Germania, le manovre per entrare nel Consiglio di Sicurezza

Barbara Ciolli
29/03/2018

In corsa con Israele per un posto temporaneo, Merkel rilancia la riforma delle Nazioni Unite per ottenere potere di veto permanente. Gli sponsor in Africa, Asia e Sud America si moltiplicano. Ma l'Italia dice no.

Germania, le manovre per entrare nel Consiglio di Sicurezza

Nominato ministro degli Esteri alla fine delle più lunghe trattative di governo in Germania, alla vigilia di Pasqua il socialdemocratico Heiko Maas è volato verso due destinazioni chiave: Israele e, immediatamente dopo, il Palazzo di Vetro a New York. La successione di tappe non è casuale: il dossier per conquistare un seggio in Consiglio di sicurezza all'Onu le riguarda entrambe ed è stato subito sbloccato, con il nuovo esecutivo che dopo mesi di stallo ha pieno mandato politico dalle Legislative del settembre 2017. In vista c'è la votazione, il prossimo 8 giugno, dell'Assemblea generale per i prossimi 5 seggi temporanei del 2019 e del 2018. E nella corsa la Germania rilancia la sua battaglia per un seggio permanente accanto alle massime potenze mondiali.

GERMANIA CONTRO ISRAELE. I tre competitor per le due poltrone al blocco occidentale (l'Europa e dal 2000 anche Israele) del prossimo biennio sono Germania, Belgio e Israele. E, viste le trattative e l'azione di lobbying da parte di tedeschi e israeliani, la competizione si preannuncia proprio, e per la prima volta, tra i due Stati che nel Dna portano impresso – l'una da carnefice, l'altro da vittima – uno degli atti più terribili nella storia. Il ricordo dell'Olocausto incombe come un macigno sulle votazioni prossime venture. Ma la Germania, che al contrario di Israele ha già seduto nel Consiglio di Sicurezza dell'Onu (l'ultima volta nel 2011-2012), non ci sta più a essere additata, e in prospettiva sacrificata, come l'eterna erede del nazismo: una potenza da monitorare e, anche attraverso l'organo esecutivo con potere di veto delle Nazioni Unite, contenere nella sua influenza globale.

Da un po' di anni la cancelliera Angela Merkel va ripetendo che il «Consiglio di Sicurezza va riformato». Sull'Onu, già nel 2015 la donna e terzo leader più potente al mondo segnalò la «necessità di un nuovo metodo di lavoro per risolvere i problemi, attraverso una riforma che rifletta l'assetto reale dei poteri globali meglio che allo stato attuale». Chiaro riferimento a una redistribuzione dei ruoli nel Consiglio di Sicurezza, che dalla fondazione nel 1945 ha cinque seggi permanenti (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina) per le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, decisive perché basta un veto su 10 del consesso per bloccare una risoluzione dell'Onu sui conflitti del pianeta. Dal 2004 la Germania ha anche stretto un'alleanza diplomatica con il Brasile, l'India e il Giappone (il cosiddetto G4), nell'ottica di un mutuo appoggio per un seggio permanente in Consiglio di Sicurezza.

MOLTI SUPPORTER ALL'ONU. Berlino rivendica di essere il terzo finanziatore del budget delle Nazioni Unite (dopo Stati Uniti e Giappone), nonché il secondo fornitore di aiuti umanitari e per lo sviluppo attraverso l'Onu. Come pure, in Occidente, tra i maggiori contribuenti alle missioni di peacekeeping e di stabilizzazione sotto l'egida di Palazzo di Vetro. Di recente i ministri della Difesa e degli Esteri tedeschi, e per ultimo Maas, hanno ricordato come la «partecipazione della Germania alle missioni internazionali sia ancora cresciuta». E poi da anni i tedeschi si spendono per aumentare il peso nell'Onu delle potenze emergenti in continenti finora ignorati. Con la contrapposizione a Israele per il seggio a rotazione, sono destinati a mietere ancora consensi tra i 193 membri delle Nazioni Unite.

Tra i membri dell'Onu è forte il malcontento verso Israele. Mentre cresce il sostegno alla Germania

Le istanze di Tel Aviv vengono costantemente tutelate dal veto degli Usa in Consiglio di Sicurezza, nonostante nel 2012 l'Assemblea generale abbia nettamente votato in favore dello Stato della Palestina. Con l'Amministrazione Trump la distanza tra Stati Uniti, Israele e dall'altra parte la larga maggioranza dei membri dell'Onu è aumentata: nel 2017 l'assemblea (incluse Italia e Germania) ha bocciato il riconoscimento americano di Gerusalemme sola capitale di Israele. Quest'ultimo uscito con gli Usa dall'Unesco dopo che l'organizzazione dell'Onu ha assegnato alla Palestina la competenza su beni e siti culturali a Gerusalemme Est e nei Territori contesi. E il malcontento della comunità internazionale verso Israele è forte – anche da parte dell'Ue – anche per la costruzione ininterrotta di colonie illegali da parte dei governi sionisti targati Netanyahu.

LOBBYING TEDESCA. Freddissima verso la causa palestinese, Merkel è ben lontana da volersi inimicare Israele. La cancelliera sostiene da sempre e a spada tratta il diritto all'esistenza e alla difesa dello Stato ebraico: «La sua sicurezza», ha affermato, «fa parte della ragion di Stato della Germania». Nondimeno anche Berlino si è espressa con fermezza contro gli insediamenti israeliani in Palestina. Maas lo ha ribadito anche nella visita a Tel Aviv e la propaganda sionista anti-tedesca di queste settimane, per il seggio all'Onu, non fa che aumentare la simpatia verso Merkel dei Paesi arabi e mediorientali: dalla crisi dell'estate del 2015 la considerano una paladina dei profughi. E pure in America Latina, Asia e nel Continente nero sono molti i supporter della Germania, che propone di allargare anche il numero dei membri a rotazione del Consiglio di Sicurezza.

In occasione della visita a Merkel, nel febbraio 2018 il presidente del Ghana Nana Akufo-Addo ha annunciato che starà con Berlino: non solo alla votazione per il seggio temporaneo all'Onu ma per la «richiesta di un seggio permanente dei tedeschi». La cancelliera, bontà sua, si spenderà per la candidatura del Ghana per uno dei nuovi seggi non permanenti in Consiglio di Sicurezza, secondo la riforma a matrice tedesca che prevede anche un posto permanente per uno Stato africano, da decidere tra Egitto, Nigeria e Sud Africa. Tutte mosse in linea anche con il riarmo e l'aumento degli investimenti per la Difesa in Germania: per contribuire di più alla Nato come pretendono gli Usa, certo. Ma anche per lanciare un programma di Difesa Ue a trazione franco-tedesca e accrescere il soft power all'estero, in primis nei Balcani e in altri Paesi dell'Est Europa. Non senza scontri tra europei.

ITALIA PER UN SEGGIO ALL'UE. Le ambizioni di Berlino all'Onu erano emerse anche con il pressing per partecipare – scalzando l'Italia nel primato dei rapporti europei con Teheran – ai negoziati sul nucleare iraniano: diventati infine del Gruppo 5+1 (cioè i cinque Paesi del Consiglio di Sicurezza più la Germania) che ha raggiunto l'intesa nel 2015. Madrina e coordinatrice dell'accordo con l'Iran fu poi in compenso l'alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la Sicurezza, l'italiana Federica Mogherini. Non a caso, con il Belgio e la Spagna, all'Onu l'Italia è per l'istituzione di un seggio permanente dell'Ue, piuttosto che della Germania. Nella corsa per i seggi del 2019-2020, il gruppo dei G4 è tornato a chiedere la riforma per un posto fisso ma, come per le altre potenze aspiranti, a frenare la riabilitazione internazionale dei tedeschi sono più i vicini di casa, che non i – tanti – Paesi lontani.