Frenata al federalismo

Gea Scancarello
03/02/2011

Non passa alla Bicamerale. Ma il consiglio dei ministri dà il via.

Frenata al federalismo

Smacco per la Lega che ha visto bocciare dalla Commissione bicamerale il provvedimento sul federalismo fiscale municipale.Il voto si è risolto in un pareggio: 15-15. E il provvedimento non è passato. Le opposizioni hanno quindi confermato il loro no all’ultimo testo proposto dall’esecutivo. Secondo il presidente della commissione, Enrico La Loggia, si tratterebbe di un parere respinto e dunque «non espresso». In questo caso la legge delega andrebbe incontro alla maggioranza perché all’articolo 2 stabilisce che «decorso il termine per l’espressione dei pareri i decreti possono essere comunque adottati».
Decisivo il voto contrario del senatore di Futuro e libertà, Mario Baldassarri (leggi l’intervista). L’emendamento presentato dal senatore del Pd, Walter Vitali, era stato respinto con 15 voti contrari, 14 i voti favorevoli e un’astensione, quella appunto di Baldassarri. Un atteggiamento, quello del senatore di Fli, che era stato interpretato come un segnale in vista del voto del 3 febbraio. Invece non è stato così: anche Baldassarri ha votato contro.
Nella serata del 3 febbraio, però, il Consiglio dei ministri ha approvato un nuovo decreto legislativo sul fisco comunale nella versione su cui la commissione Bilancio del Senato ha espresso parere favorevole, cioè con tutte le modifiche frutto dell’intesa con l’Anci (Associazione dei Comuni). Si attende ora il parere del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

L’aut aut della Lega

Il risultato del lungo colloquio tenutosi nella notte di mercoledì 2 febbraio tra i vertici della Lega Nord e il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi era stato un aut aut. «O si trova una maggioranza politica in commissione o si rischia di aprire la strada che porta al voto anticipato, altre soluzioni non esistono», era stata la posizione del Carroccio.
LE TRATTATIVE. Il meeting era necessario per fare il punto della situazione dopo le ultime due giornate di trattative condotte dal ministro Roberto Calderoli. E, soprattutto, per stabilire le mosse nel caso in commissione bicamerale si arrivasse nel voto alla parità tra maggioranza e opposizione: un esito che renderebbe nulli gli sforzi della Lega per una approvazione condivisa della riforma federale.
Bossi è stato chiaro con Berlusconi: «Se non ci sarà una maggioranza politica, il rischio delle elezioni è concreto». Un messaggio rivolto anche al premier: «Andiamo avanti insieme ma, come ripetiamo dallo scorso anno, il voto resta la soluzione migliore».

Fronte politico caldo, anzi caldissimo

Sempre il  2 febbraio Radio Padania ha riaperto i microfoni, dopo che era stata costretta a chiuderli per evitare di mandare in onda i vituperi contro Berlusconi nei giorni in cui era deflagrato il «caso Ruby». C’è ansia, e anche i radioascoltatori leghisti si sono chiesti: che succede, se non passa? Si è visto in nottata come la pensa Bossi, ma il giorno prima una risposta Roberto Maroni ce l’aveva, perfettamente coerente con quanto il ministro dell’Interno va ripetendo dal 14 dicembre, giorno in cui si votò la fiducia a Berlusconi: «Non so quanto dura, questo governo…». Perché non solo il presidente della Repubblica, ma anche e soprattutto la Lega non potrebbe accettare un federalismo, e per giunta solo municipale, varato per il rotto della cuffia.
GLI SFORZI DI CALDEROLI E LA LOGGIA. Si capisce dunque che non solo Calderoli, ma anche il presidente della bicameralina, il forzista Enrico La Loggia, abbiano davvero fatto di tutto e di più, accogliendo tutti gli emendamenti delle opposizioni, a partire proprio da quello su cui puntava Baldassarri, e che propone di redistribuire ai comuni un po’ del gettito Iva a partire dal 2014 quando verrà meno la compartecipazione del 2% all’Irpef.
Niente da fare: le opposizioni ringraziano, ma fanno sapere che il giudizio finale sul provvedimento è negativo. Pd, Idv, Udc e Fli ritengono che il federalismo, così come è concepito, aumenti le tasse. Il democratico Stefano Fassina le ha individuate: «L’aumento dell’addizionale comunale in sede di dichiarazione Irpef, l’introduzione della tassa di soggiorno e della nuova imposta di scopo». L’Imu, denunciano le opposizioni, è «una vera e propria mini-patrimoniale, sarà il doppio dell’Ici». Fassina dà a Calderoli del «facilone pericoloso», perché «tratta il federalismo come fossimo al mercato, scambia l’Irpef con l’Iva per raccattare qualche voto…». 

È scontro sul futuro del governo 

«Bisogna sciogliere le Camere e andare al voto al più presto», ha dichiarato il leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, dopo la notizia del pareggio in Commissione bicamerale. «È la presa d’atto», ha sottolineato il leader dell’Idv, «della inesistenza di una maggioranza in Parlamento adatta a fare le riforme, se non le leggi ad personam».
Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha chiesto a Berlusconi e a Bossi di fermarsi. «Un vero federalismo», ha affermato in una nota,  «è necessario e possibile. Quello che è stato respinto era un pasticcio. Adesso, ci si fermi. Non ci sono le condizioni né giuridiche, né politiche per andare avanti. Berlusconi e Bossi prendano atto della situazione. Si creino condizioni politiche nuove e si rifletta finalmente sulle proposte di un partito come il Pd, che ha le più forti e vere radici autonomiste».
EQUILIBRI IN COMMISSIONE. Un cambiamento se lo augura il presidente della Bicamerale sul federalismo, Enrico La Loggia: «In commissione la situazione è quella che è, ma va modificata, perché si è alterato il rapporto tra maggioranza e opposizione all’interno. Questa è una cosa che abbiamo già constatato da diversi mesi, forse è arrivato il momento di provvedere. Il Terzo Polo», ha sottolineato, «ha quattro rappresentanti, che mi sembrano sproporzionati».
L’esito del voto non porterà a una crisi di governo, secondo Gianni Alemanno, sindaco di Roma. «Però credo fermamente che a questo punto», ha detto, «sia necessario avviare un confronto politico sulla situazione all’interno del centrodestra».
«Il governo va avanti», ha affermato anche Denis Verdini, coordinatore del Pdl, lasciando Palazzo Grazioli, dove è stato organizzato un vertice tra Lega e Pdl dopo il voto.
BOSSI FRENA SULLE ELEZIONI ANTICIPATE.  Di fronte all’ipotesi di un pareggio, Umberto Bossi era stato chiaro: se non ci sarà «una maggioranza politica il rischio delle elezioni è concreto». Al termine di un lungo vertice con Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli, tenutosi alla fine del voto in Commissione, il Senatur ha liquidato i giornalisti con una battuta, prima di allontanarsi con Roberto Maroni: «Non penso ci sarà un ritorno immediato alle urne, vediamo prima come andrà il voto in aula».
L’AFFONDO DI FINI. «Il risultato», ha spiegato il presidente della Camera Gianfranco Fini, «non è la conseguenza delle singole appartenenze politiche ma di una valutazione del merito del provvedimento perchè forze politiche di opposizione che sempre hanno sostenuto una trasformazione in senso federale dello stato poi si sono trovate nella condizione obbligata di esprimere un diniego».