Perché i gilet gialli ripudiano Di Maio

07 Febbraio 2019 18.04
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Il movimento nato senza leader ha troppi leader. Non poteva che finire così per i gilet gialli, i contestatori francesi che si erano battezzati forza spontanea, senza capi e mire di potere, movimento dal basso ed espressione del popolo. Poi però nel popolo c'è chi, in vista delle Europee, ha mire di visibilità e punta a emergere come populista. Chi non sopporta la violenza, si tira fuori dai cortei e ne organizza altri, fondando altri movimenti dal basso, spontanei e popolari, dicono loro. E di certo c'è chi ha interesse a sgonfiare il fenomeno dei gilet gialli, che guarda caso si sparge in molti rivoli.

IL M5S GUARDA A DESTRA

Per un movimento popolare che non si è voluto, né probabilmente si è saputo dare un'organizzazione, è naturale differenziarsi in più anime. Se intravedono almeno due politiche, macroscopiche e sempre meno conciliabili, sovrastate da una massa ancora orgogliosamente apolitica. C'è l'area a sinistra, per i diritti e per le diversità oltre che contro le multinazionali e le tasse, e c'è l'area autoritaria e sovranista a destra. Proprio con il leader di quest'ultima, Christophe Chalencon, si sono incontrati a Parigi e si rivedranno presto a Roma il vice premier grillino Luigi di Maio e il co-leader del M5s Alessandro Di Battista, orfani degli indipendentisti britannici dell'Ukip e alla disperata ricerca di partner europei.

CHALENCON, L'AUTORITARIO

Poco importa ai pentastellati, evidentemente, quanto Chalencon sia presentabile, basta che – al contrario di altri capi dei gilet gialli o ex – sia disponibile. Cinquantadue anni, ex fabbro, Chalencon ha fatto molto discutere in Francia per le reiterate affermazioni autoritarie sui social e nelle interviste ai media: ha parlato di «guerra civile inevitabile», appellandosi all'esercito come – in tutt'altro contesto – il leader dell'opposizione in Venezuela, Juan Guaidó: «Se Macron non vuole piegarsi spetta ai militari consentire un governo di transizione», ha scritto in un post su Facebook del 23 dicembre scorso. E già il 3 dicembre, agli albori dei gilet gialli, Chalencon aveva auspicato a radio Europe 1 «un vero comandante» al palazzo del governo.

DROUET, IL DURO E PURO

L'ideale per lui sarebbe stato il generale Pierre de Villiers, l'ex capo di stato maggiore delle forze armate arrivato allo scontro con Emmanuel Macron. Con Di Maio e Di Battista, Chalencon si è sbilanciato («siamo praticamente d'accordo su tutto»), pronto a ricambiare la visita a Roma. Ma ripartiti gli ospiti, ha frenato sull'alleanza, disponibile a un «concubinato» non a un «matrimonio». Anche perché il capopopolo corteggiato dai grillini è lontano dall'essere il leader dei gilet gialli che viene presentato in Italia, anzi la presa di posizione di vicinanza al M5s ha fatto sobbalzare parecchi altri esponenti del movimento. Il primo no a «iniziative politiche» è piovuto dal duro e puro Eric Drouet.

Ho votato i Verdi e poi purtroppo Macron, per non votare Marine Le Pen

IL NUCLEO DI APOLITICI

Camionista, 33 anni, Drouet si è imposto nella protesta, sia per l'antagonismo sia per l'attivismo sui social. A lui si deve l'organizzazione di guerriglie urbane in quartieri chic e l'aver fomentato, su gruppi dei social network, a «marciare sull'Eliseo» e ad «azioni non violente contro la finanza e i luoghi del potere tirannico». È stato fermato dalle forze dell'ordine e indagato per organizzazione illegale di proteste, porto d'armi illegale e raggruppamento allo scopo di violenze e vandalismo. Contro la corsa alle Europee dei gilet gialli, sono schierati anche la giovane leader di colore Priscillia Ludosky e il blogger e mente digitale del movimento Maxime Nicolle, alias Fly radar (il quale il 7 febbraio ha annunciato una manifestazione dei gilet gialli a Sanremo, dicendo che Di Maio nella sua gita parigina ha sbagliato interlocutori).

L'INFERMIERA CAPOLISTA DEL RIC

Per loro i gilet gialli devono rimanere fedeli alle origini, Chalencon è al contrario persona da cambiare di frequente idee e militanze. Come diversi grillini, da un po' tentava anche di entrare in politica. Come l'altro gilet giallo Marc Doyer aveva cercato di candidarsi – nientemeno – che nelle liste di En Marche! di Macron. Fallita l'impresa, aveva corso senza successo alle Legislative del 2017 in una lista indipendente dal motto Rivoluzione nazionale. Con Chalencon è pronta a candidarsi capolista per le Europee nel Raggruppamento di iniziativa cittadina (Ric, in origine la campagna unitaria per un referendum popolare), la 31enne, infermiera, Ingrid Levavasseur, più moderata di Chalencon, «ex elettrice dei Verdi», ha raccontato, «e purtroppo di Macron, per non votare Marine Le Pen».

MOURAUD, LA PASIONARIA DICE ADDIO

Per lanciare il Ric – ancora una volta, come il M5s – Levavasseur ha avviato una selezione dei candidati online, scaldando tutt'altro che gli altri maggiorenti. Lo zoccolo duro di Drouet, Ludosky e Nicolle le ha dato di «venduta». Il capo della campagna del Ric Hayk Shahinyan ha abbandonato il gruppo a pochi giorni dall'incarico. Viceversa alcuni gilet gialli dell'area a sinistra mirano sì alla carriera politica, ma con tutt'altre liste e fuori dalle Europee. Jacline Mouraud, 50enne precaria diventata virale per il video-invettiva contro Macron esplose le proteste, ha detto addio ai gilet gialli per fondare il movimento L'emergenza. «Un partito del senso comune», ha anticipato la pasionaria populista pronta ad «agire col cuore».

L'ITALO MARSIGLIESE CORRE DA SOLO

Anche Paul Marra, gilet giallo marsigliese e per metà calabrese, è andato per conto suo fondando l'associazione politica Movimento dei gilet gialli. Ma si guarda bene da alleanze e contatti con organizzazioni in Italia per le Europee. «Non siamo maturi, non vogliamo mettere il carro davanti ai buoi, guardiamo intanto alle Municipali», ha dichiarato. Difficile, in questo marasma, capire a che percentuali potrebbe arrivare il Ric a maggio prossimo: alcuni sondaggi sul gradimento generico per i gilet gialli li indicano attorno al 13%. Ma anche la base popolare si sta sfaldando, tra i simpatizzanti soprattutto di sinistra. A catena nelle città francesi, sempre richiamati dal tam tam in Rete, hanno preso a sfilare i Foulard rossi.

DAI GILET GIALLI AI FOULARD ROSSI

Il nuovo fenomeno di strada si presenta come una scissione (pilotata?) dai gilet gialli. «La rabbia è stata ascoltata, le rivendicazioni erano legittime ma ne denunciamo la forma, la violenza sistematica, l'odio contro i funzionari eletti e i giornalisti», ha dichiarato l'auto-proclamato leader Laurent Soulié, prendendo le distanze dalle aggressioni. Più o meno contemporaneamente John Christophe Werner, altro foulard rosso, si definiva «fondatore» del movimento che, tra i gilet gialli e Macron, sta con Macron. La diaspora della base e dei leader non aiuta il progetto europeo del Ric e neanche quello del M5s, costretto a bussare tutte le sigle, anche le più marginali – ed estremiste – per non finire insieme a Le Pen e la Lega. Anche se a questo punto non cambierebbe molto.

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