Le omissioni di Meloni a Quarta Repubblica su amichettismo, merito e privatizzazioni

Paolo Madron
23/01/2024

I 400 COLPI. La premier è scivolata più volte nell'accomodata intervista su Rete4. Ha denunciato il sistema di potere degli "amici degli amici", quando lei l'ha sostituito col familismo piazzando cognato e sorella. Si è proclamata paladina della meritocrazia dimenticando il solito spoils system in Rai. E ha attaccato Elkann su Fiat sbagliando bersaglio: doveva prendersela con Conte e Salvini...

Le omissioni di Meloni a Quarta Repubblica su amichettismo, merito e privatizzazioni

Rilassata, sorridente, sempre a suo agio, sicura che nell’ora e passa di intervista non subirà imboscate come invece capita nel mare aperto di una conferenza stampa. Così è apparsa Giorgia Meloni nell’intervista a Quarta Repubblica dove si sente di giocare in casa (e non perché a Rete4 ci lavora quello che fino a pochi mesi fa era il suo compagno). La premier ha dimostrato ancora una volta la sua predilezione per i temi di politica estera, sui quali sin dall’inizio del suo mandato si sta dando un gran daffare, meno per le questioni domestiche dove spesso la vis polemica dell’approccio inficia nel merito le risposte. Specie se dall’altra parte l’interlocutore non glielo fa rilevare.

Tre cavalli di battaglia rivendicati con compiacimento

Tre, tra l’universo mondo di cui ha parlato, i cavalli di battaglia su cui con evidente compiacimento la leader di Fratelli d’Italia è salita: le privatizzazioni, che il suo governo si è impegnato a fare puntando a incassare una ventina di miliardi, tutti come Bruxelles pretende da sacrificare sull’altare del debito. La fine dell’amichettismo (neologismo creato dal buon Fulvio Abbate che ci ha scritto un gustoso libercolo), ossia quel sistema di cui la sinistra, specie quella romana, Meloni definisce l’indiscusso campione, per cui si premiano gli amici e gli amici degli amici giù per li rami fino a trovare a tutti una poltrona, o in alternativa un dignitoso e possibilmente ben remunerato strapuntino.

Il sistema Meloni ha tra i suoi tenutari sorella e cognato

Bastava questoa  colpire nel segno, perché è indiscutibilmente vero che nell’arte dell’amichettismo la sinistra ha sempre eccelso. Invece la premier, avvertendo che la ricreazione è finita, ha voluto aggiungerci un elogio della meritocrazia, di cui i nuovi padroni del Paese sarebbero i più inflessibili custodi. Al che uno avrebbe potuto obiettare che passare dall’amichettismo al familismo, cioè a un sistema che ha tra i suoi tenutari la triade Meloni, sorella e cognato, non pare proprio un grande passo avanti.

Le bugie di Meloni a Quarta Repubblica su amichettismo, merito e privatizzazioni
Arianna Meloni e Francesco Lollobrigida, sorella e cognato della premier (Imagoeconomica).

Non si intesti cause disattese: vedi lo spoils system in Rai…

Ma senza colpire su famiglia e affetti collegati, suscita qualche perplessità l’affermazione di indefesso sostegno al merito quando in Rai, tanto per dirne una, la destra ha lottizzato anche le previsioni del tempo. Per altro, lo spoils system più o meno selvaggio l’hanno fatto tutti i governi in carica e le maggioranze che li sostenevano. Nessuno chiede a Meloni di farsi paladina di qualcosa che la realtà poi si incarica di smentire. Quello che le si chiede, se mai, è di non intestarsi cause poi puntualmente disattese, perché la carne è debole e, come noto, l’appetito vien mangiando.

Non sono niente 20 miliardi per il nostro immane debito

Anche sulle privatizzazioni, la versione di Giorgia supporta una narrazione fallace. Venti miliardi per ridurre un immane debito pubblico è come svuotare l’acqua del mare con un cucchiaino. Il debito, in mancanza di una crescita che lo sostenga, lo si riduce solo tagliando la spesa. Oltretutto le quote di società pubbliche che il governo vuole mettere sul mercato rendono allo Stato un dividendo più conveniente rispetto all’incasso ricavato dalla cessione.

Le bugie di Meloni a Quarta Repubblica su amichettismo, merito e privatizzazioni
Giorgia Meloni durante l’intervista a Quarta Repubblica.

Eviteremmo di attaccare in modo così diretto un giornale

Last but not least, la Fiat e la polemica con la Repubblica che l’ha accusata di svendere l’Italia mentre, affonda lei, è il suo azionista che ha venduto ai francesi l’automobile, quello che era un settore portante del sistema industriale. Siccome sull’argomento Meloni ha buone ragioni (tant’è che anche dall’opposizione Carlo Calenda le sposa in pieno) fossimo in lei eviteremmo di attaccare in modo così diretto un giornale. John Elkann è già un padrone ingombrante, la sanno fin troppo bene i giornalisti che ci lavorano. In più è uno che sul futuro dell’editoria, almeno quella di cui il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari è stato emblema, mostra di credere men che zero. Piuttosto la premier sulla deindustrializzazione italiana di Fiat-Stellantis ha un’ottima freccia al suo arco. Quando nel 2019 fu celebrato il matrimonio con i francesi, al governo c’era Giuseppe Conte, sostenuto da una maggioranza giallo-verde che comprendeva i cinque stelle e la Lega, il cui leader Matteo Salvini di quell’esecutivo era vice presidente.

Le bugie di Meloni a Quarta Repubblica su amichettismo, merito e privatizzazioni
Maurizio Molinari e John Elkann, direttore e proprietario di Repubblica (Imagoeconomica).

Punti il dito sul disinteresse della politica quando lei stava all’opposizione

Quando si stava profilando l’accordo, Parigi che era azionista di Psa pretese di conservare una partecipazione anche nella nuova Stellantis, ipotesi che a Roma non passò neanche per la testa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: mentre Emmanuel Macron ha voce in capitolo e Stellantis si guarda bene dallo smantellare gli insediamenti d’Oltralpe, da noi fabbriche simbolo si stanno mestamente trasformando in luoghi di archeologia industriale. E ora hai voglia di rincorrere i buoi scappati dal recinto aperto. Invece che prendersela con la Repubblica, Meloni potrebbe puntare il dito sul disinteresse della politica di fronte a una delle più grandi cessioni della storia industriale del Paese avvenuta quando lei stava all’opposizione. Certo, Elkann è un industriale privato e aveva tutto il diritto di vendere a chi voleva. Meno quello di chiedere allo Stato di aiutarlo una volta constatato (ma lo si sapeva in partenza) che molti dei suoi siti,  Mirafiori su tutti, sarebbe stati presto smantellati, o fortemente ridimensionati.