Quello che non torna sui carabinieri assediati da Hamas a Gaza

16 Gennaio 2019 18.00
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È sempre bene quel che finisce bene, e con i tre carabinieri accerchiati da Hamas in una sede dell'Onu a Gaza city non poteva che finire così. Sono italiani, si è appurato in lunghe verifiche, e gli italiani sono sempre i benvenuti. You are welcome, ti dicono in Medio Oriente anche ai posti di blocco, una volta letto il passaporto. Sarebbe andata così anche il 14 gennaio 2019, se il mezzo blindato entrato nella Striscia di Gaza con dei connazionali del consolato di Gerusalemme si fosse arrestato al check-point, anziché sgommare via facendo scattare l'allarme rosso tra i presidi di Fatah e Hamas. Sparsi ovunque dopo la sparatoria del novembre 2018, proprio a un check-point, tra le brigate al Qassam di Hamas e un commando di israeliani in missione sotto copertura.

DA CHIARIRE COME, PERCHÉ E ANCHE CHI

Due mesi fa morirono un colonnello israeliano e sei miliziani palestinesi, incluso un alto ufficiale di Hamas. Seguirono 500 tra razzi e mortai in rappreseglia contro Israele da Hamas e jihad islamica, la peggiore crisi dall'ultima guerra contro Gaza del 2014. Proprio sul perché quel mezzo non si sia fermato ai controlli ruota la strana storia dei carabinieri asserragliati per oltre 24 ore negli uffici dell'Unesco a Gaza e poi finalmente lasciati uscire. Per dovere di cronaca e obiettività, occorre segnalare che diversi aspetti della vicenda restano nell'ombra, a partire dalle motivazioni del viaggio che hanno spinto i funzionari italiani a un modus operandi così rischioso, dopo l'episodio di due mesi fa. Ma anche il numero dei carabinieri intercettati resta incerto, come altri risvolti.

1. PERCHÉ IL RIFIUTO ALLO STOP?

Il rifiuto a fermarsi all'alt, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe scaturito dalla vista di miliziani non chiaramente identificabili. Ma è possibile? I posti di blocco sono molto diffusi a Gaza e i controlli dei documenti e dei mezzi sono più che mai sistematici: l'allerta è massima dallo scontro del 12 novembre al check-point di Nour Barake. Dal materiale rinvenuto risultò che 15 agenti israeliani intercettati si muovevano in incognito nella Striscia, per installare microspie sulle linee telefoniche di Hamas. Al passaggio del mezzo blindato con gli italiani, si è di conseguenza sospettata un'altra missione israeliana coperta.

2. DAVVERO ERANO IN TRE E MILITARI?

Contatti tra la diplomazia italiana e i vertici di Hamas (si è parlato di un incontro con il capo Ismail Haniyeh e l'ambasciatore in Israele Gianluigi Benedetti, smentito dalla Farnesina) hanno chiarito la nazionalità italiana, non israeliana e neanche italo-israeliana, dei fermati che per Hamas avrebbero potuto anche essere «unità speciali israeliane con passaporti diplomatici europei». Anche le armi dei carabinieri sarebbero state ispezionate dai palestinesi e infine giudicate non sospette. Ma resta il dubbio se fossero tre i militari italiani, secondo diverse fonti, sulla trentina. O quattro, come ha scritto anche lo spesso bene informato Jerusalem Post, che non riporta di «guardie di sicurezza» ma di «quattro civili parte di un team diplomatico».

3. UNA VISITA UFFICIALE NON TRACCIATA?

Il gruppo armato di italiani, del nucleo scorte del consolato, sarebbe stato nella Striscia per una ricognizione, in vista della visita dell'ambasciatore Benedetti in un monastero cristiano nella Striscia. Da altre fonti, gli italiani sarebbero stati «in missione ufficiale per ispezionare un sito archeologico». Il modus operandi apre comunque altri interrogativi: il consolato italiano a Gerusalemme è sì competente anche per i rapporti con la Palestina, sia in Cisgiordania sia nella Striscia dove entra a volte il personale diplomatico. Appunto perciò, anche per ragioni di sicurezza, esistono canali ufficiosi tra i funzionari italiani e le controparti di Hamas, nonostante anche dall'Ue gli islamisti al potere a Gaza siano classificati organizzazione terroristica. Di quel viaggio Hamas avrebbe dovuto insomma avere informazione.

4. SPARATORIA O SOLO INSEGUIMENTO?

Il ministero dell'Interno controllato da Hamas ha dichiarato che «per coincidenza nella stessa zona dove viaggiava il mezzo degli italiani il 14 gennaio 2019 c'era stata una sparatoria». Le indagini sarebbero scattate anche per sospette «connessioni con l'episodio», poi «chiaramente escluse». Sempre Hamas ha smentito che contro il veicolo, contrariamente a indiscrezioni di fonti palestinesi, sia stato aperto il fuoco. I miliziani si sarebbero limitati a inseguirlo, fino alla sede dell'agenzia dell'Onu che è molto vicina al check-point ignorato.

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