G2, la cena del fallimento

Redazione
20/01/2011

di Alessandro Carlini Si dice che a tavola si stringano gli accordi migliori. Ma non è sempre così. Il grande...

G2, la cena del fallimento

di Alessandro Carlini

Si dice che a tavola si stringano gli accordi migliori. Ma non è sempre così.
Il grande gala che si è tenuto il 19 gennaio a Washington in occasione della visita del presidente cinese Hu Jintao non sembra infatti aver portato grandi risultati. Se non a far gustare al presidente cinese le delizie della cucina americana: aragosta del Maine con carote e funghi, sorbetto al limone, bistecca ‘rib eye’ con cipolle, patate e crema di spinaci.
NULLA DI FATTO. Ma a parte questo, come ha fatto notare il Daily Beast, non è stato raggiunto nessun un accordo significativo tra i due commensali.
Da parte cinese ci sono state pochissime concessioni. Del resto lo scopo della visita è esattamente quello di cedere meno terreno possibile, soprattutto sul fronte economico, dove Pechino vanta una certa superiorità che gli deriva non solo dai soldi che investe e investirà nell’economia americana, ma soprattutto dalla forza rappresentata dalla crescita del Pil a due cifre, a differenza di quello americano che procede a rilento.

Svalutare lo yuan? No, grazie

Dall’altra parte del tavolo, Barack Obama era impegnato nel difficile e doppio compito di favorire gli investimenti americani del Dragone e, al contempo, di discutere di politica economica e monetaria internazionale. Tradotto: dollaro e yuan.
Argomenti bollenti. Tanto che, nei giorni scorsi, i funzionari americani avevano addirittura pensato di cancellare la cena, per evitare momenti di tensione. Non solo, nel cerimoniale è rimasto in dubbio fino all’ultimo se inserire il comunicato congiunto.
Ma il nodo saliente della diatriba fra Pechino e Washington non è stato toccato. La richiesta di Obama di correggere il corso dello yuan, che deve essere, secondo Washington, svalutato, è stata rispedita al mittente.
Anche su altri importanti punti non si è raggiunto in pratica alcun accordo, a partire dalla difesa della proprietà intellettuale che gli Stati Uniti rivendicano sui loro prodotti per evitare la continua contraffazione da parte delle fabbriche cinesi.

Obama forte in politica internazionale

Obama si è potuto riprendere solo quando il discorso è virato sulla politica internazionale. Solo in questo caso ha potuto mostrare i muscoli delle sue forze armate, che restano superiori a quelle cinesi.
E i ruoli si sono invertiti. Sulla questione delle armi vendute dagli Usa a Taiwan, Obama ha assicurato che l’America continuerà a fornirle per permettere la difesa dell’isola che Pechino rivendica come parte del suo territorio.
SOLO PAROLE SUI DIRITTI CIVILI. Anche sulla difesa dei diritti civili, nodo dolente dei cinesi, gli Usa sono passati all’attacco, ma con moderazione. Obama non ha voluto mettere troppa pressione ai cinesi, consapevole dell’impermeabilità del governo di Pechino alle critiche. Sulla non proliferazione nucleare in Corea del Nord e Iran, la Cina ha dato la propria disponibilità ad aiutare la comunità internazionale ma senza mostrare un particolare entusiasmo.
Alla fine di questo braccio di ferro non ci sono stati né vincitori né vinti. Anche se la determinazione di Obama nel non cedere ai cinesi su molti punti potrebbe rafforzare ulteriormente la sua popolarità in patria.