Il rapporto dei giapponesi con il sesso

28 Marzo 2019 14.03
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Il crisantemo nipponico sta sfiorendo e, petalo dopo petalo, rischia di appassire. Nel 2018 il Giappone ha registrato un nuovo record negativo delle nascite e, sebbene una recente ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Lancet certifichi che tutto il mondo industrializzato stia galoppando verso il calo demografico, è il Sol Levante a guidare ogni classifica sulla denatalità seguito dall'Italia. A nulla sembrano servire le iniziative del governo, che ha messo il tema in cima alla propria agenda politica. Non solo. Il problema sarebbe a monte: i giapponesi sono anche poco interessati al sesso, single o sposati non c'è differenza. Certo è che non si fanno più figli. «La colpa non è della lunga vita degli anziani, come sostengono alcune tesi balzane, ma dei giovani che non vogliono fare figli». La frase, pronunciata dal 78enne Tarō Asō, attuale ministro delle Finanze e vicepremier del governo Abe, ha scatenato un dibattito tale da costringere l'ex primo ministro a scuse pubbliche. Per alcuni, infatti, il politico avrebbe puntato il dito contro le donne, che in Giappone vengono spesso accusate di preferire la carriera ai figli.

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IL GIAPPONE ALLE PRESE CON IL FENOMENO DELLE ONIYOME

È il fenomeno delle oniyome, neologismo che significa “spose – demoni” e, sebbene sia stato coniato negli ultimi anni, affonda le proprie radici in un retaggio lontano, comune soprattutto tra gli anziani delle comunità rurali. La donna in carriera suscita biasimo. Nel 2005 è uscita persino una serie tivù, Oniyome Nikki (Il diario della sposa-demone) incentrata sulla figura di una moglie bisbetica e prepotente che pensa solo al lavoro, vessa continuamente figlio e marito, dando vita a una lunga sequenza di eventi comici. I cinefili potrebbero intravedere alcune somiglianze con Il vedovo, film di Dino Risi con Alberto Sordi e Franca Valeri che affrontava in modo analogo lo spaesamento di una nazione alle prese con il desiderio di rivalsa delle donne. Era però il 1959.

LA DENATALITÀ E L'ASSENZA DI IMMIGRATI

Tornando alla ricerca pubblicata su Lancet, si afferma che un Paese inizia il declino demografico quando l'indice medio di natalità cala sotto il 2,1. Del resto, il calcolo è semplice: per mettere al mondo un bambino servono due persone; se due individui danno alla luce altri due, il saldo è pari. In Niger, per esempio, ci sono più di sette figli per coppia, in Italia sono 1,32 (dati Istat): il trend, da noi, è fortemente negativo. Il Giappone sta un po' meglio (1,42) ma avverte maggiormente il problema perché non è al centro di flussi migratori, tant'è che ha dovuto iniziare a importare lavoratori stranieri. Del resto, è grazie all’immigrazione se la popolazione tedesca nel 2018 ha toccato la quota record di 83 milioni di persone. Anche il Paese più popoloso e ricco d'Europa è però prossimo al declino demografico: nel 2030, tra soli 11 anni, i tedeschi saranno 79 milioni. Il Sol Levante sta vivendo il problema in modo accelerato: i 126 milioni di giapponesi odierni si ridurranno a poco più di 100 milioni entro il 2050. Nove anni fa erano in vita 9 milioni di giapponesi in più: è come se di colpo fosse sparita una città popolosa come Londra. Da parte loro gli anziani fanno il possibile: sono sempre più longevi (la speranza di vita sfiora gli 84 anni) e restano sempre più a lungo al lavoro, ma senza giovani il sistema pensionistico e quello sanitario rischiano il collasso.

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LA WOMANOMICS DI ABE

Questo nonostante il massiccio piano di interventi a favore della natalità messo in campo fin dal 2012 dal primo ministro, Shinzō Abe. Nella sua ricetta per traghettare il Paese fuori dalla crisi (l'Abenomics) un lungo capitolo è stato dedicato alla “womanomics”: misure studiate per la popolazione femminile, mirate a conciliare carriera e maternità, così da riportare il tasso di natalità a un passo dal pareggio (1,8%) entro il 2030. Non sarà facile. La facoltà di Medicina dell'università di Tokyo negli ultimi 10 anni ha falsificato i test d'ammissione delle studentesse per contenere il numero delle laureate: le dottoresse mettono su famiglia e si assentano. Per i professori era normale boicottarle. È passata alla storia la vicenda di alcune impiegate di una banca di Hiroshima che il mattino del 6 agosto 1945 si salvarono perché, quando alle 8:15 la bomba detonò, si trovavano già in ufficio, uno dei pochi edifici in cemento della città: all'epoca le donne dovevano arrivare prima dei colleghi per pulire. In un Paese fortemente maschilista come il Giappone, le riforme di Abe risultano più culturali che economiche e richiedono un lungo periodo di transizione per essere digerite.

NIENTE SESSO, NEMMENO TRA CONIUGI

Non è dunque un caso se Abe abbia costruito la propria azione di governo con un ministero ad hoc, quello delle Misure contro il declino demografico, affidato a Katsunobu Kato, contemporaneamente alla guida dei dicasteri per le Pari opportunità, per l'Affermazione delle donne e per la Resilienza nazionale. Nonostante gli sforzi, però, il tasso di partecipazione al lavoro femminile è salito dal 46,2% del 2012 a poco meno del 50% del 2017: dato affine a quello italiano (49%). C'è chi fa meglio: in Germania è al 55%, negli Stati Uniti al 56%, in Canada al 61%. Ma dove il Giappone continua ad arrancare è nella presenza di donne nei vertici aziendali: solo il 4% (ma partiva dall'1% del 2012). Nella vicina Cina, che certo non brilla nelle pari opportunità, è al 9%. Dati sconfortanti. Non stupiscono allora i risultati di un recente report del National Institute of Population and Social Security Research giapponese secondo cui il 42% degli uomini e il 44,2% delle donne tra i 18 e i 35 anni ha dichiarato di non avere mai fatto sesso. Il 30%, inoltre, si è dichiarato “asessuato”, privo di impulsi, percentuale che sale al 40% se si prende in considerazione la sola platea femminile. Non va meglio tra i coniugi: secondo la Japan Family Planning Association, il 47,2% delle coppie sposate non ha rapporti sessuali.

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LE CAUSE DELLA MANCANZA DI DESIDERIO

Il Giappone dei vizi, descritto nel romanzo Tokyo Decadence di Ryū Murakami non esiste più. Sul perché i giapponesi stiano smettendo di fare sesso, siano diventati apatici, sono stati scritti interi trattati. Alcuni lo chiamano fenomeno degli Sōshokukei-danshi, vale a dire degli “erbivori” (in contrapposizione ai “cacciatori” di avventure, dunque carnivori) e hanno individuato le cause più disparate: la diffusione dei fumetti erotici (gli hentai) un tempo letti solo dagli adolescenti e oggi anche dagli adulti single, l'accessibilità del porno su Internet, lo stress, un individualismo che al più si sfoga online, con i videogiochi o con i social. Più pragmaticamente, c'è chi fa notare che è la società moderna a ostacolare la formazione di una famiglia: le scuole costano, le famiglie investono tutti i loro risparmi per l'istruzione dei figli e i ragazzi, sotto pressione fin dalla tenera età, vengono spinti a primeggiare. Dopo tanti sacrifici nessuno rinuncerebbe alla carriera per la famiglia. D'altro canto, se l'istruzione grava sui bilanci familiari, le giovani coppie non possono permettersi le rette. Tra i punti della womenomics di Abe c'è un forte sostegno alla scuola primaria e agli asili statali: dal 1990 al 2015 il Paese ha perso quasi 7 mila plessi scolastici, soprattutto nelle periferie. Chi può si è trasferito altrove, chi non ha potuto ha dovuto accendere mutui per pagare le rette degli istituti privati. Non è dunque vero che il giapponese è diventato insofferente al sesso: semplicemente non conviene mettere al mondo i figli. Lo si può fare solo da anziani, quando la natura però non lo permette più e, difatti, nel 2016 un giapponese su 18 è nato attraverso la fecondazione in vitro. Lo stesso discorso può essere fatto per il desiderio – mai sopito – di trovare un partner, o non si spiegherebbe il fiorire di agenzie matrimoniali: semplicemente, il mondo del lavoro, sempre più irregimentato, frenetico e stressante, non lascia spazio alla coltivazione di rapporti interpersonali. Non solo. Ciascun giapponese oggi deve mantenere due anziani: i propri genitori. Impossibile, dunque, pensare a un futuro diverso dall'inesorabile vecchiaia, in solitudine.

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