Fuga dall’Egitto

Redazione
15/12/2010

di Federica Zoja Non trova soluzione la vicenda dei profughi eritrei da circa un mese nelle mani di una banda...

Fuga dall’Egitto

di Federica Zoja

Non trova soluzione la vicenda dei profughi eritrei da circa un mese nelle mani di una banda di predoni beduini nel deserto del Sinai, a lungo sconosciuta alla stampa locale e internazionale.
Circa 250 persone, che si accingevano a entrare in Israele in modo clandestino, sono state sequestrate nel deserto roccioso dalla banda di Abu Khaled, un trafficante di esseri umani che gode di fama funesta nell’area di Rafah, sulla costa mediterranea della penisola del Sinai.
Da quel momento sono state spostate più volte, mentre i carcerieri hanno via via stabilito contatti con ong, associazioni per la difesa dei diritti umani, missionari e Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). L’unico governo a doversi interessare direttamente dell’episodio, quello egiziano, ha preso le distanze rifiutando di gestire la crisi o dichiarandosi impotente.
Il Parlamento europeo voterà il 16 dicembre una risoluzione per chiedere al Cairo di intensificare gli sforzi per salvare uomini, donne e bambini che rischiano di essere avviati al mercato della prostituzione, del traffico di organi o uccisi. Otto persone, fra cui due diaconi cristiani ortodossi, sono già state giustiziate davanti agli altri rapiti, a quanto comunicato da coloro ai quali è stato permesso di utilizzare il cellulare per raccontare a familiari e organizzazioni torture e orrore in diretta.

11 mila migranti entrati in Israele nel 2010

Il dramma degli eritrei sequestrati ha squarciato il velo dell’indifferenza sulle nuove rotte dell’immigrazione clandestina dal cuore del continente africano.
Nel corso del 2010, il flusso di migranti in ingresso in Israele dal confine con l’Egitto è cresciuto del 300%, fino a sfiorare le 700 unità a settimana nel mese di novembre, stando ai dati del ministero degli Interni israeliano: a fine 2009, 4.341 clandestini hanno fatto ingresso in Israele; 10.858, nei primi dieci mesi del 2010.
Un dato che Tel Aviv ha imputato alla brusca interruzione del corridoio migratorio più battuto fino a due anni fa, cioè quello che conduceva centinaia di migliaia di disperati africani in Europa attraverso il territorio libico, il Mar Mediterraneo e le coste italiane. L’accordo anti-immigrazione siglato da Tripoli e Roma e la pratica dei respingimenti hanno dirottato il flusso verso altre possibili vie di fuga.
Alcune cifre sul fenomeno: nei primi dieci mesi del 2010, sono arrivati in Europa via mare in modo clandestino 8 mila e 800 persone, contro le 32 mila dello stesso periodo del 2009; di questi sbarchi, il 75% si è verificato in Grecia, meno del 20% in Italia, il resto a Cipro e Malta. In parallelo, gli arrivi via terra in Grecia sono aumentati del 415% (da 7.574 a 38.992 persone). I dati riportati sono dell’Unhcr che ha evidenziato con allarme anche il crollo dei riconoscimenti di asilo: che arrivino via mare o via terra, solo l’1% dei clandestini richiedenti ha visto accolta la propria domanda dopo l’adozione da parte dei Paesi dell’Ue della pratica dei respingimenti. Erano il 50% nel 2008.

Il missionario: «Rapimenti in crescita»

Dal Cairo, dove lavora con la comunità dei rifugiati africani, un missionario comboniano, che ha chiesto di rimanere anonimo «per non compromettere il lavoro paziente di anni» in un Paese a maggioranza musulmana, ha accettato di raccontare a Lettera43.it il contesto del rapimento.
«Non è la prima volta che dei clandestini sono stati intercettati e rapiti dai beduini, è già successo» ha spiegato «ma questa volta è preoccupante il numero di rapiti. E il passaggio continuo di quelle povere persone da una banda all’altra».
Le cifre richieste per il rilascio sono più alte del solito, «migliaia di dollari per ciascun sequestrato», ha confermato il missionario, «fino ad arrivare a 8 mila». Il religioso ha confermato l’intensificarsi del flusso migratorio riversatosi sul Nord Africa orientale nell’ultimo biennio: «Sudanesi, eritrei, etiopi e altri gruppi minoritari rimangono nella capitale egiziana nell’attesa dello status di rifugiato Onu e del trasferimento in Australia, negli Stati Uniti, nel Nord Europa».
Ma quando l’attesa diventa limbo di anni, «perché solo poche centinaia di persone sono accettate», molti riprendono il cammino «verso il Sinai perché l’altra strada, quella libica, è ormai sbarrata». Fra coloro che al momento risiedono in Egitto, secondo le stime Onu, ci sono quasi 4 milioni di sudanesi (il gruppo più consistente): di questi, i rifugiati regolari sono poche centinaia di migliaia.
Gli altri «sono ammassati nelle periferie, non lavorano, non studiano, non sanno come vivere». «Noi cerchiamo di aiutarli», ha detto il comboniano, «ma riusciamo a sostenerne solo una minima parte». Molti di questi sono invisibili, privi di qualsiasi diritto. Possibili prede di trafficanti di esseri umani.

Barriere sul confine: 300 km di filo spinato

Le autorità egiziane sostengono di non sapere dove si trovino rapitori e rapiti. La città di Rafah (70 mila abitanti), capoluogo del Sinai settentrionale vicino al quale sono stati detenuti gli immigrati in un primo momento, secondo ong e Unhcr, si trova in un’area altamente militarizzata, a ridosso del confine con la Striscia di Gaza.
In questo lembo di terra, una prima barriera, che scende in profondità per otto metri, è stata eretta per bloccare il contrabbando attraverso i tunnel sotterranei fra la parte egiziana di Rafah e quella palestinese. Una seconda è in costruzione poco più a Sud per porre fine, appunto, all’immigrazione clandestina verso Israele.
In tutto, 300 km di cemento, filo spinato, elettrificazioni, telecamere, oltre a controllo satellitare e dispiegamento di uomini sui diversi fronti.
Il transito quotidiano di centinaia di persone e, ancor di più, lo spostamento forzato di 250 profughi scortati da uomini armati, possono passare inosservati solo grazie alla complicità della polizia locale che si è ostinata a ribadire di non sapere dove si trovi il gruppo. Eppure, l’ong internazionale EveryOne ha denunciato la presenza di 150 ostaggi vicino a Rafah e di altri 100 nel deserto.
Dopo la strage di migranti sudanesi nel dicembre 2004, quando le forze di sicurezza cairote dispersero con la forza 3 mila persone che manifestavano in modo pacifico di fronte alla sede Unhcr (28 le vittime), ora si teme che agli agenti egiziani, oggi come allora, sia data di nuovo carta bianca: non tanto per liberare i profughi rapiti, ma per respingerli verso Israele o abbandonarli nel deserto pur di evitare di essere costretti ad accoglierli.