Il futuro della Siria resta un’incognita a tinte fosche

Il Paese rimane spaccato, oltre il 40% del territorio non è controllato da Damasco, e rischia di rimanere schiacciato dagli interessi degli Stati stranieri.

16 Luglio 2019 16.06
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Quanto tempo dovrà ancora passare per rivedere una Siria finalmente nel solco di un processo di stabilizzazione-pacificazione?

È un quesito che rischia di risultare tristemente retorico perché privo di una risposta degna di questo nome mentre le statistiche della guerra che la sta sconvolgendo da oltre otto anni ci consegnano uno spaventoso bilancio di mezzo milione di morti, migliaia di sfollati all’interno e fuori del Paese, di cui circa tre in Turchia, e di un’impressionante catasta di distruzioni e di un territorio che per il 40% è ancora fuori dal controllo del governo di Bashar al Assad.

Il 40% del territorio siriano è ancora guori dal controllo di Bashar

E ciò malgrado il sostegno militare ricevuto a partire dal 2015 dalla Russia col complemento dell’Iran e del suo sodale libanese, Hezbollah, che ha consentito al governo di Damasco di evitare il peggio e cominciare la riconquista del territorio perduto. Si è trattato di una riconquista che ha segnato alcuni punti a suo favore anche se al prezzo di una relativa dipendenza politico-militare dai suoi sponsor che in ogni caso non sono riusciti, dopo ben quattro anni, a sciogliere due nodi principali: la ripresa del controllo sia del Nord-Ovest con epicentro nell’area di Idlib sia del territorio ad Est e Nord-Est dell’Eufrate nel quale è l’alleanza curdo-americana ad essere dominante.

L’OFFENSIVA DI AL BASHAR NON HA SPEZZATO LA RESISTENZA

Nell’apparente indifferenza della diplomazia internazionale è iniziata da oltre due mesi la tanto temuta offensiva del regime di Damasco per riconquistare Idlib, divenuta col tempo l’ultima roccaforte delle forze di opposizione tra le quali prevalgono le milizie riconducibili ad al-Qaeda e ad altri gruppi estremisti. Si è trattato di un’offensiva che continua con particolare virulenza e che ha fatto registrare dei risvolti davvero odiosi nella misura in cui ha comportato anche attacchi diretti contro ospedali e scuole e in definitiva dei bersagli civili. Ma nonostante la loro pesantezza non si può certo dire che il regime di Damasco e il suo alleato russo siano riusciti a spezzare la resistenza delle forze di opposizione che, anzi, hanno loro inflitto non poche perdite, ponendo in evidenza i limiti di questa offensiva a fronte di milizie che sanno di non avere più vie di fuga se non quella di una resa, evidentemente considerata come inaccettabile.

RUSSIA, TURCHIA E IRAN VANNO IN ORDINE SPARSO

Tutto ciò nel contesto di un’alterazione delle posizioni dei principali sponsor, a cominciare dal conclamato fallimento del cessate il fuoco concordato tra Mosca e Ankara nel settembre del 2018 e dalla conseguente decisione di Damasco di rompere gli indugi e dare corso a un piano di attacchi che per il momento almeno sono stati finalizzati alla riapertura delle vie di comunicazione più importanti. Come già accennato, l’operazione è peraltro riuscita solo in parte mentre è risultato piuttosto elevato il bilancio in termini di morti (2443) di feriti (circa il doppio), e di villaggi distrutti e di sfollati (oltre 300 mila) affollatisi a ridosso del confine turco.

Alcuni profughi siriani (foto di Nazeer Al-khatib/Afp-LaPresse).

Ed è anche la prospettiva di dover far fronte a una vera e propria ondata di profughi che ha indotto Ankara a opporsi in qualche modo al regime di Damasco e a prendere le difese degli oppositori che non è riuscita a controllare. Rischiando con ciò anche un’incrinatura dei rapporti con Mosca che tuttavia conta ancora sulla possibilità di un rinnovato cessate il fuoco, mentre l’Iran si è tenuto piuttosto da parte non ritenendo quell’area di particolare rilevanza strategica, diversamente da quelle confinanti con l’Iraq e il Libano. Interessante osservare che proprio la scarsa efficacia dell’offensiva del regime di Damasco sta favorendo la proposta di Ankara di ospitare un nuovo vertice russo-iraniano-turco per discutere del futuro della Siria e in particolare delle prospettive riguardanti Idlib dove comunque vivono circa 3 milioni di persone.

LE TENSIONI SUL FRONTE CURDO

Quanto al secondo nodo, quello riguardante l’area a Est e Nord-Est dell’Eufrate, mentre è chiaro il disegno di Ankara di impedire a ogni costo la nascita di una enclave curda al suo confine – considerata una minaccia letale per la sicurezza del Paese – è tutt’altro che chiaro come possa riuscirci non solo e non tanto contro le rivendicazioni sovrane del regime di Damasco, quanto e soprattutto, al momento almeno, contro la coalizione curdo-araba alleata degli Usa. Un pesante velo copre infatti il seguito riservato da Washington all’annuncio del ritiro delle proprie truppe risalente al dicembre dello scorso anno – ancora relativamente modesto pare – mentre appaiono concretizzarsi le risposte positive di alcuni Paesi occidentali alla richiesta americana di invio di loro contingenti in sostituzione ovvero in aggiunta al proprio per completare la bonifica dell’Isis dal territorio siriano.

La distruzione nelle stare di Ariha, città nel Sud della Siria (foto di Muhammad Haj KadourAfp-LaPresse).

A fronte del diniego opposto da Berlino, risulterebbe infatti confermato l’arrivo di militari francesi e inglesi mentre non si esclude che anche altri Stati (tra i quali si menziona pure l’Italia) facciano altrettanto. Ne è una riprova la denuncia relativa ai “piani occidentali” di inviare altre truppe sul suolo siriano di cui si è fatto portavoce il vice-ministro degli esteri di Damasco Faisal al-Miqdad, ammonendo che essi non avranno successo perché il governo è ben determinato a difendere con tutte le sue forze la sovranità e l’integrità territoriale della Siria.

LA SIRIA SEMPRE PIÙ IN BALIA DI STATI STRANIERI

Resta il fatto che dopo tanti anni la Siria risulti in parte oggetto di un’influenza/dipendenza di Russia e Iran (più Hezbollah) e nella parte restante oggetto di controlli esterni che vanno dalla Turchia agli Usa, passando attraverso le irriducibili forze di opposizione (sostenute in qualche modo da Ankara) tra le quali fa premio Hayat Tahrir al-Sham (Hts) coalizione di derivazione Al Qaeda. Insomma un ben puzzle di interferenze che contraddicono platealmente la conclamata volontà di tutti di salvaguardare la pre-citata sovranità e integrità territoriale della Siria.

LA COMMISSIONE PER LA FUTURA COSTITUZIONE SIRIANA È IN ALTO MARE

Non stupisce in tale contesto di impotenza/non volontà dei protagonisti della vicenda siriana, le difficoltà che ancora accompagnano, dopo ben 17 mesi, la formazione della Commissione – e relativo meccanismo di funzionamento – che dovrebbe stilare la futura Costituzione siriana. Ne hanno discusso nei giorni scorsi lo stesso Bashar al Assad, Alexander Lavrentiev, l’inviato speciale di Vladimir Putin per la Siria, e Sergey Vershinin, il viceministro degli Esteri russo, per convenire sulla necessità di continuare a lavorare su questo fondamentale dossier. Alla stessa, magra, conclusione erano giunti del resto pochi giorni prima anche Walid al-Moallem, il ministro degli Esteri siriano, e Geir Pedersen, l’inviato delle Nazioni Unite. Ci vorrà ancora del tempo, dunque, per appianare le differenze che ancora dividono governo, opposizione e Nazioni Unite, a ciascuno dei quali spetta la scelta dei rispettivi 50 membri. Su questo sfondo, già di per sé piuttosto complesso, si staglia un’ulteriore incognita dalle ripercussioni potenzialmente dirompenti: la reazione dell’amministrazione americana all’arrivo in Turchia degli S-400 russi.

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