Carlo Terzano

Perché in Giappone il numero di reati è basso

Perché in Giappone il numero di reati è basso

21 Ottobre 2018 10.00
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Negli ultimi anni in Italia le elezioni si sono giocate sul tema della sicurezza. Il problema delle rapine in villa, degli stupri e degli omicidi ossessiona a tal punto gli italiani da prevalere sulle loro ideologie politiche e, come confermato da alcuni studi recenti, da operare un netto scollamento tra realtà e percepito. Diametralmente opposta è l'esperienza giapponese. I dati dell'Ocse descrivono il Paese come un'isola (anzi, un arcipelago) felice, che non conosce forme di microcriminalità e che ha saputo bandire i reati violenti. Qual è il segreto?

IL 71% DEI GIAPPONESI SI SENTE SICURO

Se nel nostro Paese i cittadini si sentono insicuri nonostante i dati diano i reati in calo, in Giappone avviene esattamente l'opposto. Il 71% dei giapponesi intervistati ha dichiarato all'Ocse di sentirsi al sicuro quando camminano da soli di notte. Pare una percentuale particolarmente elevata, invece è quasi in linea con la media mondiale, ferma al 69%. Questo nonostante il tasso di omicidi ogni 100 mila abitanti sia di 0.3, la percentuale più bassa rilevata nell’area Ocse, la cui media è 3.6. Anche l'Italia è abbondantemente sotto la media (0.8), ma si posiziona comunque ben al di sopra dello standard nipponico soprattutto se si considera la differenza di popolazione (60,5 milioni di italiani contro circa 126 milioni di giapponesi).

Ciò che sorprende maggiormente è il fatto che il Paese del Sol Levante sembri geneticamente immune alla microcriminalità. Per fare un esempio, se nel 1992 in Italia si denunciava il furto di oltre 325 mila automobili, in Giappone le auto rubate erano poco più di 34 mila. In quegli anni il Giappone viveva una grave crisi economica (la «grande bolla speculativa» o baburu keiki) che ridusse sul lastrico migliaia di persone, senza però riverberarsi in un significativo aumento della criminalità. Nel medesimo periodo, in Italia il tasso di furti in appartamento era tra i più alti dei Paesi Ue (2,4 ogni 100 famiglie), in Giappone invece era ancora possibile tenere la porta di casa aperta. Nel 2014 solo sei giapponesi sono morti a causa delle armi da fuoco, contro le 33 mila negli Usa nello stesso anno. In Italia gli ultimi dati si fermano al 2012 e i decessi sono stati 781. I poliziotti stessi devono lasciare l'arma in caserma quando non sono in servizio e comunque hanno l'obbligo di ricorrere prima alle arti marziali. E se un agente si suicida con l'arma di servizio, viene comunque celebrato un processo postumo, che arreca ulteriore disonore alla sua memoria e alla sua famiglia.

AUMENTANO I NONNI TACCHEGGIATORI

Le carceri giapponesi sono semi-vuote, così aumentano i nonni taccheggiatori. Il 20% delle persone arrestate ha più di 60 anni. E il 27% dei carcerati ha più di 65 anni. Secondo Customer Products, dal 2001 gli arresti per taccheggio degli over 60 sono aumentati del 35%. Tra i recidivi il picco è del 470%. Perché? Semplice: se le prigioni sono vuote, non è così male viverci e gli anziani, che in Giappone sono sempre più soli e temono di morire abbandonati, tra un ospizio costoso e un ricovero forzato ma gratuito, preferiscono la galera.

LE STRAGI: DALL'ATTENTATO AL SARIN ALLA STRAGE DI MATSUMOTO

Va detto che in Giappone non sono mancati gravi episodi stragisti. Il più eclatante è l'attentato con il sarin alla metropolitana di Tokyo del 20 marzo 1995 che provocò 13 morti e intossicò 6.200 persone. Assieme all'attentato di Matsumoto del 1994, nella prefettura di Nagano (7 morti e 600 avvelenati), è il solo episodio terroristico sul suolo giapponese dal Secondo Dopoguerra. Le altre stragi sono state compiute da “cani sciolti”. Nel giugno 2001 un 37enne da anni malato di schizofrenia armato di un coltello fece irruzione in una scuola elementare di Ikeda, vicino a Osaka, pugnalando 23 bambini e uccidendone otto. L'8 giugno 2008 a Tokyo un 25enne alla guida di un furgoncino prima investì alcuni pedoni, poi sceso dal veicolo, accoltellò chiunque si trovasse di fronte, facendo 7 morti e 18 feriti. L'omicidio di massa più grave si verificò il 26 luglio 2016 nell'ospedale Tsukui Yamayuri-en, a Sagamihara, nella prefettura di Kanagawa. Un 26enne, ex dipendente della struttura, passò mortalmente a fil di spada 19 persone. Si tratta però di casi isolati, non certo ascrivibili alla criminalità nipponica e legati più a squilibri mentali. Eppure, tanto è bastato perché l'esecutivo di Shinzo Abe, proprio quest'anno, accelerasse, con il pretesto di aumentare la sicurezza per le Olimpiadi del 2020, l'approvazione di una discussa legge antiterrorismo che, secondo i detrattori, arriverebbe persino a vietare l'associazionismo, dando agli inquirenti penetranti poteri di controllo.

LA YAKUZA ARGINA LA MICROCRIMINALITÀ

Sembra paradossale, eppure se in Giappone la microcriminalità quasi non esiste lo si deve anche alla macro criminalità. La mafia nipponica, o Yakuza, nel Paese ha una facciata di superficie legale che rende le varie famiglie più simili ad aziende che a cosche. Ogni famiglia è iscritta nell'apposito registro, vanta sedi ufficiali e di rappresentanza con tanto di loghi e i suoi iscritti oltre a essere tesserati hanno biglietti da visita (che in Giappone sono fondamentali) su cui viene riportato il proprio ruolo all'interno dell'organizzazione. Un recente picco dei crimini violenti è corrisposto alla scissione tra la famiglia principale, guidata dal potentissimo 76enne Tsukasa Shinobu e quella del suo ex braccio destro Kunio Inoue che ha condotto 12 famiglie all'indipendenza sotto il nuovo marchio Kobe Yamaguchi-gumi. L'aspetto peculiare, però, riguarda il fatto che l'impennata di crimini non sia legata alla lotta armata tra le due fazioni, ma all'indebolimento reciproco delle famiglie. Non ha aiutato nemmeno la recente decisione del dipartimento del Tesoro Usa di sanzionare diverse società giapponesi riconducibili alla Yakuza. La perdita di prestigio sociale ed economico starebbe infatti favorendo la proliferazione di borseggiatori solitari. La repressione dei crimini è comunque immediata e il tasso resta irrisorio.

Shoko Asahara, la setta e l’attentato al sarin di Tokyo

Giustiziato dopo oltre due decadi da quei fatti, all’età di 63 anni, ormai quasi completamente cieco e, secondo alcune perizie, incapace di intendere e volere, Shōkō Asahara è stato descritto da chi lo ha conosciuto come una mente brillante e una personalità affabile e affascinante.

MA LA PENA DI MORTE RESTA

Nonostante questo, il Giappone conserva tenacemente la pena di morte. Solo il 29 giugno 2018 sono stati giustiziati il leader e altri sette membri della setta Aim Shirinkyo. La pena capitale, come dimostrato da un sempre più nutrito numero di studi, non si è mai rivelata un efficace deterrente alla commissione dei reati. Perché allora il Giappone continua a prevederla? Se lo sono chiesto decine di studiosi, penalisti e sociologi, senza riuscire a fornire risposte univoche o convincenti. Kvashis e Morozov (Stati Uniti e Giappone, crimini, politica criminale e pena di morte, 1998) fotografarono in tali termini la questione: «Il Giappone è veramente una eccezione perché pur avendo adottato l'esperienza economica e democratica dell'Occidente, non ha mai perso le sue specifiche forme di controllo sociale in cui dominano i valori della comunità e della morale tradizionale». All'origine di tutto, insomma, ci sarebbe la paura, vissuta in più occasioni e in più campi, di occidentalizzarsi troppo.

L'APPORTO DEL CONFUCIANESIMO E L'ISTRUZIONE

Poi c'è il tema spirituale. Secondo il confucianesimo «le persone non dovrebbero conoscere la legge ma solo assoggettarsi a essa» e «l'incertezza di un castigo futuro scoraggia i criminali più che l'esatta conoscenza delle norme e delle specifiche sanzioni» (La moralità della pena di I.M Ragimov). Principi che si sono innestati al senso dell'onore tradizionalmente (e un po' banalmente) ricondotto al tempo dei samurai, ma che in realtà era già presente nella società nipponica. V. Ovchinnikov, nel suo The Branch of Sakura rileva: «Nel corso della loro millenaria storia i giapponesi hanno tagliato teste e sbudellato nemici al fil di lama in nome del “chiri” o debito d'onore. Anche se il “seppuku” (un'auto afflizione della pena capitale che consisteva nel tagliarsi il ventre con la propria arma e attendere lentamente la morte a seguito di un'azione ritenuta disonorevole nei confronti del proprio nome, della propria famiglia e dei propri avi) oggi si vede solo nei film storici, il “chiri” permea ancora la moderna società nipponica. Se il debito di riconoscenza giapponese affonda le radici nell'antica moralità cinese, il debito d'onore nulla ha a che vedere con gli insegnamenti di Confucio e del Buddha perché nulla ha a che vedere con i concetti astratti del bene e del male essendo basato sulla regolamentazione rigorosa delle relazioni umane che richiede di attenersi a un comportamento sempre appropriato». Insomma, al centro di tutto non c'è l'individuo ma la società. Non a caso nelle scuole giapponesi si tengono corsi di etica e morale. Gli studenti sono invitati, tra le altre cose, a provare empatia per chi, avendo perso il proprio portafogli, non lo dovesse ritrovare. Sarà un caso ma nel 2016 ben 3,67 miliardi di yen di contanti perduti (circa 28 milioni di euro) sono stati recapitati alla polizia di Tokyo e tre quarti di quel denaro è tornato ai legittimi proprietari. E a smuovere le coscienze non è certo la norma che impone allo sbadato di dare la ricompensa al trovatore o che permette di diventare proprietari di quel bene se nessuno lo reclama, perché è pressoché identica alla legge italiana.

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