Barbara Ciolli

Un anno di Grande marcia a Gaza

Un anno di Grande marcia a Gaza

30 Marzo 2019 08.00
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Il rapporto delle Nazioni Unite del febbraio 2019 con le accuse di crimini contro l'umanità a Israele durante le manifestazioni nella Striscia di Gaza è la spinta per la società civile palestinese a continuare la protesta alla frontiera, così come la frustrazione lo è per la popolazione. Ricorre il 30 marzo 2019 un anno dall'inizio della Grande marcia per il ritorno che resta, come ha appurato Palazzo di Vetro, la più grande mobilitazione pacifica e spontanea mai organizzata nella Striscia, sebbene col tempo la portata si sia affievolita. Non poteva essere altrimenti, con la repressione messa in atto da Israele, che negli ultimi numeri dell'Onu ha provocato 195 morti e quasi 29 mila feriti. L'acme è stata la dimostrazione del 14 maggio, per l'anniversario dell'invasione israeliana del 1948 che per i palestinesi è la Nakba, la catastrofe, e che nel 2018 è coincisa non casualmente con il trasferimento di Donald Trump dell'ambasciata degli Usa a Gerusalemme.

LA STRAGE DELLA NAKBA DEL 2018

La strage per la Nakba di almeno 58 morti e di oltre 2400 feriti – 770 per arma da fuoco – nella ricorrenza che, per la rete di organizzatori, doveva simbolicamente chiudere la marcia, ha reso inevitabile proseguirla. Era iniziata il 30 marzo nel Giorno della terra in ricordo dei dimostranti uccisi nel 1976 mentre chiedevano di tornare nelle terre confiscate, è montata fino alla giornata nera del 14 maggio. Da allora i partecipanti si sono diradati, le famiglie con i feriti da curare hanno mandato a contrattaccare gli uomini con i pochi mezzi aggressivi a loro disposizione: sassi, bottiglie molotov, si sono inventati aquiloni incendiari lanciati oltre la barriera spinata. Ed è ripreso il tira e molla dei razzi di Hamas contro Israele, culminati con il missile caduto a Tel Aviv. La drammatica crisi economica, aggravata anche dallo stop di Trump ai finanziamenti all'Agenzia dell'Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa) indispensabili per scuole e ospedali della Striscia, non ha aiutato.

Il sostegno anche di Hamas non ha cambiato la natura pacifica della manifestazione

UN MILIONE PER L'ANNIVERSARIO

Le equipe a Gaza di Medici senza frontiere (Msf) denunciano un «bilancio umano disastroso» durante l'anno della Grande marcia: «Oltre 6500 feriti da spari dell'esercito abbandonati a loro stessi», lesioni «gravi e complesse specialmente alle gambe, amputazioni e disabilità motorie a vita». Spesso si è operato tardi o si deve ancora operare: nonostante gli sforzi, triplicati quelli di Msf le capacità restano insufficienti alle richieste. E intanto anche le rappresaglie di Israele e i vincoli delle tregue temporanee con Hamas frenano la mobilitazione. Ci sarebbero mille motivi per interrompere la Grande marcia, invece un milione di gazawi – sui 2 milioni di abitanti della Striscia – è richiamato il 30 marzo 2019 al confine con Israele da tutte le associazioni politiche e sociali di Gaza. La commissione di inchiesta dell'Onu che ha smontato la versione di Israele sulle «proteste violente organizzate dai terroristi Hamas» è ossigeno per la popolazione della Striscia.

CECCHINI SCHIERATI CONTRO I CIVILI

Come dopo il 14 maggio bisogna andare avanti. Il rapporto delle Nazioni Unite, «teatro dell'assurdo» per Israele, evidenzia come l'appoggio e il sostegno logistico di Hamas, coinvolta nell'Alta commissione per le proteste, non abbia mai alterato il «carattere civile della Grande marcia». Dal 30 marzo al 15 maggio, prima della «reazione sproporzionata» di Israele, non erano stati d'altronde stati sparati razzi e vigeva un'insolita pax, nonostante alla frontiera si contassero già diversi morti e feriti. Per l'Onu il contesto della Grande marcia del ritorno non è mai stato di «attacco terroristico» come sostiene Israele e non si può di conseguenza giustificare lo schieramento di cecchini lungo la frontiera e la loro risposta militare sui civili. La commissione indipendente di Palazzo di Vetro ha trovato «ragionevoli motivi per credere che le forze di sicurezza israeliane abbiano commesso gravi violazioni dei diritti umani e della legge umanitaria internazionale».

L'ONU SMENTISCE ISRAELE

Nelle proteste sono morti 41 bambini. Un quarto dei feriti è per proiettili veri, 150 di loro sono rimasti paralizzati. Un bambino di 2 anni è rimasto gravemente colpito alla testa, una donna di 71 anni è stata gambizzata. Hanno perso la vita disabili, assistenti medici e umanitari, fotografi e giornalisti sul posto a documentare. Una la vittima israeliana. Dalle indagini dell'Onu i cecchini hanno colpito civili disarmati, in gran parte identificati, e continuano a farlo: non c'è alcun elemento per credere alla tesi dei «raduni terroristici violenti e bene organizzati», tutta la comunità internazionale ha preso le distanze da Israele sulla Grande marcia, ma Israele non cambia le regole di ingaggio per i militari schierati, men che meno durante la campagna delle elezioni del 9 aprile 2019. Parecchie famiglie di Gaza hanno smesso di portare anziani e bambini alla frontiera, sebbene diverse di loro, anche con morti e feriti, non desistano nell'impegno politico e sociale.

CONTRO HAMAS E L'ANP

Hamas non è al centro dell'iniziativa perché la società di Gaza cerca il cambiamento: questa primavera nella Striscia si è protestato contro Hamas per le gravi condizioni di vita. Si contestano l'autoritarismo, la corruzione, il lusso dei leader in spregio alla miseria circostante, che in misura ridotta è in Cisgiordania anche il sentimento verso l'Anp di Abu Mazen. C'è fermento tra i palestinesi per rompere il duopolio Hamas-Fatah: se a Ramallah la sinistra alternativa si è coalizzata e vorrebbe finalmente votare, a Gaza anche l'avvocato Salah Abdel Ati, tra gli organizzatori della Grande marcia, chiede un «ritorno all'Olp». Durante un tour europeo, a febbraio ha raccontato al Manifesto che le «ong, movimenti giovanili, società civile, leader politici, organizzazioni di donne» riunite per lanciare la marcia puntano alla «resistenza popolare». Un anno fa il 30 marzo erano un milione, tanti vogliono tornare.

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