Germania, liberali allo sbando

Redazione
12/12/2010

da Berlino Pierluigi Mennitti Erano tornati al governo dopo 11 anni di assenza trascorsi all’opposizione, sull’onda del miglior risultato elettorale...

Germania, liberali allo sbando

da Berlino
Pierluigi Mennitti

Erano tornati al governo dopo 11 anni di assenza trascorsi all’opposizione, sull’onda del miglior risultato elettorale di tutti i tempi. Guido Westerwelle sembrava potersi gettare alle spalle l’immagine di politico bizzarro con cui si era imposto sulla scena: magari divertente ma da non prendere troppo sul serio.
Quel 13% ottenuto alle elezioni poco più di un anno fa aveva in fondo salvato anche Angela Merkel, permesso il ritorno di una coalizione di centrodestra, portato a Berlino il vento del Sud, il soffio vitale della Germania che produce. Solo 13 mesi dopo, i liberali sono sull’orlo di una crisi di nervi.
Nulla è andato come sembrava. L’Fdp non incide nell’azione di governo, il suo profilo sbiadisce di mese in mese, i sondaggi sono catastrofici e il suo leader non appare autorevole né all’estero, nel ruolo di ministro degli Esteri, e ora neppure nel partito. Dove la fronda interna alza la voce e lancia la sfida.

«Come ai tempi dell’ultima Ddr»

Chi dà fuoco alle polveri è Wolfgang Kubicki, capogruppo dell’Fdp nella regione dello Schleswig-Holstein, che in un’intervista allo Spiegel in edicola il 12 dicembre non ha usato giri di parole e si è affidato a un parallelo piuttosto imbarazzante: la situazione dei liberali, a suo avviso, è simile a quella vissuta dalla Ddr negli ultimi anni della sua esistenza, quando di fronte ai problemi economici e alle proteste popolari il gruppo dirigente perse il contatto con la realtà e la capacità di reagire.
«Da un momento all’altro la Ddr cessò di esistere», ha detto Kubicki nell’intervista, «e i dirigenti non furono capaci fino all’ultimo di venire a capo della situazione. La stessa cosa può accadere a noi liberali, implodere di colpo senza neppure accorgercene».
L’accusa è diretta, centra Westerwelle e l’intero gruppo dirigente sparso per i ministeri di Berlino. Incapaci di comprendere la delusione dell’elettorato e colpevoli di essersi rinchiusi a riccio, facendo finta che nulla stia accadendo: «Coloro che siedono nei ministeri non percepiscono la situazione nel partito, anzi, se ne distaccano sempre di più. È un riflesso umanamente comprensibile di fronte alle variegate critiche, si isolano e si confortano reciprocamente assicurandosi di essere dei buoni politici. Quando le accuse assumono il livello di quelle mosse a Westerwelle, il riflesso condizionato è di non prenderle sul serio, un tipico meccanismo di autodifesa».
Esattamente quello che accadde nel gruppo dirigente della Ddr, ha sostenuto Kubicki, inserendo non proprio in maniera subliminale un’altra accusa ai capi del partito: quella di aver ridotto un movimento che fa del liberalismo il suo valore costituente alla stregua di un partito dittatoriale.
Critiche vengono anche espresse da un altro esponente del partito, il deputato Frank Schäffler, per il quale la crisi attuale dei liberali è dovuta alla timidezza con cui le posizioni del partito vengono difese nelle scelte di governo.
«Più che la Ddr», ha dichiarato, «la situazione mi ricorda l’Fdp degli anni ’90, quando smettemmo di difendere le nostre posizioni e ci accontentammo di appoggiare le scelte di Helmut Kohl. Alla fine ci presentammo al voto con lo slogan: “Votate Fdp per mantenere Kohl al governo”». Gli elettori che hanno scelto il partito liberale, ha concluso Schäffler, volevano invece una svolta chiara rispetto alla politica della Grande Coalizione e questa svolta non l’hanno ancora vista.

Liberali al limite della soglia del 4%

È la prima volta che le critiche alla gestione politica di Guido Westerwelle vengono espresse a così alto livello e con tanta franchezza. Il malcontento all’interno del partito è cresciuto negli ultimi mesi, parallelamente alla discesa segnalata dai sondaggi d’opinione, ma finora era stato contenuto nelle riunioni riservate ed era trapelato all’esterno più come uno stato d’animo di disagio che come un vero e proprio atto d’accusa.
Le vicende più recenti, come le critiche all’autorevolezza del ministro degli Esteri filtrate dai cablogrammi svelati da WikiLeaks e la scoperta di una talpa nell’entourage di Westerwelle che spiattellava all’ambasciata americana i segreti delle riunioni governative, hanno minato ulteriormente la credibilità del partito anche di fronte a elettori già disincantati.
L’ultimo sondaggio (clicca qui per consultarlo) sfornato proprio in questo fine settimana, realizzato dall’autorevole istituto Forsa, ha rivelato che il calo dell’Fdp appare inarrestabile, con il rischio che il partito venga cancellato dai parlamenti regionali nella tornata amministrativa del prossimo anno.
Sul piano nazionale Forsa indica l’Fdp al 4%, un punto sotto la soglia di sbarramento del 5% e nel 2011 gli elettori di sette Länder si recheranno alle urne per rinnovare assemblee e governi regionali. Si rischia una débâcle, appena 13 mesi dopo aver ottenuto il risultato migliore di sempre.
Se questo scenario catastrofico dovesse avverarsi, ha commentato Kubicki, «per lo stesso Westerwelle si aprirebbe la strada delle dimissioni dalla guida del partito».
La reazione del gruppo dirigente non si è fatta attendere. In una contro intervista affidata all’Handelsblatt, il ministro dell’Economia Rainer Brüderle ha rispedito le critiche al mittente: «Troppo facile mettersi in evidenza accusando gli altri. Chi ha responsabilità politiche all’interno del partito dovrebbe muovere osservazioni costruttive piuttosto che lamentarsi».
È la linea su cui sembra muoversi l’intero gotha dell’Fdp, pronto a far quadrato attorno al proprio leader in una fase difficile. Ma proprio questa è una delle accuse mosse dal focoso Kubicki.