In Germania la crisi è politica oltre che economica

Barbara Ciolli
27/08/2019

Non solo lo spettro della recessione. Si teme una vittoria dell’estrema destra in Brandeburgo. Mentre nella Cdu di Merkel mancano nuovi leader. Scholz si candida a capo dei socialdemocratici, ma metà partito non lo vuole. Il futuro dei tedeschi è pieno di incertezze.

In Germania la crisi è politica oltre che economica

Nella locomotiva d’Europa ingolfata le manovre politiche si concentrano sulle elezioni regionali chiave, il primo settembre 2019, in Sassonia e nel Brandeburgo: i due Land dell’Est dove l’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD) ha fatto più presa. Il Brandeburgo, come si profila nei sondaggi di fine agosto, con AfD primo partito sarebbe un colpo al cuore per la Bundesrepublik. Qualcosa di mai visto – ma è dalle Legislative del 2016 che in Germania succedono novità – dai tempi sinistri, 100 anni orsono, della breve Repubblica di Weimar rovesciata dai nazisti. Non tutto è perduto: proprio le ultime rilevazioni in Sassonia danno l’estrema destra, che ha in seno anche nostalgici del Terzo Reich, in calo di un paio di punti al 24%, dietro i cristiano-democratici (Cdu) di Angela Merkel, primo partito al 30% e con quattro punti in più da luglio. Nel Brandeburgo il rischio è più alto: socialdemocratici (Spd) e AfD si tengono testa al 22%, davanti alla Cdu al 18%. 

CDU-CSU E SPD NAVIGANO A VISTA

Anche la Spd è in risalita di cinque punti. La corsa alla leadership vagante del partito, in tandem con il vice cancelliere Olaf Scholz, della giovane socialdemocratica Klara Geywitz, deputata dell’Assemblea regionale del Brandeburgo, è un guanto di sfida lanciato all’estrema destra. Una candidatura strategica per allontanare lo spettro di AfD. Ma che nessun sostanziale rinnovamento sia all’orizzonte nei due partiti di massa tedeschi in declino – con la candidatura di punta di Scholz, anche ministro delle Finanze della trita grande coalizione, e la nomina della scialba delfina della cancelliera, Annegret Kramp-Karrenbauer alla guida della Cdu dopo 13 anni di Merkel – non è un segnale tranquillizzante per la Germania, né di riflesso per l’Unione europea. La sensazione è che tutti i partiti, anche a Berlino, navighino a vista. Di conseguenza i tedeschi non brillano per gradimenti verso AKK (come chiamano Kramp-Karrenbauer) o per Scholz come prossimi cancellieri: due nomi improponibili per lo scettro di Merkel, a giudizio della popolazione.

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Il vice cancelliere e ministro delle Finanze Olaf Scholz (Spd) accanto ad Angela Merkel. (Getty)

AKK CANCELLIERA INADEGUATA

La successione della donna più potente al mondo è un enorme punto interrogativo – con l’andamento dell’economia tedesca – da qui alle Legislative 2021. In proposito Merkel, che ha fatto preoccupare per i suoi tremori, ha escluso di ricandidarsi. Cedendo ad AKK la Difesa, una volta eletta alla presidenza della Commissione Ue la titolare dal 2013 Ursula von der Leyen (Cdu), ha voluto rinsaldare Kramp-Karrenbauer come leader e cancelliera in pectore. Ma convincere l’elettorato sarà dura: ancora a maggio 2019 il 70% di un campione di interpellati ha bocciato senza appello AKK come «inadeguata». Solo il 19% ha ritenuto l’ex governatrice del piccolo Land della Saarland «capace abbastanza di guidare un governo». E a giugno il giudizio su AKK è ancora peggiorato. Ma tanto, evidentemente, passa il convento: l’alternativa nell’Unione della Cdu-Csu (il ramo dei popolari bavaresi) sono i leader della frangia più a destra. Attratti, come il problematico ministro dell’Interno Horst Seehofer e i suoi delfini alla Matteo Salvini, dal sovranismo e dalla lotta all’immigrazione.

LA LEADERSHIP VAGANTE DELLA SPD

Di tutto ha voglia la cancelliera Merkel, e con lei ancora la maggioranza della Cdu-Csu, piuttosto che di una deriva populista ed estremista in Germania. E tuttavia anche tra i conservatori si litiga e non si  intravedono nuovi leader. Sul fronte dei socialdemocratici è addirittura una Caporetto. A giugno Scholz aveva detto un no fondato categorico a rimpiazzare la dimissionaria Andrea Nahles alla presidenza della Spd («sono vice cancelliere e ministro delle Finanze, sarei totalmente inadeguato»). Ma si è dovuto ricredere per non voltare le spalle al partito: nessun altro esponente di peso si era nel frattempo fatto avanti, per prendere in mano la situazione disastrata dei socialdemocratici, in caduta libera al 13%. Chi si proponeva, come il vice capogruppo della Spd in parlamento Karl Lauterbach o la deputata ambientalista Nina Scheer, chiedeva disco verde a uscire dal governo di grandi intese. Come vuole ormai una sfilza di esponenti socialdemocratici e l’ala giovanile degli Jusos. Nonostante il cortocircuito di una crisi di governo sia un suicidio politico a ridosso delle imminenti e pericolose Regionali.

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La nuova leader della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK), delfina di Merkel. (Getty)

SCHOLZ SENZA INFAMIA E SENZA LODE

Nondimeno il quarto esecutivo Merkel si regge in piedi a fatica. Può Scholz, pilastro della Grande coalizione, diventare il capo di un partito che la ripudia profondamente dall’interno? È il candidato di punta (in prospettiva il candidato alle prossime Legislative) ma chi lo voterà nella Spd, ancor prima che fuori? La consultazione degli iscritti, da settembre fino al congresso del partito di dicembre, si preannuncia uno stillicidio. Tanto più che, come vice cancelliere e titolare delle Finanze, Scholz non ha brillato: non è un mastino dell’austerity come il predecessore Wolfgang Schäuble, manon ha messo in discussione l’establishment. Il suo netto ripensamento sulla leadership del partito poi appare l’ennesima mossa obbligata della Spd. Solo Kramp-Karrenbauer plaude alla «continuità e al senso di responsabilità di Scholz», mentre gli umori degli elettori sono altalenanti. Se, da una parte, nei sondaggi per le Regionali la Spd targata Scholz ha guadagnato qualche punto, in un’altra rilevazione di agosto oltre il 50% dei simpatizzanti dei socialdemocratici contattati non lo vuole a capo del partito – e un 22% è indeciso.

POLITICA ED ECONOMIA INGOLFATE

La verità è che la coalizione tra Cdu-Csu e Spd, mai interrotta dal 2013, tra chi lo dice e chi non lo può dire ha stufato quasi tutti. Se l’estrema destra di AfD, inchiodata al 13%, non sfonda a livello nazionale, i Verdi esplosi al 24% rappresentano la sola forza vitale e di rinnovamento. Ma in alcuni Land restano deboli (10-14%), soprattutto dell’Est; e senza alleati o anche in una non scontata coalizione con la Spd (14%) sono incapaci di formare una maggioranza di governo. La soluzione, rilanciano fiduciose alcune giunte cittadine e regionali, è un fronte tra socialdemocratici, Verdi e sinistra della Linke, alla stregua di quanto accaduto in Portogallo e tentato in Italia. Ma il successo di alcune amministrazioni locali tedesche è lontano – per le spaccature fratricide – dal farsi un paradigma di governo a Berlino. La situazione è grave, ma non ancora abbastanza seria in Germania per ricompattarsi. Un futuro con la recessione alle porte, gravido di incertezze.