Gbagbo: è complotto

Giuliano Di Caro
27/12/2010

L'ex presidente accusa la comunità internazionale.

«Complotto, complotto contro di me!» È questo il ritornello inconfondibile degli usurpatori, a ogni latitudine e in ogni epoca storica. Laurent Gbagbo, presidente uscente della Costa d’Avorio sconfitto alle elezioni del 28 novembre dal rivale Alassane Ouattara, non fa eccezione a questa consuetudine.

Gbagbo: «Io sono l’unico presidente»

Gbagbo non si è dato per vinto e ha organizzato la resistenza armata che sta lacerando il Paese (leggi l’articolo sugli scontri in Costa d’Avorio). Il bilancio finora è stato di 173 morti e di 14 mila profughi scappati nella vicina Liberia (leggi la notizia dei profughi) Ma l’ex presidente è pure campione di doppiezza, esercitata e raffinata nei dieci anni passati al potere. Le sue parole, in una lunga intervista apparsa il 27 dicembre sul quotidiano francese Le Figaro, sono infatti un trionfo di elusività.
CAMPIONE DI DOPPIEZZA. Nella visione di Gbagbo, fatti e numeri sono labili. Il 54% delle preferenze ottenute da Outtara? Annullate, nonostante il riconoscimento dell’Onu, dal Consiglio costituzionale da lui stesso controllato. «Il Consiglio», ha aggiunto, «è un organismo di cui nessun rappresentante dell’Africa dell’Ovest, proprio coloro che hanno minacciato me e il mio Paese, si è mai lamentato finora».
La minaccia della Cédéao, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, di utilizzare la forza per rimuoverlo dal potere una volta per tutte? «Tutte le minacce vanno prese sul serio. Ma sarebbe la prima volta che dei Paesi africani muovono guerra a un altro Stato africano per via di un’elezione finita male. Se così fosse, l’intera Africa sarebbe perennemente in guerra». 
Una votazione mal passée, appunto, in teoria soltanto per lui e i suoi fedelissimi. In pratica, per l’intero Paese, giunto alle soglie della guerra civile. Ma Gbagbo, l’uomo delle cifre ribaltate, ha ricordato al mondo che «in Costa d’Avorio ci sono delle regole, delle leggi, una Costituzione. Sono queste le cose che decidono un’elezione, come in ogni Paese moderno». «Io sono il presidente eletto della Repubblica della Costa d’Avorio», ha tuonato, «questo è tutto, molto semplice».
IL NODO DEI FONDI. Neanche il congelamento dei fondi della Costa d’Avorio da parte della Uemoa, l’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (leggi la notizia del blocco dei fondi), ha scalfito la sua ondivaga interpretazione del caos generato dalla sua ferrea volontà di comandare. Se la Banca regionale ha dichiarato che solo il presidente legittimo, ovvero Ouattara, ha accesso al denaro, il presidente (non) uscente ha ribattuto con artefatta serenità, quasi come non fosse un problema reale. «È seccante, ma a tutto c’è sempre una soluzione. Si tratta di un tema delicato di cui forse non dovrei parlare. Ma non è il denaro della Banca centrale a pagare lo stipendio dei funzionari del Paese. È quello della Costa d’Avorio. La decisione dell’Ueomoa non ha alcun senso».   

«Abbiamo il diritto dalla nostra parte»

Tra un dribbling e l’altro, Gbagbo ha infine servito la teoria del complotto. Orchestrato, su questo non c’è ambiguità nelle sue parole, da Francia e Stati Uniti. 
LA REGIA DI FRANCIA E USA . «L’ambasciatore francese e quello statunitense sono andati a cercare Youssouf Bakayako, presidente della Commissione elettorale indipendente, per condurlo all’Hotel du Golf, il quartier generale del mio avversario. Un fatto molto grave. Poco dopo, Bakayako ha annunciato in tivù la vittoria di Outtara e da quel momento francesi e americani hanno sostenuto la sua elezione. Io questo lo chiamo complotto». E complotto, appunto, è la parola chiave utile a Gbagbo per chiedere, lui ha precisato per via diplomatica, la partenza dell’Onu dalla Costa d’Avorio, perché «non è una delegazione imparziale». Ma anche e soprattutto per giocare al gatto col topo con lo scenario all’orizzonte di un conflitto armato con la Cédéao.
SICUREZZA OSTENTATA. Ha ostentato sicurezza, Gbagbo, quando è stato interpellato sul rischio reale che lo scontro armato passi al livello successivo. «Noi non abbiamo paura, il diritto è dalla nostra parte. Siamo noi quelli aggrediti e non lasceremo calpestare i nostri diritti e le nostre istitutuzioni. I Paesi stranieri spingono verso uno scontro interno e una guerra civile. Fino a che punto sono disposti ad andare i nostri aggressori?» è stata la minacciosa domanda. Seguita da una enfatica risposta in terza persona alla Giulio Cesare: «Gbagbo ha la legge e il diritto dalla sua parte!» 

In 14 mila hanno lasciato il Paese

Chi invece fatica a trovare un posto, in questo sanguinoso scontro per il potere e gioco delle parti, è la popolazione ivoriana. Lo stallo al vertice ha paralizzato il Paese e gli scontri tra i sostenitori dei due contendenti al potere hanno colpito e affondato la quotidianità degli ivoriani.
RIUNIFICAZIONE SFUMATA. Dopo la guerra civile del 2002, le prime elezioni presidenziali in oltre dieci anni dovevano finalmente riportare unità in una nazione divisa tra ribelli al nord e lealisti al sud. L’annuncio della riunificazione, nel 2007, era stato insufficiente a sanare le tensioni tra le due parti del Paese.
Outtara ha attinto a piene mani il consenso dagli abitanti del nord, che per anni sono stati trattati alla stregua di stranieri dal potere centrale e dall’allora presidente Gbagbo. La tornata elettorale ha aggravato, anziché sanare, queste feroci divisioni della società.
VERSO LIBERIA, GHANA E GUINEA. Non fossero bastati i quasi 200 morti delle violenze post elettorali, le traversie dei 14 mila profughi offrono il senso di una situazione già fuori controllo. Il viaggio degli ivoriani scappati dal Paese verso la Liberia orientale, ma anche in Ghana e Guinea, è stato una tragedia a sé stante. Alcuni profughi non sono riusciti a sopravvivere alla durezza del viaggio. Tra loro anche un bambino, morto annegato mentre insieme alla famiglia stava tentando di attraversare il fiume Cestos. Gli osservatori delle Nazioni Unite hanno inoltre registrato numerosissimi casi di infezioni respiratorie, diarrea e malaria tra i migranti.   
SCIOPERO GENERALE. È in queste precarie condizioni che Alassane Ouattara ha rivolto alla popolazione un appello per uno sciopero generale il 27 dicembre. «Non verremo derubati della nostra vittoria» ha dichiarato ai suoi sostenitori il presidente eletto, che ha il sostegno dell’intera comunità internazionale. Con lo sciopero generale si apre una fase delicatissima della crisi ivoriana. Perché della mobilitazione si conosce la data di inizio, ma non quando finirà. La promessa dei sostenitori di Ouattara è infatti che lo scioperò andrà avanti a oltranza, fino a quando «l’usurpatore» non avrà lasciato lo scranno più alto del Paese. Una soluzione che appare sempre più remota, se non passando attraverso le violenze di una guerra civile.
L’AEREO BLOCCATO. L’aereo di Gbagbo era stato bloccato il 26 all’aeroporto di Basilea-Mulhouse dalle autorità francesi e elvetiche «su richiesta delle autorità legittime della Costa d’Avorio». Gbagbo è atteso il 28 dicembre a un incontro con la delegazione dei capi di Stati della Cédéao. A cui ha promesso di portare soltanto i fatti. «Non capisco perché vogliano un conflitto. Io dirò loro i fatti nel dettaglio, circostanziati. Chi vi si allontana, non cerca la verità».