Carlo Terzano

Giappone, quando a ripopolare le città sono le bambole

Giappone, quando a ripopolare le città sono le bambole

26 Maggio 2018 07.00
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In Giappone quella dei “villaggi fantasma” è una emergenza nazionale. Negli ultimi cinquant'anni, i piccoli borghi rurali si sono via via spopolati, fino a spingere il governo a mettere mano al portafogli e finanziare le attività di quei giovani che, cresciuti nel bel mezzo del rumore urbano di metropoli come Tokyo (la cui popolazione supera i 15 milioni di abitanti), Yokohama (oltre 3 milioni e mezzo) e Osaka (2,9), vogliano abbandonare tutto a favore di una vita molto più “zen”, magari coi piedi in ammollo in una risaia.

1. L'urbanesimo svuota i borghi: a rischio un patrimonio culturale unico

Il problema lo abbiamo anche in Italia: recentemente il Demanio ha concesso a condizioni molto vantaggiose beni come ville e castelli a imprenditori under 40 con l'obiettivo di ripopolare zone abbandonate. È l'ennesima testimonianza del fatto che il nostro Paese e il Giappone, benché geograficamente agli antipodi, abbiano proceduto e procedano tutt'ora nella storia di pari passo, affrontando sfide analoghe. L'ultima si chiama “invecchiamento della popolazione” e fa ovviamente il paio con una economia che richiede ai giovani di vivere in città, se si vuole trovare un lavoro confortevole. Secondo i dati del governo nipponico, l'urbanesimo e il crollo demografico in meno di due decadi (cioè dal 2000 a oggi) hanno già causato la scomparsa di oltre 200 comunità locali. Si trattava di paesini arroccati sui monti, poco e male collegati alle infrastrutture principali, ciascuno con le proprie tradizioni, le proprie festività e il proprio dialetto, scomparsi nell'arco temporale di soli 17 anni. È come se una gigantesca gomma avesse cancellato per sempre diverse pagine di storia millenaria. Di queste collettività, da ora in poi, si potranno occupare solo gli antropologi.

2. La mossa del governo: una tassa per il ripopolamento

Nel 2008 il governo ha istituito la furusato nozei: una tassa che permette di devolvere parte del proprio guadagno al paese natale. E qui la linea della storia italiana e giapponese diverge: perché se da noi quando si cambia residenza lo si fa soprattutto nella speranza di essere assoggettati a imposte comunali e regionali più basse, in Giappone l'iniziativa è stata accolta con favore. Tant'è che l'anno successivo l'esecutivo ha imposto una accelerazione del piano di ripopolamento attuando il “Chiiki Okoshi Kiryoku-tai” che prevede finanziamenti statali per tutti quei giovani che appendono il doppiopetto al chiodo e impugnano zappe e falcetti così da ridare lustro alla tradizionale economia rurale nipponica. I mali della vita moderna urbana (come il shiken jigoku, il mukatsuku, l'hikikomori, il karoshi e il jōhatsu) e il disastro di Fukushima sembrano avere fatto il resto: dei 4 mila ragazzi che hanno accettato di restituire le proprie braccia all'agricoltura, più della metà è rimasto anche una volta terminato il bonus economico. Una goccia nel mare, comunque, che non sembra permettere ai piccoli villaggi di tornare a sperare nel futuro.

3. Il caso di Nagoro: un villaggio rimasto abbandonato

Tra i villaggi abbandonati spicca Nagoro, soprannominato dalle agenzie di viaggi occidentali valley of dolls. Si tratta di un minuscolo paese della prefettura di Tokushima, sull'isola di Shikoku, aggrappato nella valle scavata da un torrente tra i monti Tomaru e Miune. Il paesaggio potrebbe assomigliare a quello di tanti borghi italiani nati secoli fa lungo la dorsale appenninica: boschi a perdita d'occhio e alte montagne ovunque, che durante l'inverno rapiscono il sole quando è ancora alto nel cielo e in estate non riescono comunque a fare da barriera all'afa. Non è facile, insomma, viverci. E infatti, quando la signora Ayano Tsukimi, dopo avere passato gran parte della vita a Osaka, raggiunta la terza età, nel 2003 ha deciso di farvi ritorno per morire «nella casa protetta dai suoi avi», l'amara scoperta: a Nagoro non era rimasto più nessuno. Anche l'azienda locale che aveva dato lavoro a gran parte della popolazione aveva chiuso i battenti.

L'idea di Ayano funziona, perché oggi Nagoro è tornato ad avere una trentina di abitanti e, soprattutto, ad apparire sulle guide turistiche

4. L'iniziativa della signora Ayano: ripopolare il paese con la stoffa

La signora Ayano, però, non si è persa d'animo. Anzi: ha setacciato le case dei vicini alla ricerca di stracci, stoffe e abiti dismessi, ha spolverato la macchina da cucire della nonna abbandonata in soffitta e ha popolato le vie e le case di Nagoro con centinaia di pupazzi ad altezza naturale. Il risultato è straniante: se per le vie del paese il tempo sembra essersi fermato al Giappone feudale, i suoi immobili abitanti dai vestiti moderni, in fila per acquistare il pane, in casa davanti a un televisore spento, o nella cabina telefonica intenti in una telefonata, restituiscono al villaggio l'aspetto di un luna park un po' lugubre. Sembra una baracconata tra il kitsch e il folkloristico. Potrebbe persino apparire come la ricostruzione per i posteri di una Černobyl' o di una Fukushima negli istanti immediatamente precedenti il disastro, nel tentativo di ritrarre la vita delle persone cristallizzata negli ultimi secondi di quotidiana spensieratezza. Comunque la si pensi, l'idea di Ayano funziona, perché oggi Nagoro è tornato ad avere una trentina di abitanti e, soprattutto, ad apparire sulle guide turistiche.

5. Il documentario di Schumann: sei minuti di valley of dolls

La vera notorietà è giunta quando nel villaggio si è imbattuto il fotografo occidentale Fritz Schumann: sorpreso dall'unicità del posto e dalla eccentricità della signora Ayano, ha deciso non solo di dedicargli un servizio fotografico, ma un intero documentario. The valley of dolls, appunto, che ha avuto una grande diffusione soprattutto sul web. Si tratta di un corto di appena sei minuti e 30 secondi che riesce però a comunicare tutta la poesia malinconica del luogo. I 30 concittadini in carne e ossa della signora Ayano hanno accettato di buon grado di convivere con questi buffi spaventapasseri: da quando ci sono, infatti, oltre a qualche troupe televisiva e a un buon numero di turisti, sono tornati un po' di soldi e, con loro, anche i politici locali. Le strade di Nagoro sono troppo strette per la macchina di Google Streets, così gli abitanti hanno chiesto alla signora Ayano di posizionare alcuni dei suoi lavori anche in prossimità della provinciale, in modo che possano essere immortalati dalle telecamere e richiamare gente da tutto il mondo. Alcuni sono così realistici che l'algoritmo di Google ne ha censurato i volti.

6. L'ultimo censimento: le bambole oggi sono quasi 400

La signora Ayano ammette che non era sua intenzione attrarre gli stranieri e non è nemmeno vero, come scrivono alcuni, che si sia circondata di bambole per sentirsi meno sola. Tutto è infatti iniziato per caso, dalla sua lotta quotidiana con i corvi che le mangiavano il raccolto. Così ha fatto uno spaventapasseri e lo ha addobbato coi i vestiti che ha trovato nella casa dei suoi genitori, fino a farlo assomigliare al padre fin nei minimi dettagli. Da lì ha deciso di ricreare gli altri membri della famiglia, quindi i vicini, gli impiegati comunali: secondo l'ultimo censimento, le bambole oggi sono quasi 400. Oltre a quelle in strada, magari alla pensilina, in attesa di un bus che non passa più da decenni, i turisti possono osservare quelle nei vecchi palazzi pubblici. Nella scuola ormai chiusa i banchi e le cattedre sono occupate da pupazzi variopinti, dietro il banco dell'ufficio postale siedono due grossi spaventapasseri con l'aria un po' vacua. Il traffico ovviamente non c'è, ma un vigile di paglia e piume d'oca guarda l'unica via del paese, pronto a elevare le contravvenzioni. C'è pure un operaio intento a scavare al lato nella strada. Un cantiere che, probabilmente, non vedrà mai fine.

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