La solitudine di Giorgetti, ministro inascoltato dalla sua stessa maggioranza

David Allegranti
28/12/2023

Da titolare dell'Economia voleva ratificare il Mes ma da leghista è rimasto fedele alla linea. Poteva brindare con i suoi colleghi europei al nuovo patto di stabilità ma ha preferito parlare di compromesso. E si sarebbe pure potuto dimettere piantando un casino, ma la ragion di Stato (o di partito) ha avuto la meglio. Le contorsioni del vice di Salvini.

La solitudine di Giorgetti, ministro inascoltato dalla sua stessa maggioranza

Il ministro più solo dell’esecutivo, che pare uscito da una canzone de I Cani («Ecco a voi la creatura più sola su questo pianeta / E i brividi vengono su dalle gambe al petto / Il posto più freddo è qui proprio dentro al mio letto»), non è Carlo Nordio alle prese con qualche forcaiolo irriformabile, bensì Giancarlo Giorgetti. Il ministro dell’Economia mercoledì s’è presentato in commissione Bilancio della Camera per parlare di tutto, persino di Mes e Patto di stabilità e crescita. Pronto alla pugna con chi l’ha attaccato in questi giorni, Giorgetti ha dovuto riallinearsi dopo la sortita della settimana scorsa, quando s’era lamentato che lui, da ministro, il Mes lo avrebbe voluto. Ha ribadito che il Parlamento è sovrano, che non è vero che lui ha mai venduto in Europa l’approvazione del Meccanismo Europeo di Stabilità (si sapeva come sarebbe andata a finire una volta arrivato il voto in Aula) e che, insomma, i problemi dell’Italia sono altri. «Ratificare il Mes da ministro dell’Economia era più comodo, avrei fatto più bella figura. Ma quello che vorrei dire è che il Mes non è né la causa né la soluzione al nostro problema perché il nostro problema si chiama debito». Insomma, «dobbiamo considerare che il debito, soprattutto quando costa, deve essere tenuto sotto controllo o questo Paese non ce la fa».

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Giancarlo Giorgetti in commissione Bilancio alla Camera (Imagoeconomica).

Le iniziative che Giorgetti vorrebbe intraprendere vengono sconfessate dalla sua maggioranza

E Giorgetti ha ragione, almeno su questo: il debito italiano è al 140 per cento sul Pil e i vari bonus senz’altro non hanno aiutato (a partire dal 110 per cento): «Abbiamo dato il 110 per cento di incentivo pubblico a ricchi e poveri per rifarsi la casa al mare, facendo ancora debito pubblico. Ora ci si lamenta perché si scende al 70 per cento. Ho chiesto quale altro Paese dell’Ue ha un incentivo del genere, non ho avuto risposta. A noi il 70 per cento sembra pochissimo, ma visto da fuori è tantissimo. Dobbiamo uscire da questa allucinazione per cui è tutto dovuto». Alla fine insomma il ministro ha deciso di buttare la palla in tribuna, parlando d’altro (pur dicendo cose giuste sull’enorme debito pubblico italiano), ma il problema politico resta: le iniziative che Giorgetti vorrebbe intraprendere come ministro vengono sconfessate dalla maggioranza di cui fa parte.

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Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la premier Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La ragion di Stato (o, meglio, di partito) del ministro

Per spirito di disciplina, il numero due della Lega ha spiegato il senso autentico della ragion di Stato (o, meglio, di partito) che l’ha mosso a restare dove è. Perché anche Giancarlo Giorgetti ha natura ancipite, come la Lega: il ministro vuole il Mes, ma il dirigente leghista deve essere fedele alla linea. Avrebbe potuto piantare un casino dimettendosi, non l’ha fatto. Perché le dimissioni avrebbero creato un problema non da poco al sapido disegno politico di Matteo Salvini, che è proiettato verso le Europee e non guada in faccia nessuno. Ma anche alla stessa Giorgia Meloni, che si è limitata a lasciare che il Parlamento facesse saltare la ratifica delle modifiche al Mes.

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Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il nuovo patto di stabilità e la teoria del compromesso

Come intenderà Giorgetti gestire le prossime trattative politiche – in Europa e non solo – sarà un problema non secondario. Il titolare dell’Economia dice di avere un problema con la comunicazione. Mentre suoi colleghi in giro per l’Europa festeggiavano per l’accordo sul patto, lui evitava di brindare. Perché più che una vittoria, ha ribadito, si tratta di un compromesso. «Per quanto riguarda il Patto di stabilità e crescita, è un patto tra tanti Paesi», ha detto Giorgetti. «Ho letto autorevoli esponenti politici e accademici che invocavano il diritto di veto. E allora nella valutazione obiettiva e onesta dobbiamo valutare: se non ci fosse stato accordo che cosa sarebbe successo? Sarebbe rimasto in vigore il vecchio patto di stabilità e crescita. Guardando a quello abbiamo fatto un passo in avanti». E, di fronte alle osservazioni di Maria Cecilia Guerra del Pd, ha aggiunto: «L’onorevole Guerra mi dice: “Rispetto alla proposta della Commissione abbiamo fatto un passo indietro”. La mia risposta è: probabilmente sì. Ma perché abbiamo introdotto, rispetto a un sistema già complicato, il caos totale. Adesso abbiamo introdotto tantissime clausole per richiesta di diversi Paesi, perché tutti avevano il diritto di veto. Allora questo è un compromesso e la valutazione la faremo tra un po’ di tempo». Forse, allora, si sarà in grado di fare una valutazione completa anche su Giorgetti.