Alessia Cerantola

Fukushima, mamme in guerra

Fukushima, mamme in guerra

23 Giugno 2011 11.43
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da Tokyo

Subito dopo l’esplosione del secondo reattore nucleare della centrale di Fukushima, i primi a reagire per far fronte al pericolo delle radiazioni non furono né il governo né gli esperti dell’agenzia elettrica Tepco.
Lo scorso 15 marzo nei corridoi delle stazioni della capitale e nelle sale dell’aeroporto di Haneda, a Tokyo, si vedevano solo madri con i loro figli in corsa per prendere il primo treno o il primo aereo per raggiungere il Kansai, la zona centrale dell’arcipelago giapponese.
IL CONTROLLO DEI DATI. Oggi queste donne convivono con la preoccupazione delle radiazioni e si stanno organizzando in associazioni per salvaguardare la salute e il futuro dei propri figli.
Non fidandosi più delle misurazioni ufficiali, i cittadini hanno cominciato a riunirsi per comprare contatori geiger nei negozi di elettronica, o sempre più spesso online con i quali confrontare i risultati dei rilevamenti tra loro.

Prelievi quotidiani inviati a centri indipendenti e privati

Secondo un sondaggio commissionato a giugno da Aera, il settimanale del quotidiano Asahi Shimbun, il 98% delle mamme delle prefetture di Saitama, Chiba, Tokyo e Kanagawa, ha risposto di essere seriamente preoccupato per le conseguenze delle radiazioni sulla salute dei propri figli. Il 76% fa attenzione ai prodotti agricoli e ittici che acquista, e il 69% non fa bere loro acqua del rubinetto.
Nel distretto di Ota, a sud di Tokyo, è nato un gruppo di genitori, in prevalenza donne, che ha come obiettivo proprio la tutela dei bambini. Misurano ogni giorno il livello di radiazioni, controllano la provenienza dei prodotti alimentari dei negozi e fanno prelievi di campioni di terra. Poi spediscono il tutto a centri di ricerca privati e aspettano i risultati.
Quella di Ota non è l’unica iniziativa. Nei 23 distretti di Tokyo esistono altre associazioni simili.
A CACCIA DI INFORMAZIONI. A Setagaya, per esempio, un’organizzazione no profit nata il 5 giugno scorso ha organizzato per gli abitanti della zona un seminario di prevenzione contro le radiazioni, a cui hanno partecipato più di 160 persone. «Dovremmo andarcene da Tokyo?», ha chiesto una madre. «Io arrivo da Fukushima, ma mio marito è rimasto a Koriyama, nella prefettura di Fukushima. Passeranno decenni prima di poter tornare a vivere lì. Che ne sarà di mio figlio e della generazione futura? Dobbiamo alzare la voce tutte assieme e farci sentire». Alla riunione si è parlato anche della possibilità di rientrare nelle città evacuate vicino ai reattori, ma per ora la paura di ammalarsi è più forte.
A Urayasu, una città nella prefettura di Chiba, a maggio è stata fondata l’associazione Shirotsumekasa (Trifoglio bianco). Le associate hanno raccolto i soldi per comprare un contatore geiger di produzione tedesca da 250 mila yen (2.100 euro). Ogni giorno fanno misurazioni all’interno della città.
LA GUERRA INVISIBILE. Perché sono proprio le madri in prima linea in questo momento? «Fin dall’antichità», ha spiegato la responsabile del gruppo Yukiko Watanabe, «sono state loro a farsi sentire per prime in caso di emergenza. È sempre stato così».
La battaglia delle donne giapponesi per il futuro dei propri figli, ha concluso Aera, è una «guerra invisibile» che non sono disposte a perdere.

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