Germania, boom del doppio lavoro

25 Marzo 2014 14.04
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da Berlino

Vista dall’alto, l’economia tedesca sembra andare a
gonfie vele. Come ha rivelato uno studio della fondazione
Bertelsmann, la Germania è una dei maggiori profittatori della
globalizzazione che da oltre due decenni ha rivoluzionato il
sistema economico e finanziario globale. Assieme a Finlandia,
Danimarca e Giappone.
Un dato non sorprendente, se si tiene conto del fatto che
l’export costituisce da sempre il pilastro del suo successo.
La sempre più stretta interconnessione fra gli Stati ha prodotto
un aumento del 20% della crescita economica tedesca.
SPREAD TRA RICCHI E POVERI. Il benessere si è
spalmato un po’ dappertutto ma la media dei redditi
pro-capite è cresciuta molto di più nei Paesi industrializzati
rispetto a quelli in via di sviluppo come Cina, Sud Africa,
Brasile, Russia e India. E in Germania è cresciuta più che
altrove.
Una forbice, quella tra ricchi e poveri, che si riflette anche
all’interno dei singoli Stati. E, vista dal basso, anche
l’economia tedesca mostra i suoi squilibri.
GERMANIA, RECORD DI SECONDI LAVORI. Una
testimonianza viene dal dato fornito lunedì 24 marzo
dall’Institut für Arbeitsmarkt- und Berufsforschung
(Iab), l’organismo che si occupa di ricerche sul mercato del
lavoro e delle professioni, secondo il quale nel 2013 il numero
dei tedeschi ricorsi a un secondo lavoro ha raggiunto un nuovo
record: 3 milioni e 20 mila.
Dal 1990, anno della riunificazione tedesca, la quota è
praticamente triplicata (era di poco meno di 1 milione), con un
aumento rimasto costante di anno in anno fino alla metà degli
anni Duemila e poi impennatosi fino ai record attuali in
conseguenza della riforma del mercato del lavoro e
dell’assistenza sociale varata dal governo socialdemocratico
di Gerhard Schröder. Un modello cui guardano, per esempio, molti
governi dell’Europa del Sud alle prese con problemi di debito
pubblico e competitività delle imprese.

La maggior parte dei tedeschi usa i due stipendi per togliersi
sfizi

I dati fanno pensare a un improvviso impoverimento di una larga
fascia dei lavoratori tedeschi, costretti a ricorrere al doppio
lavoro per assicurarsi un salario mensile dignitoso. Ma il
responsabile della ricerca, Enzo Weber, conferma solo in parte
questa impressione: «Esiste certamente una fascia di percettori
di redditi bassi che è obbligata a fare due lavori per poter
scavallare il mese, ma la maggior parte di quei 3 milioni è
costituita da cittadini che svolgono un lavoro principale, spesso
a tempo indeterminato».
Si tratta di 2 milioni e 600 mila tedeschi già in possesso di un
contratto di assunzione e ai quali la seconda attività non serve
per la sopravvivenza ma per togliersi qualche sfizio.
DONNE E PART-TIME. I dati offrono anche
ulteriori spunti di analisi: tra i lavoratori maschili, la
percentuale di coloro che svolgono un doppio lavoro è del 7% e
si sale al 13% tra le lavoratrici. Tra le donne è più diffusa
la pratica del part-time, che lascia spazio e tempo a una seconda
attività.
Nelle statistiche internazionali sul costo del lavoro, la
Germania non occupa le prime posizioni. Da anni vige una sorta di
moderazione salariale, che ha consentito alle imprese private di
salvaguardare la competitività e alle amministrazioni pubbliche
di contenere i costi, anche se i funzionari pubblici godono di
privilegi su salari, ferie e pensioni che ogni tanto vengono
messi in discussione. Ma non è un mistero che in professioni
anche di prestigio, come i docenti universitari, l’esodo
verso posti meglio retribuiti in Austria o Svizzera sia stato
costante negli ultimi anni. E infatti proprio i professori
costituiscono uno dei segmenti principali in cui è diffuso il
doppio lavoro.
LA RIFORMA DEL MINI-JOB. Ma il motivo principale
che spiega il boom del fenomeno negli ultimi 11 anni è nella sua
regolamentazione fiscale.
La riforma dei mini-job introdotta dal governo rosso-verde aveva
modificato le regole precedenti: prima del 2003 solo chi aveva
esclusivamente un mini-job era esente dal pagamento dei
contributi sociali che, in misura ridotta, erano a carico dei
datori di lavoro. Con la riforma Schröder è stato invece
possibile affiancare il mini-job sgravato dal pagamento dei
contributi anche a un lavoro principale.
«Questo incentivo è alla base della vera e propria esplosione
del secondo lavoro nell’ultimo decennio», ha spiegato Weber,
«tanto più che gli eventuali straordinari retribuiti in un
lavoro principale sono soggetti a tassazione». Dunque meglio
trovarsi un’altra occupazione che faticare di più in quella
che già si ha. Una soluzione che però non convince
l’esperto: «Si tratta di una sovvenzione non proprio
comprensibile», ha concluso Weber, «perché in questo modo non
viene tanto alleggerito chi percepisce redditi bassi quanto chi
ha già un salario sufficiente».

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