Giorno della memoria: riflettiamo sulle ombre del passato

Giorno della memoria: riflettiamo sulle ombre del passato

27 Gennaio 2012 14.00
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Il Giorno della memoria, a Pordenone, ha avuto uno spessore non
solo commemorativo, ma anche socio-politico. Suonato il
“silenzio d’ordinanza”, è iniziata una breve
cerimonia. Il clima sembrava essere muto e solenne, qualche
“amen” è stato vagamente sussurrato, altri intanto si sono
chiesti il motivo di quella celebrazione, alcuni ancora hanno
sostenuto  che un’identità va pur mantenuta.
La parola è passata poi agli uomini politici. Alessandro
Ciriani, presidente della Provincia di Pordenone, ha usato una
buona retorica, un po’ (troppo) negli schemi forse, e tra le
altre cose ha affermato come il ‘900 abbia «espulso Dio
dall’orizzonte della storia e della società sostituendolo con
nuovi idoli creati dall’uomo»; tuttavia la sensazione è che
oggi questo Dio sia stato in qualche modo recuperato, anche se la
realtà stessa, la realtà di molte persone lì presenti,
sembrava piuttosto confermare il contrario. Ciriani ha
perseverato, ma il suo tono mano a mano tornava nel vago, nel
discorso generale che noi tutti almeno una volta abbiamo
ascoltato sulla Shoah. L’apice di questo discorso è stato
forse quando ha detto che «sarebbe sbagliato cristallizzare la
memoria dell’Olocausto confinandola nei libri di testo, nei
musei o nei discorsi di circostanza», che è, in fin dei conti,
l’esatta conferma di quello che accade. Purtroppo.

Sono seguite poi altre autorità, tra cui il sindaco di Pordenone
Claudio Pedrotti, l’assessore regionale Elio De Anna e il
presidente del comitato provinciale dell’Associazione Nazionale
Ex Deportati, Eliseo Moro. Nel complesso interventi semplici,
regolari, benché siano emersi  due aspetti fortemente
attuali.
Il primo, si è ricavato dalla seguente frase, pronunciata in uno
dei discorsi: «È un ebreo, ma è una brava persona».
Uno spunto importante perché si resti vigili, come consiglia
Eliseo Moro,  sul crescente clima xenofobo che il più delle
volte aleggia inconsapevole (che è poi la peggior cosa). Il
secondo aspetto è quel relativismo dannoso che pone tutto
e tutti sullo stesso piano, argomento trattato dallo stesso papa
Benedetto XVI, e che può portare a concepire il male come un
bene. Qui la riflessione è proprio sul bisogno di scindere il
bene dal male, di capire che cosa sia giusto e sbagliato
universalmente in ogni individuo. L’idea, per intenderci, è
che non c’è tra il credente e l’ateo uno che sia il bene o
il male, c’è però un dualismo in ogni ateo così come in ogni
credente, e questo in ogni uomo.

Il fulcro dell’incontro però è stato l’intervento di Anat
Hila Levi, presidente provinciale dell’Associazione
Italia-Israele.
Carico di emozione è stato l’inizio del suo intervento: «Sono
figlia della Shoah, i miei nonni furono bruciati da una parte di
nazisti e una parte di comunisti. Ma non voglio parlare dei
morti, noi ebrei piangiamo da soli il nostro dolore».
E, nonostante il forte inizio, il discorso ha preso una piega
amara, che era forse meglio evitare. Hila Levi espressamente ha
voluto evitare la strumentalizzazione pubblica della Shoah,
eppure il suo discorso si è posto sul piano politico. Israel
diviene persino un esempio di democrazia e la conferma di questo
è data, secondo l’oratrice, da quel rappresentante palestinese
nel parlamento israeliano, che può criticare con libertà
Israele.
Israel non vuole essere descritto politicamente da lei, ma al
contempo è un baluardo della democrazia occidentale nel fronte
orientale.
Inutile dire che questa parte del discorso è fuori luogo, almeno
che non si voglia istituire un Giorno della Memoria anche alle
vittime palestinesi dell’intifada. Ma il punto di vista di Hila
Levi non sembra essere mirato a questo: «Chiedo solo
sensibilità, e che prima di giudicare, conosciamo e impariamo».
Queste le parole finali del suo intervento, che lascia
interrogativi oggettivi. Il problema non è il
patriottismo, anzi, Anat Hila Levi è un’orgogliosa italiana e
israeliana, persino un esempio per molte persone che si
dimenticano, qui in Italia, la propria terra. No, il problema è
invece il nazionalismo, confuso con il patriottismo, che porta a
centrare il discorso sulla virtù delle proprie origini, e meno
sulle ombre del proprio passato nazionale… e proprio oggi
ricordiamo questo.

Andrea P.

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