G2, il business è servito

Gea Scancarello
19/01/2011

I colossi Usa si schierano con Obama e affrontano la Cina.

G2, il business è servito

Per preparare l’impatto con l’America e spianare la strada ai colloqui di mercoledì 19 gennaio, il presidente Hu Jintao si è affidato alle immagini. In Cina si chiama propaganda; a New York, con meno enfasi, pubblicità.
Sui maxi schermi di Times Square, il centro della Manhattan che pulsa di affari e quattrini,  ecco gli spot del Dragone in versione pop: dalla stella della Nba Yao Ming alle modelle asiatiche che calcano le passarelle della moda, passando per il magnate del web Jack Ma.
È il volto buono della Cina, quella che non fa paura. Un tentativo di smarcarsi dalla fama di gigante solo business e militari per avvicinarsi ai modelli culturali statunitensi, conquistandone la gente. Strategia accorta: secondo uno studio dell’autorevole centro Pew Research, il 65% degli americani considera i cinesi avversari, ma il 58% riconosce che sia necessario costruire relazioni stabili con loro.

Business e politica in prima linea

Lo sanno soprattutto gli uomini di impresa, disposti a mettere da parte l’orgoglio pur di guadagnare un posto al tavolo del presidente Jintao, alla prima visita ufficiale a Washington dal 2006.
A partire da Steve Ballmer, numero uno del colosso Microsoft, che dall’alfabetizzazione digitale di 1 miliardo di asiatici potrebbe fare una fortuna. Ma anche Lloyd Blankfein, chief executive officer di Goldman Sachs, e Paul Otellini, a capo di Intel. E pure Muhtar Kent e Aris Candris, amministratori delegati rispettivamente di Coca Cola e del gigante dell’energia Westinghouse Electric.
Non tutti arrivano per omaggiare; molti hanno in primis qualcosa da chiedere.
STRATEGIA RINNOVATA. Segno che qualcosa, nella strategia con cui gli States affrontano la Cina, è cambiato. «Nonostante la piacevole retorica che circonda la visita, l’amministrazione Obama ha acquisito consapevolezza dei limiti della cooperazione», ha commentato Daniel Kliman, funzionario del Centro per la sicurezza americana. «Le buone intenzioni con i cinesi non servono, è tempo di un approccio più deciso».
Dati per scontati sorrisi e cortesie, che alla corte di Obama non mancano mai, il presidente ha insomma smesso di fare favori gratis.
Per la prima volta in molti anni, in America l’allineamento tra politica e business è totale. I grandi capi d’azienda sono al fianco della Casa Bianca, pronti a battersi per l’ultimo baluardo: la Cina abbandoni il protezionismo dei mercati e imbocchi la via della libera concorrenza. La presa di posizione è dura, ma dettata da condizioni che, per le big company, non sono più sostenibili.

«Pechino apra il mercato, o ce ne andiamo»

Non solo i cinesi hanno copiato dall’America giocattoli, tecnologia e tessuti, imparando a produrli uguali e a minor costo. Non solo hanno inondato i mercati, cancellando ogni reale possibilità di concorrenza e mantenendo il renmimbi molto basso. Da ultimo hanno anche messo in campo un sistema di sussidi sociali, sgravi fiscali e controlli amministrativi che rendono difficilissimo per le imprese straniere ritagliarsi una nicchia all’interno del Paese.
Nel frattempo quelle domestiche crescono a ritmi spaventosi, forti delle richieste del più grande numero di consumatori del mondo. Contribuendo così a sbilanciare gli equilibri economici del G2 verso la sponda asiatica.
GLI USA PRONTI A LASCIARE. Che gli americani facciano sul serio lo dimostrano le scelte di alcuni colossi. Google, per citare il più noto. Dopo anni trascorsi piegandosi alla censura cinese, il colosso di Mountain View ha deciso spostarsi a Hong Kong  nel marzo scorso, spiazzando tutti. Molti potrebbero seguirne le orme, almeno stando alla Camera di commercio americana a Pechino.
Se è vero che in ballo ci sono grossi affari per le imprese a stelle e strisce, l’altro lato della medaglia è la possibilità dei cinesi di succhiarne il know how. Fondamentale per fare il salto di qualità di cui l’industria cinese ha bisogno.
Anche agli americani, insomma, è rimasta qualche arma, non solo dialettica. E i capi impresa al fianco di Obama si preparano a tirarla fuori, lasciando al presidente il compito di indorare la pillola con la retorica di alto livello di cui è sommo maestro.
IL SOGNO DI JINTAO. Quale sarà la reazione di Jintao non è dato sapere: finora i cinesi si sono mostrati piuttosto impermeabili alle recriminazioni del resto del mondo. Una prova è stato il rifiuto a parlare di diritti umani o del premio Nobel Liu Xiaobo, con l’Occidente costretto a un imbarazzato silenzio.
Ma il presidente Hu sta per lasciare l’incarico: fra un anno gli succederà il delfino Xi Jinping. Il desiderio di passare alla storia come l’uomo della rivoluzione industriale cinese potrebbe spingerlo a insperate aperture.