchi di Montecitorio, Calearo si era cimentato con la fabbrica di famiglia, il gruppo che porta il suo nome e di cui è tuttora presidente.
Dal 2003 è cambiato tutto: Calearo è diventato presidente degli industriali vicentini e il suo ruolo pubblico ha iniziato a prendere forma. Così non ha stupito, l’anno successivo, la sua nomina a presidente di Federmeccanica, la federazione delle imprese metalmeccaniche, una carica che ha mantenuto fino al 2008, quando si dimise per accettare la candidatura politica del Partito democratico.
I sindacati che lo conoscevano bene e l’ex segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, lo definirono subito un falco di Confindustria. In effetti il suo animo rapace non l’ha mai nascosto negli appuntamenti pubblici, come quando al Meeting di Rimini del 2007 disse «Lo sciopero fiscale è uno choc, ma a mali estremi, estremi rimedi».
Poi ci fu l’incontro con Walter Veltroni, che credette in questo industriale del Nordest, così determinato a uscire dall’anonimato. In breve divenne l’homus novus del Pd, pronto a stare sotto i riflettori e provocare più di un mal di pancia all’interno del partito. Perché il Calearo democratico convinceva poco i colleghi e ancora meno gli osservatori esterni.

Da Parisi a Bindi, tutto il Pd contro di lui

All’indomani dell’annuncio della sua candidatura, nel marzo del 2008, attirò l’attenzione su di sé affermando dalla tribuna di Ballarò: «San Clemente Mastella ha fatto bene al Paese, perché ha fermato il governo e adesso c’è un partito come il Pd che ha un programma moderno». La frase provocò una mezza rivoluzione nella sede di Largo del Nazzareno.
Da Arturo Parisi a Rosy Bindi, gli esponenti del Pd si trovarono uniti contro l’istrionico candidato incapace di filtrare il suo pensiero in fumoso politichese. Le sue parole, infatti, sono sempre limpide, talmente dirette da far trasecolare i compagni di partito. Si è guadagnato l’appellativo di «leghista rosso» e non ha mai fatto nulla per frenare l’irruenza delle sue dichiarazioni.
Si diceva che come suoneria del cellulare avesse l’inno di Forza Italia e almeno su questo è sempre arrivata una secca smentita. In compenso durante la sua prima campagna elettorale le cronache riportarono la dichiarazione di non voto del padre, Alessio: «Sei grande e puoi fare quello che vuoi. Ma non pensare che io ti voti». Mentre la madre, Lucia Ciman, disse: «Mio figlio nel Pd? Uno choc».
Nel novembre 2009 ha smesso di fare il democratico e dopo la sconfitta di Dario Franceschini alle primarie del Pd, ha abbracciato l’avventura dell’Alleanza per l’Italia lanciata da Francesco Rutelli.

Come cadeaux un fazzoletto tricolore 

Look impeccabile e abiti sartoriali come sempre, per la prima uscita pubblica del partito centrista ha regalato un fazzoletto tricolore ai suoi colleghi per contrastare quello verde sfoggiato dai parlamentari della Lega nord.
Dopo poco ha creato Alleanza per il Veneto all’interno dell’Api, un soggetto autonomo e federato all’Api nazionale con un forte radicamento al Nordest. Per la nuova formazione l’imprenditore vicentino ha ringraziato «San Pier Luigi Bersani, che ci ha fatto un grande favore bocciando l’idea di un Partito democratico del nord».
Eccolo, il dissacratore Calearo, pronto a una nuova scelta di campo.
Così è stato. Martedì 28 settembre ha presentato le sue dimissioni dall’Api e ha annunciato l’adesione al gruppo misto della Camera insieme a un altro deputato centrista e cinque dissidenti dell’Udc. Del Pd ha detto: «È una minoranza perenne, destinata a perdere sempre».
Nonostante si sia smarcato, non ha voluto sciogliere la riserva sul suo voto in aula fino all’ultimo. «Sicuramente non voterò contro», ha detto, ma poi ha aggiunto di «essere indeciso se votare a favore della fiducia o se astenersi».
E ancora: «Se mi astengo è per fare un regalo a Veltroni, anche se oggi è il compleanno di Bersani…». Insomma, ha detto tutto per non dire nulla e intanto si è goduto le attenzioni che cronisti e colleghi d’aula gli hanno riservato per un giorno.
Il suo futuro potrebbe portarlo ancora più a destra nell’arco costituzionale, proprio lui che ai tempi del Pd vantava una seduta in parlamento «nel banco numero quattro, l’estrema sinistra dell’Aula», dove una volta c’era Rifondazione.
«Ho chiesto di stare lì», spiegò, «perché li ho mandati a casa. Sono fuori dal tempo».  Intanto lui, che il tempo non l’ha mai perso, non ha smesso di fare l’imprenditore nel weekend e il politico nel resto della settimana.