Barbara Ciolli

Cosa c'è dietro il cambio di strategia di Hamas

Cosa c’è dietro il cambio di strategia di Hamas

04 Ottobre 2018 16.35
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C'è una grande verità nell'altalena di bugie del leader politico e militare di Hamas Yahya Sinwar. La scorsa primavera, il capo dal 2017 degli estremisti islamici che controllano la Striscia di Gaza, tra i fondatori del suo apparato di sicurezza, ha esortato la popolazione alla «resistenza popolare e pacifica», una settimana dopo averla spinta con veemenza al martirio. Ora nel mezzo dei soliti inconcludenti negoziati e delle sanguinose proteste della Grande marcia del ritorno, lungo la barriera con Israele, giura «non volere più guerre». Ma è vero, come afferma, che «nella situazione attuale, un'esplosione è inevitabile» ed è ancora più vero che con un'altra guerra non si risolverà nulla. Una quarta guerra sarebbe come «la terza, che già si è conclusa come la seconda, che già si è conclusa come la prima».

LE FALSE PROMESSE DI SINWAR

Tra un anno saranno di nuovo tutti punto e a capo. Vincere è inutile per gli israeliani, come è inutile per i gazawi sparare razzi. Che i palestinesi si trovino a «fronteggiare una potenza nucleare con due fionde» è un'altra delle ammissioni della prima intervista rilasciata a un giornale israeliano (il quotidiano Yedioth Aronoth) da Sinwar. Il colloquio del leader di Hamas con Francesca Borri, pubblicato in esclusiva in Italia da Repubblica, si rivelerà, come tutto il resto, con ogni probabilità inutile per la Palestina. Nessuno crede all'«opportunità di cambiamento» promessa, la «sicurezza e la stabilità» ventilate restano una chimera: Sinwar non è attendibile e la sua assicurazione di un «cessate il fuoco» in cambio della «fine dell'assedio» è irrealizzabile. Israele non allenterà mai la morsa su Gaza.

I NEGOZIATI TRA HAMAS E ISRAELE

Tuttavia l'irrituale uscita pubblica del capo di Hamas è interessante. Dalle indiscrezioni del quotidiano britannico Telegraph, la proposta alla controparte sarebbe quella utopica dell'intervista e Sinwar punterebbe a proseguire i negoziati indiretti in Egitto con Israele, mediati anche dalle Nazioni Unite, fino alla metà di ottobre. Nessuno, men che meno verosimilmente i vertici di Hamas, crede al successo di una simile trattativa: le uscite inattese di Sinwar cadono mentre l'esercito israeliano rafforza lo schieramento di soldati, cecchini e blindati lungo il confine meridionale con la Striscia, alla vigilia dell'ennesimo venerdì di protesta e dopo i circa 20 mila manifestanti – e altri 7 morti, due dei quali minorenni – della settimana scorsa nella Grande marcia per riappropriarsi dei territori perduti.

LE PRESSIONI DI FATAH SU GAZA

La captatio benevolentiae di Sinwar mira ad accrescere il consenso popolare tra i gazawi e a conquistare legittimità internazionale. Anche per l'Unione europea, allineata con Israele e con gli Usa, Hamas è un'organizzazione terroristica. Il movimento radicale islamista è da anni sotto pressione anche dai vertici di Fatah alla guida, in Cisgiordania, dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) che nel 2007 si è vista togliere militarmente da Hamas il controllo della Striscia, dopo la vittoria nel 2006 di Hamas alle elezioni palestinesi grazie alla netta maggioranza tra i gazawi. Negli ultimi anni l'Anp ha aumentato le pressioni su Gaza, tagliando i finanziamenti pubblici alla Striscia, pre-pensionando dipendenti e limitando le forniture di elettricità, in accordo anche con Israele.

Con l'estrema destra di Netanyahu e Trump al potere in Israele e negli Usa Hamas guadagna credibilità

I CONTRASTI TRA HAMAS E FATAH

Passi in avanti sono stati fatti con l'accordo di riconciliazione di ottobre 2017 tra Fatah e Hamas, in seguito alle misure di sfiancamento disposte dal leader dell'Anp Abu Mazen. Sulla carta già dal 2014 gli islamisti di Gaza appoggiano un governo tecnico bipartisan con Fatah. Tuttavia, nella Palestina divisa l'azione dell'esecutivo è rimasta virtuale: una frattura tuttora aperta tra Fatah e Hamas, che non ha mai riconosciuto lo Stato di Israele e che di conseguenza non si adegua alla soluzione di compromesso dei due popoli in due Stati avallata dalla comunità internazionale e alla fine dallo stesso Abu Mazen. Ciò nonostante, con l'esecutivo di estrema destra di Netanyahu in Israele e con gli Usa di Donald Trump che affossano i negoziati per i due Stati, Hamas guadagna credibilità.

IL CAPO MILITARE FA IL PACIFISTA

Con i palestinesi Sinwar è populista, con l'esterno si pone a «capo di un movimento di liberazione nazionale». Ed effettivamente il passaggio di testimone ai vertici di Hamas ha riservato sorprese. La svolta delle manifestazioni al confine si deve probabilmente al nuovo leader 56enne, con un passato da falco ai vertici delle brigate Izzedin al Qassam e nell'apparato di sicurezza, un «integralista» per Israele che lo ha incarcerato per più di 22 anni. Dal 30 marzo 2018 sono oltre 140 i morti (tra loro una donna e 28 bambini) e quasi 10 mila i feriti nelle Grande marcia del ritorno: l'esercito israeliano risponde con pallottole di piombo al lancio di sassi e aquiloni molotov. Sinwar punta, con diverse mosse, a spiazzare. Ma, anche per il taglio dei fondi degli Usa all'Agenzia delle nazioni unite per i rifugiati (Unrwa) indispensabili per Gaza, la guerra è dietro l'angolo.

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