Le novità sul tesoro di Gheddafi

Regno Unito, dove l'erario sui beni congelati dell'ex dittatore ha appena incassato 19 milioni di euro. Ma anche Belgio, Bahrein e Italia. Che fine hanno fatto le ricchezze del Colonnello ucciso nel 2011?

11 Agosto 2019 18.00
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Diciassette milioni di sterline, pari a quasi 19 milioni di euro: tanto hanno fruttato le ricchezze di Muammar Gheddafi alle casse del Regno Unito. Una somma da capogiro, che gli uffici dell’erario di Londra hanno potuto incassare grazie alle tasse sul tesoro britannico dell’ex leader libico deposto e morto in seguito alle rivolte del 2011: beni mobili e immobili il cui valore stimato è di oltre 10 miliardi. Ma le ricchezze dell’ex rais non si limitano al Regno Unito: in 41 anni di potere il Colonnello le ha disseminate in mezza Europa e molte di queste non sono più sottoposte a fermo amministrativo e finanziario. Dovrebbero quindi tornare nelle mani del popolo libico, tramite un governo legittimo ma a causa della guerra in corso nel Paese nordafricano non solo non arrivano, rischiano di scomparire. Per sempre.

LE PROTESTE DEI PARENTI DELLE VITTIME DELL’IRA

La notizia del governo britannico, che ha confermato di aver riscosso 17 milioni di sterline in tasse sui beni libici congelati, aveva sollevato le proteste dei parenti delle vittime dell’Ira in attentati come quello ai grandi magazzini Harrods di Londra del 1983 o a Warrington nel 1993. Attacchi realizzati con esplosivo Semtex, fornito dalla Libia di Gheddafi ai terroristi. Finora i risarcimenti chiesti dalle famiglie erano stati negati per mancanza di fondi, ma ora il parlamento britannico ha deciso di destinare loro le entrate derivanti dai beni dell’ex raìs.

Nicolas Sarkozy durante la visita a Tripoli, il 25 luglio 2007.

IL BANCHIERE DI GHEDDAFI

La ricerca delle fortune dell’ex colonnello libico è stata anche al centro dei Panama Papers, l’inchiesta sulle società con sede in paradisi fiscali. Secondo la Süddeutsche Zeitung, Gheddafi avrebbe provveduto a monetizzare un quinto delle riserve d’oro libiche già prima della sua morte facendole gestire, a quanto riferito da una fonte anonima al giornale tedesco, a uno dei suoi ex fedelissimi finito sulle liste dei ricercati dell’Interpol. Il suo nome è Bashir Saleh Bashir, ex capo dello staff del colonnello libico, suo braccio destro e soprannominato il banchiere di Gheddafi. È sospettato di aver investito e nascosto il tesoro dell’ex colonnello e soprattutto di aver gestito il fondo sovrano libico, Lia (Lybian Investment Authority) utilizzandone una parte a scopi privati del rais e distraendone una somma consistente sulla società offshore Vision Oil Services Limited. Con la caduta del regime il denaro, che in parte sarebbe finito alle Isole Vergini britanniche, sembra svanito nel nulla.

IL MISTERO DELL’ORO NASCOSTO NEL DESERTO

Un’altra pista porta a un quantitativo ingente di oro che Gheddafi avrebbe fatto seppellire nel deserto libico. A parlarne era stato Abdullah Sanussi, ex capo degli 007 libici, che nel 2012 si era offerto di indicare il luogo esatto. Ma solo pochi giorni dopo aver dato la sua disponibilità, Sanussi fu trovato annegato nel Danubio. Nell’impossibilità di rintracciare l’oro, le attenzioni dei legali di mezzo mondo si sono allora rivolte agli investimenti finanziari e immobiliari di Gheddafi nei Paesi europei, compresa l’Italia.

SBLOCCATI GLI IMMOBILI DELL’EX RAÍS IN ITALIA

È di soli quattro mesi fa la decisione del Comitato di Sicurezza Finanziaria del Tesoro di sbloccare alcuni beni libici in Italia, a 9 anni dalla fine del regime. Secondo indiscrezioni di Milano Finanza, si tratterebbe soprattutto di immobili (uffici, hotel, terreni a Roma, ma anche in altre località come Pantelleria) del valore stimato di oltre 1,1 miliardi di euro, che nel 2012 la Guardia di Finanza aveva sequestrato, seguendo disposizioni analoghe di altri Paesi e dopo indicazioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che intendeva in questo modo far rientrare il patrimonio nel pieno possesso del fondo libico Lafico, ricondubicile a Lia.

Gheddafi e Berlusconi a Roma, il 30 agosto 2010.

Diverso il discorso relativo agli investimenti finanziari e alle quote libiche in diverse società italiane, ma ancora “congelate”. Si va da Eni (0,58% in possesso di Lafico) a Fiat (oggi Fca con lo 0,33%), dalla Juventus (1,15%) a istituti di credito come Unicredit (1,26% è di Lia) a società come Finmeccanica-Leonardo (2%). Nell’elenco figurano anche realtà “miste” come Banca Ubae (al 68% di proprietà della Libyan Foreign Bank e all’11% di Unicredit), presso la quale l’Ambasciata libica ha 13 conti correnti aperti. Sono invece 5 quelli in Unicredit. Nonostante il dissequestro degli asset immobiliari, non è invece chiaro il destino delle partecipazioni azionarie e degli investimenti finanziari, che nel frattempo maturano introiti e dividendi.

Gheddafi con il presidente siriano Bashar al Assad nel 2008.

I BENI IN BELGIO E IN BAHREIN

L’Italia non è l’unica a cercare di sbloccare la situazione dei fondi libici. A Bruxelles da tempo è il principe Laurent, fratello del re, a battersi per liberare da vincoli burocratici i beni detenuti a suo tempo nel Paese da Gheddafi. Dal 2010 cerca di ottenere un rimborso da 48 milioni di dollari per un contratto (da 70 milioni) stipulato due anni prima con la Libia, per il rimboschimento di una vasta zona nel nord del Paese. Gli accordi vennero rescissi unilateralmente dalla Libia, poi piombata nel caos nel 2011. Ad oggi non è stato ancora possibile recuperare il denaro, nonostante si stima che vi siano 14 miliardi di dollari soprattutto in titoli del fondo sovrano Lia, che continuano a fruttare dividendi cospicui. Secondo il team legale del principe, però, una parte del “tesoro” sarebbe scomparsi” (ben 9 miliardi). Una parte della fortuna accumulata da Gheddafi si troverebbe anche a Manama, in Bahrein, dove sarebbe avvenuto nel 2016 anche un versamento da 630 milioni di euro in titoli dell’Eni presso la Abc, la Arab Banking Corporation, controllata dalla Banca centrale libica con sede a Tripoli.

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