La leggenda Gigi Riva e il racconto di un calcio che non c’è più: da Beppe Viola a Nanni Balestrini

Rombo di Tuono era sacrificio, rabbia, talento. E il pallone più di un semplice sport: era un'epopea fatta di eroi e cantata da Gianni Brera, PPP, Beppe Viola e Nanni Balestrini. Ecco qualche libro per rievocarla.

La leggenda Gigi Riva e il racconto di un calcio che non c’è più: da Beppe Viola a Nanni Balestrini

Con Gigi Riva, scomparso dopo un malore all’età di 79 anni nella sua Cagliari, città che lo aveva prima reso celebre e poi definitivamente adottato, se ne va un pezzo di storia del calcio. Un calcio che però da tempo non esiste più. Autentica icona pop, simbolo di forza e sacrificio, centravanti dello scudetto e della mitica nazionale che sconfisse 4-3 la Germania allo Stadio Azteca di Città del Messico nel 1970, in quella che ancora oggi viene ricordata come la partita del secolo, Riva ha segnato un’epoca. Gianni Brera, il più letterario di tutti i giornalisti sportivi, gli affibbiò il soprannome Rombo di Tuono (prendendolo in prestito da Nostro Padrone di Grazia Deledda, unica italiana a vincere il Nobel per la letteratura nel 1926), consegnandolo alla leggenda. Mentre nel 1971 Pier Paolo Pasolini, nel celebre articolo “Il calcio è un linguaggio con i suoi poeti e prosatori” pubblicato da Il Giorno, di lui scrisse: «Riva gioca un calcio in poesia. Egli è un ‘poeta realista’».

Rombo di Tuono tra gol memorabili e celebri rifiuti

La sua incredibile storia, fatta di gol memorabili e celebri rifiuti a offerte stellari – «Alla Juventus avrei guadagnato il triplo. Ma la Sardegna mi aveva fatto uomo», confessò Riva. «In continente ci chiamavano pastori o banditi. Quando avevo 23 anni la grande Juve voleva ricoprirmi di soldi. Io volevo lo Scudetto per la “mia” terra: ce l’abbiamo fatta. Noi, banditi e pastori» –  è narrata nell’autobiografia edita da Rizzoli, intitolata Mi chiamavano rombo di tuono, all’interno della quale il cannoniere Campione d’Europa nel 1968 e vicecampione del Mondo nel 1970 con la Nazionale (detiene ancora il record di marcature, 35 in 42 partite in azzurro), racconta la sua incredibile vicenda, partita da Leggiuno, nel Varesotto, nel 1944 e diventata un esempio di vita che riporta a un mondo antico, quasi alieno per i giovani di oggi. Emblema di un calcio scomparso, Gigi Riva, che i giornali dell’epoca paragonavano a Paul Newman, riporta alla mente altre figure mitologiche del suo tempo e più in generale un modo completamente diverso di intendere (e raccontare) lo sport più popolare del mondo.

Storie di un calcio scomparso: da Beppe Viola a Nanni Balestrini

Per farsi un’idea basta leggere lo straordinario libro scritto da Beppe Viola, quello che intervistava Rivera in tram, intitolato Vite vere compresa la mia, edito da Quodlibet, in cui il giornalista Rai, cresciuto a Milano in Via Lomellina e scomparso prematuramente all’età di 43 anni nel 1982, attraverso il calcio raccontava la sua città, all’epoca feudo di Iannacci e di Cochi & Renato, ancora pre-Berlusconi. Libro che raccoglie i pezzi scritti per Linus negli Anni 70, un fiorire di storie, spesso notturne, ma soprattutto di gente unica, quella nata «per tenere insieme la nebbia fino al mattino, e anche più in là». La stessa città raccontata da Nanni Balestrini ne I furiosi, l’unico romanzo italiano sugli ultras, che racconta la vita nelle Brigate Rossonere, storico gruppo della curva del Milan ormai sciolto da tempo. «Mi ha portato la prima volta che avevo sei anni mi ricordo che era un derby che abbiamo vinto 1 a 0 però quello che mi ricordo di quella partita non è la partita quello che mi colpiva era lo spettacolo dei tifosi non riuscivo a guardare la partita più di tanto perché ero attratto da questi cori da tutte queste cose che succedevano lì nella curva dalle bandiere dalle trombe dai fuochi dai tamburi», scrive Balestrini nelle prime pagine di questo poema rivoluzionario che descrive le scorribande di un manipolo di antieroi privi di morale, eppure rispettosi di un codice non scritto, e di come questa fascinazione diventi una delle principali ragioni di vita del protagonista.

Best, Cruyff, Maradona e le rockstar del pallone

«Le dico subito che io non sono razzista. Cioè io credo che i giornalisti sportivi non siano una razza a sé, diversa dal resto dell’umanità. Sono uomini che scrivono, come me e come lei. Non esiste, dunque, il giornalismo sportivo, se non come astrazione. Esiste il giornalismo e basta, la carta stampata quotidiana. Che essa si occupi di crisi sul Canale di Suez o di Milan-Cagliari, non fa differenza», scriveva Luciano Bianciardi all’inizio degli Anni 70, quando dalle colonne del Guerin Sportivo rispondeva alle domande dei lettori – tra cui Vittorio Gassman, Carmelo Bene e Gino Paoli – sulle questioni più disparate. Tempi lontani in cui il calcio era lo specchio delle speranze e delle delusioni non solo della domenica pomeriggio ma un fenomeno che andava ben oltre il perimetro del campo da gioco. Un mondo popolato da giganti come per esempio George Best o Johan Cruyff, e in cui le maglie non avevano sponsor. Proprio a Cruyff è dedicato uno splendido documentario, accompagnato dalla musica jazz di Bruno Martino, intitolato Il profeta del gol, realizzato dal leggendario cronista sportivo Sandro Ciotti nel 1976 e doppiato da Ferruccio Amendola. Un lavoro che può essere paragonato al film del 2008, girato da Emir Kusturica, intitolato Maradona. Storie di eroi immortali, come Gigi Riva, che al pari delle rockstar o dei divi del cinema osannati dal pubblico, sono entrati a gamba tesa nell‘immaginario collettivo e restano ancora oggi protagonisti nei racconti di chi c’era e di chi li tramanda, generazione dopo generazione.