Giorgetti punta alla presidenza di Fondazione Cariplo

16 Gennaio 2019 14.14
Like me!

Giancarlo Giorgetti si è stancato. Lo sta dicendo in giro agli amici della Lega che lo incalzano con domande su quanto possa reggere il governo, giustificando lo sfogo con la sua personale difficoltà ad andare d’accordo con i grillini. Non li può soffrire, ne pensa tutto il male possibile, e non nasconde che questo cattivo rapporto lo sta logorando. Quello che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio invece non dice, se non agli intimissimi e fidatissimi, sono altre due cose.

La prima è che in realtà la sua scontentezza deriva soprattutto da Matteo Salvini, con il quale il feeling è andato via via scemando. In particolare, Giorgetti non sopporta quel «veditela tu» con cui Salvini gli scarica addosso tutte le grane e le relative responsabilità, senza mai entrare nel merito dei problemi e senza dargli copertura politica. Tra loro non ci sono litigi, anche perché Giorgetti ingoia e tace, ma la freddezza è addirittura raggelante. Per questo – e siamo al secondo, e più intimo, segreto che la vostra Lince è in grado di svelare – il 52enne di Cazzago Brabbia coltiva un’ambizione alternativa alla politica: diventare presidente della Fondazione Cariplo. Giorgetti sa benissimo che a dare le carte è il presidente uscente Giuseppe Guzzetti, ma coltiva l’intima speranza che il suo ottimo rapporto con lui e il gioco dei veti incrociati che è già in atto e che potrebbe falcidiare i candidati già emersi, come Letizia Moratti, gli possa spalancare quella porta. E i tempi giocano a suo favore.

LEGGI ANCHE: Chi è il dirigente di Bankitalia dietro l'operazione Carige

Guzzetti, che dal 1997 ha fatto due mandati e non è ricandidabile, scade in primavera. Il meccanismo elettorale prevede un mix di nominati dagli enti locali e di esponenti della società civile, indicati da associazioni e diocesi. Per questo già da settembre scorso l’avvocato di Turate ha chiesto alle province interessate di indicare le terne con le candidature da cui poi scegliere i 28 membri della Commissione (una volta erano 40, poi il numero è stato ridotto). Delle 14 terne di candidati pubblici da selezionare, una decina andrebbero al centrosinistra, e gli altri al centrodestra, con la Lega a fare la parte del leone. Nomi che Guzzetti si è impegnato a concordare proprio con Giorgetti. E se nel frattempo il governo sarà andato a sbattere…

TRA MINENNA E LA CONSOB IL MURO INVALICABILE DEL QUIRINALE

Marcello Minenna, figlio di un vecchio boss dell’Anas, fatica a superare la barriera alzata dal Quirinale nei confronti della sua nomina a presidente della Consob, sponsorizzata con veemenza e altrettanta ineleganza dai cinque stelle. Lo schema di ragionamento del Colle è molto semplice: nessun giudizio sulla persona – né lui né altri eventuali concorrenti – ma valutazione sulla idoneità. Che, nel caso di Minenna, non c’è per un semplice motivo oggettivo: è considerato inopportuno che un funzionario della commissione passi al grado di commissario della medesima. Non è mai accaduto, ed è opportuno che non accada ora.

E a nulla valgono gli ululati lanciati dal senatore Elio Lannutti, che negli anni da strenuo accusatore di Minenna ne è diventato un infaticabile paladino, e le blandizie di Carla Ruocco, amica di Minenna, che venerdì 11 gennaio si è persino scapicollata in Bankitalia per una cerimonia relativa a Luigi Einaudi sapendo che avrebbe presenziato il Capo dello Stato. Insomma, Minenna non passa. E Giggino Di Maio ne è contento, avendo sposato solo all’ultimo la candidatura – con l’unico scopo di apparire in sintonia con alcune lobby pentastellate – ma ben sapendo che verrà il momento in cui dovrà dirsi affranto ma nell’impossibilità di superare il niet quirinalizio.

LAURA CASTELLI SPINGE LA NOMINA DI LUIGI CARBONE

Che rapporto c’è tra la 32enne Laura Castelli, sottosegretaria al Tesoro e nota per la sua inclinazione alle gaffe dovuta alla fissazione di credersi una economista, e Luigi Carbone, il consigliere di Stato che ha preso il posto di Roberto Garofoli come capo di gabinetto al ministero dell’Economia grazie a un’interpretazione fantasiosa (Giorgio Meletti sul Fatto Quotidiano l’ha definita «kamasutra giuridico») della legge Severino? Di grande stima, come minimo.

Al Mef e negli ambienti grillini un po’ più smaliziati si danno di gomito: risulta, infatti, che la parlamentare torinese con un curriculum dove spicca il lavoro di security allo stadio della Juventus si sia spesa con tutte le sue forze per la nomina del giurista appartenente alla casta dei Cassese boy’s e per difenderne la figura dalle malevole insinuazioni che l’hanno accompagnata. Un classico caso in cui i pasdaran del “cambiamento” pescano nel “vecchio” per coprire ruoli tecnici per i quali non hanno coltivato nessun profilo adatto.

IL FOGLIO DI CERASA SCORDA IL COMMISSARIAMENTO DI SORGENTE SGR

È vero che i giornaloni l’hanno tenuta bassa che più bassa non si può, ma la notizia del commissariamento di Sorgente Sgr da parte di Bankitalia, scoppiata come una bomba nel mondo immobiliare e finanziario, sul Foglio proprio non c’era. Né mercoledì 9 gennaio, dopo che il giorno prima era stata battuta dalle agenzie di stampa, né nei giorni successivi, quando Repubblica e la Verità ci sono tornate sopra per spiegarne la portata. E come mai Claudio Cerasa, sempre pronto ad indossare i panni del fustigatore, se l’è fatta sfuggire? Semplice: ha pagato dazio al suo editore. Sorgente Group è infatti controllato da Valter Mainetti, il quale è il proprietario del quotidiano fondato da Giuliano Ferrara (che mi dicono preoccupato assai della piega che ha preso la vicenda). E siccome qualche tempo fa l’arcigno editore, cui non manca il piglio da padrone delle ferriere, si era lasciato andare ad una pubblica lamentela sulla linea editoriale imposta da Cerasa («Il Foglio dovrebbe essere più un contenitore di idee e un territorio di dibattito, che un giornale con una linea politica troppo stretta») che aveva fatto parlare addirittura di un licenziamento del giovane “ciliegia”, ecco che l’ardito direttore ha pensato bene di far finta di nulla di fronte al clamoroso inciampo di Mainetti. D’altra parte Mainetti, che possiede anche Tempi e il 30% della Gazzetta del Mezzogiorno, ha ormai affermato di sé l’immagine dell’editore che ha intenzione di aggiungere altre perle alla sua collana – si era parlato del Tempo prima che arrivassero gli Angelucci, ora si parla di Telenorba di cui i Montrone si priverebbero volentieri – e i giornalisti, si sa, hanno occhi di riguardo per gli editori, specie se si dichiarano espansionisti.

LA CENA TRA RENZIANI E SALVINI E L'EREDITÀ DI VERUSIO E ANGIOLILLO

In Sorgente sono tutti preoccupati tranne lui, Valter, che sembra fottersene allegramente, visto che ha fatto bella mostra di sé all’happening romano organizzato da Annalisa Chirico per tentare di gettare un ponte tra i suoi amici renziani, eredità della sua passata liaison con Chicco Testa (da Maria Elena Boschi a Luca Lotti passando per Marco Carrai) e il suo amico Matteo Salvini. L’intento dell’intraprendente e rampante Chirico era anche buono: parlare dell’intollerabile tasso di giustizialismo che impera in Italia e di una conseguente riforma della giustizia che lo temperi.

Ma tra i tanti tavoli da 10 allestiti a La Lanterna, il ritrovo chic di via Tomacelli firmato da Massimiliano Fuksas, la mondanità ha preso il sopravvento nonostante le dotte disquisizioni della grintosa Paola Severino e del raffinato Carlo Nordio. Di signore e signorine con l’ambizione di attovagliare la gente giusta Roma è sempre stata piena. Ma nelle case, in salotti accuratamente messi al riparo dai paparazzi e dal gossip di grana grossa. Per questo un vecchio frequentatore, al cospetto del Chirico dinner, mi ha sussurrato tra lo scandalizzato e il divertito: «L’altra sera le Verusio e le Angiolillo si sono rivoltate nella tomba».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *