Germania di nuovo nella bufera per le armi chimiche in Siria

Barbara Ciolli

Germania di nuovo nella bufera per le armi chimiche in Siria

Sostanze vietate dall'Ue furono inviate nel 2014 da un'azienda tedesca mentre era in corso il disarmo di Damasco. Anni fa, la macchia dalle stragi di Saddam Hussein contro i curdi.

27 Giugno 2019 07.01
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La macchia di rifornitore di armi chimiche in Medio Oriente non abbandona la Germania: quanto accaduto negli anni di guerra tra l’Iraq e l’Iran (1980-1988) pare ricapitato durante la guerra in Siria. Il magazine d’inchiesta der Spiegel, che seguì lo scandalo degli agenti chimici a Saddam Hussein durante la stagione di Helmut Kohl, avvisò anche anni dopo che la «prassi non era cambiata». Nel 2013 il governo di Angela Merkel rispose a un’interrogazione parlamentare della sinistra radicale della Linke, tra il 2002 e il 2006 erano partite dalle aziende tedesche 93 tonnellate solo di acido fluoridrico verso il regime di Damasco: uno degli agenti dual use usato anche per confezionare il gas nervino sarin. L’argomento era tornato caldo perché quell’anno, grazie alla regia della Russia, era stato raggiunto con la Siria un accordo per il disarmo chimico del Paese, dopo l’attacco sospetto a Ghouta che fece sfiorare l’attacco degli Usa. L’azione internazionale per lo smaltimento costò 800 mila euro, solo alla Germania. E tra il 2012 e il 2013 l’export verso la Siria (anche con triangolazioni in Paesi terzi) di sostanze a rischio come la dietilammina e l’alcol isopropanolo era stato vincolato dall’Ue al rilascio del permesso. Ma una nuova inchiesta giornalistica ha appena rivelato che nel 2014 il loro commercio tra la Germania e il regime di Bashar al Assad avvenne senza autorizzazione.

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Armi chimiche della Siria smaltite in Germania nel 2014. GETTY.

L’EXPORT DURANTE IL DISARMO CHIMICO

La ricostruzione della Süddeutsche Zeitung, dell’emittente pubblica Bayerischer Rundfunk, e del gruppo svizzero Tamedia è stata confermata dall’azienda tedesca implicata nella compravendita. Il distributore di prodotti chimici Brenntag, primo al mondo per fatturato nel settore secondo la classifica Icis sull’industria chimica del 2019, ha ammesso il commercio con la Siria, attraverso la sussidiaria svizzera, insistendo di aver agito cinque anni fa «in accordo alle leggi vigenti». Ma così non è. A Bruxelles era stata introdotta una nuova legislazione per le due sostanze (tanto usate per i fertilizzanti e nel farmaceutico quanto sensibili di impiego bellico), proprio a causa degli attacchi chimici che venivano compiuti in Siria dal 2011.

L’Onu ha attribuito ad Assad l’attacco con gas nervino del 2017 a Khan Shaykhun

Anche l’export indiretto attraverso Stati extra-Ue come la Svizzera sarebbe dovuto essere approvato, ma l’Ufficio federale tedesco dell’Economia e del Controllo delle esportazioni (Bafa) responsabile delle procedure ha comunicato di non aver mai rilasciato alcun permesso per quel tipo di export, nel periodo temporale in questione. Ossia mentre le circa 1.300 tonnellate di armi chimiche stoccate nei magazzini siriani venivano trasportate all’estero e distrutte. Quasi 600 tonnellate di agenti per il sarin furono eliminati a bordo di una nave speciale Usa nel Mediterraneo. Altro materiale anche in Germania.

106 ATTACCHI CHIMICI DAL “DISARMO” DEL 2013

Le operazioni avvennero nel 2014 sotto la supervisione degli esperti dell’Organizzazione mondiale per la proibizione delle armi chimiche (Opac). Ma un’inchiesta della Bbc ha denunciato almeno 106 attacchi chimici in Siria, tra il 2014 e l’autunno del 2018. L’uso di gas nervino nel conflitto è stato in particolare attribuito da un’inchiesta dell’Onu e dell’Opac alle forze governative di Bashar al Assad, nell’attacco chimico – il più grave da Ghouta nel 2013 – del 2017 su Khan Shaykhun, nel Nord Ovest della Siria, che fece almeno 72 morti e centinaia di feriti da i civili. La procura di Essen, dove ha sede Brenntag, ha avviato le procedure legali per aprire un fascicolo e anche gli inquirenti del Belgio vogliono vederci chiaro. La dietilammina inviata da Brenntag a una società farmaceutica siriana legata al regime era stata prodotta in uno stabilimento belga del colosso chimico tedesco Basf. Mentre isopropanolo proveniva dalla Sasol Solvents Germany (ramo tedesco della casa madre sudafricana) di Amburgo. Dai vertici di Basf di Ludwigshafen hanno fatto sapere di essersi limitati a vendere le sostanze chimiche al distributore, e di non avere avuto poi da esso «alcuna indicazione» sulla destinazione finale.

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Un bambino siriano colpito dopo un attacco chimico con gas, in Siria. GETTY.

I RAPPORTI CON I LEADER NELL’EXPORT

Brenntag spicca su tutti con un volume d’affari annuo di 14,4 miliardi di dollari: il commercio con la Siria di Assad non era indispensabile. Ma la Germania è leader in Europa nell’industria chimica e nel suo export, un comparto con oltre 400 mila dipendenti. I regimi mediorientali hanno sempre bussato alle società tedesche (anche attraverso rivenditori britannici, francesi  e per lo più di altri Paesi Nord Europa) per accumulare agenti chimici. Specie Stati come la Siria, con settori farmaceutici molto sviluppati per la regione mediorientale, hanno coltivato intense relazioni commerciali con la Germania per le sostanze dual use. Le multinazionali tedesche non hanno opposto resistenza, nonostante il regime degli Assad fosse tra i non firmatari della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche del 1993. E le intelligence occidentali avessero più volte messo in guardia sull’arsenale chimico creato da Damasco, anche come strumento di deterrenza verso Israele. Negli Anni 90 l’industriale tedesco senza scrupoli Hans-Joachim Rose, condannato per aver aiutato la Libia di Muammar Gheddafi a sviluppare un programma di armi chimiche, fu sospettato di aver esportato illegalmente materiale anche in Iran e in Siria.

I SOSPETTI SUI SERVIZI TEDESCHI

Ma la macchia indelebile per la Germania resta il coinvolgimento nelle stragi chimiche del dittatore iracheno Saddam Hussein, soprattutto nei territori curdi tra l’Iraq e l’Iran, per mettere fine alla guerra con la Repubblica islamica. Nel 1988 l’attacco chimico, con diversi gas incluso il nervino, nella città di Halabja (oggi Kurdistan iracheno) provocò oltre 5 mila morti, migliaia di feriti sarebbero morti anni dopo o portano ancora addosso le conseguenze dei gas. Il parlamento tedesco, ricordando i 25 anni dal massacro, ha espresso «profondo dolore, anche per le forniture illegali di aziende tedesche che resero possibile produrre i gas velenosi». La Cia accusava in particolare la Germania di essere il principale fornitore di prodotti e know-how per uno stabilimento di armi chimiche di Samarra, in Iraq. Nelle lunghe e farraginose inchieste, alcuni committenti di questo export risultarono essere degli informatori dei Servizi di sicurezza esterni tedeschi (Bnd). Chiamati tuttora a valutare le finalità di impiego delle sostanze chimiche richieste dai Paesi a rischio, per procedere poi o meno all’autorizzazione del governo. Una zona d’ombra – non l’unica – che ha portato ai nuovi scandali in Germania, da Saddam ad Assad. Almeno fino al 2014.

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