Il giorno dei morti e quella storia su Halloween: il racconto della settimana

Quando arrivai davanti alla tomba di famiglia guardando la statua che mio padre aveva le aveva fatto costruire quando morì, chiusi gli occhi e pensai anche a lui: alla sua rabbia, alla sua ossessione per la ricchezza, alla sua solitudine. «Feliz día de los muertos». Poi lasciai un fiore e me ne andai, fischiettando, incredibilmente leggero.

Il giorno dei morti e quella storia su Halloween: il racconto della settimana

2 novembre

Sul tavolo della cucina di fianco a una tazza di caffè fumante c’erano già i giornali del mattino, con gli ennesimi titoli sul conflitto Israele-Palestina, e fuori dalla finestra la giornata minacciava pioggia. A torso nudo con ancora indosso le braghe del mio pigiama scozzese mi sedetti a tavola di fronte a Ofelia, in vestaglia, intenta a cercare sul MacBook portatile voli aerei per qualche destinazione. Forse Grecia, forse Stati Uniti.

«È un periodo che ho voglia di rock, bella», dissi, stringendomi nelle spalle e afferrando la tazzina di caffè. «Basta jazz?», sospirò Ofelia. «Abbiamo nuove fisse, vedo».
«Sì, mi prendo una pausa dal jazz. I love rock and roll». Ofelia diede un’altra occhiata allo schermo del portatile, poi alzò gli occhi al cielo e si voltò verso di me. Sembrava insolitamente espansiva quella mattina, e quando mi guardò sorrise. Aveva legato i capelli sulla nuca con una molletta e io allungai una mano per toccarli, un gesto che la fece sorridere ancora di più. «Non capisco perché sorridi, bella. Mi mancano delle pietre miliari della storia della musica. Non ho dischi di Bob Dylan, né di Jimi Hendrix e nemmeno di Bowie. Insieme a un nuovo paio di Jordan sono i miei desiderata di questo mese». «Non puoi comprare più dischi né tantomeno Nike», rispose, aggrottando la fronte. «Abbiamo la casa invasa!». «Per adesso ho ordinato il nuovo degli Stones e uno dei Doors, per il resto vedremo», risposi. «Ecco», fece lei, sbattendo le palpebre. Poi la abbracciai. Lei me lo permise e poi si scostò delicatamente, prima che la telecamera potesse staccare su di noi e riprendermi mentre sotto l’acqua della doccia iniziavo a formulare i miei piani per la giornata. «Penso che andrò al cimitero oggi», urlai dal bagno, e aggiunsi: «Da quando ho saputo, a settembre dell’anno scorso, che la tomba di famiglia non sarebbe più stata espropriata non ci sono più tornato». Poi, ancora bagnato e con un asciugamano bianco legato intorno intorno alla vita, la raggiunsi nuovamente in cucina e la baciai. Stretta a me era morbida e piccola.

Quando arrivai davanti alla tomba di famiglia guardando la statua che mio padre aveva fatto costruire quando mia madre morì, chiusi gli occhi e pensai anche a lui: alla sua rabbia, alla sua ossessione per la ricchezza, alla sua solitudine. «Feliz día de los muertos». Poi lasciai un fiore e me ne andai, fischiettando, incredibilmente leggero

Da bambino, il giorno dei morti, mia zia mi portava sempre al cimitero a trovare mia madre. Salivamo sulla sua Renault4, attraversavamo la città e, dopo aver parcheggiato nel grosso piazzale davanti al Monumentale, prima di entrare ci fermavamo sempre al solito chiosco per comprare dei fiori. Era una piccola ritualità di quei giorni di vacanza, che all’epoca erano due, e che di solito trascorrevo da lei, a casa di mia nonna a Palazzo Fidia, con loro e mia cugina Laura. Pensavo a questo mentre, stretto nella mia giacca di velluto e con in testa una coppola irlandese che avevo comprato qualche anno prima a New York, varcavo la soglia del cimitero. Quando arrivai davanti alla tomba di famiglia guardando la statua che mio padre aveva fatto costruire quando mia madre morì, chiusi gli occhi e pensai anche a lui: alla sua rabbia, alla sua ossessione per la ricchezza, alla sua solitudine. «Feliz día de los muertos», pensai. Poi lasciai un fiore, attraversai il Famedio e me ne andai, fischiettando, sentendomi incredibilmente leggero.

La sera nel mio studio non riuscii a concentrarmi sul mio romanzo, di cui non avevo ancora scritto nemmeno una riga, misi su un vecchio film di James Bond con Sean Connery, Dalla Russia con amore, e, steso sul divano del salotto con la copertina appoggiata sulle gambe ed uno spino di CBD stretto fra le labbra, iniziai a prendere appunti sul mio taccuino immaginandomi una storia di Halloween ambientata in una discoteca milanese dove lavorai per un certo periodo e che oggi non esiste più.

 

Halloween

Sono a casa di Nicole dietro Piazza della Repubblica ed è tardo pomeriggio. Fuori il cielo è già tetro e nero anche se sono solo le cinque. Abbiamo cazzeggiato tutto il giorno perché oggi non c’è stata scuola e i suoi sono fuori città, partiti per Arma di Taggia per chiudere definitivamente la casa al mare. Abbiamo chiacchierato, ascoltato a tutto volume una cassetta di suo fratello registrata il mese scorso durante una serata al City Square e siamo parecchio eccitati entrambi, perché stasera c’è la one-night di Halloween al Rolling Stone organizzata dallo staff del Madame Claude, il locale dove andiamo a ballare tutti i sabati pomeriggi dell’anno. Guardo Nicole mentre si cambia per la serata e il cazzo mi diventa duro, vorrei provarci, saltarle addosso ma non ho il coraggio, così me ne rimango seduto, buono buono, sulla poltrona di camera sua mentre lei zompetta avanti e indietro per la stanza domandandomi: «Come sto?». Faccio scattare l’accendino, mi trema la mano, fingendo indifferenza torno a guardarla e con voce molto bassa, mentre la testa non la smette di girarmi, le rispondo: «Benissimo, sei bellissima». Dopo cena usciamo, chiamiamo un taxi, arriviamo davanti al Rolling, saltiamo la fila, prendiamo due pass ed entriamo. Ho 14 anni ed è la prima volta che vado in una discoteca la sera. Quando torniamo a casa alle tre, dopo quattro caipiroske alla fragola, barcollante verso il letto mi tolgo la giacca dello smoking e mi addormento con su ancora la camicia bianca aperta sul petto che non mi voglio togliere perché ha ancora il suo profumo addosso.

Il giorno dei morti e quella storia su Halloween: il racconto della settimana
Il party di Hallowen di Heidi Klum (Getty Images).

Le immagini di quella notte mi scorrono davanti agli occhi anche adesso, 10 anni più tardi, mentre spengo l’ennesimo spino di caramello nel grosso portacenere arancione a casa mia in via Tiepolo e fisso Giulia, seduti con le gambe incrociate, uno di fronte all’altra, sul letto di camera mia.
«
Perché non hai mobili qui?», domanda.
«Ho un frigorifero. Ho questo letto». rispondo.
«Già, hai ragione. Uno a zero».
«Sei sicura di non voler venire con me al Rolling dopo? Mi piacerebbe vedessi come mi guadagno da vivere», dico, sbottonandomi la camicia.
«Odio le discoteche, lo sai. E poi, come passa le serate la ragazza del dj?».
«In consolle, di fianco al dj, bella», replico, togliendomi i pantaloni e gettandoli sul pavimento.
«Non so».
«Pensa che il Rolling è stato il primo locale in cui a 14 anni sono andato a ballare la sera. In quel periodo nascevano le one-night, sostanzialmente feste per minorenni che le discoteche dedicavano agli sbarbi fiordilatte come noi. Anche se era Halloween non era una pagliacciata come oggi, nessuno veniva in maschera. Il dress code era rigorosissimo: abito scuro per i ragazzi e lungo per le ragazze», le racconto, sorridendo.
«Sei emozionato quindi?», domanda, tutta seria.
«Bella, sono un deejay. Sono una specie di rockstar, e ho solo 24 anni», rispondo sardonico, mentre lentamente mi tolgo i boxer, facendole cenno di venire verso di me. Rimaniamo qualche secondo a guardarci inermi, lei con la bottiglia di birra in mano, una fetta di limone sopra, uno spinello spento tra le labbra. Poi di colpo siamo finalmente entrambi nudi e iniziamo a masturbarci a vicenda facendo piuttosto in fretta perché è quasi mezzanotte e io devo proprio andare.

Un’ora più tardi sono al Rolling Stone che credo di non aver mai visto così pieno. Ci saranno almeno 5 mila persone. Fendo la folla, guadagno il mio posto in consolle, prendo il microfono in mano e inizia lo show. Per tutta la sera sono attratto da una ragazza in miniabito e tacchi vertiginosi che balla, ammiccando, davanti alla consolle. Capelli a caschetto neri, gambe chilometriche. Dopo il terzo cuba libre non smetto di guardarla e mi accendo una sigaretta, anche se nel locale è vietato fumare. Poi mi avvicino, cominciamo a parlare all’orecchio perché la musica è veramente a un volume assordante e a un certo punto le chiedo, a voce molto bassa, con tono fortemente sospettoso: «Quanti anni hai?».
«Venti».
«No, sul serio», insisto. «Fai la brava, dimmi la verità».
«Okay, ne ho 14. Te la senti?».
«Niente da fare, bella. Sparisci subito dalla mia vista. Non ho nessuna intenzione di cacciarmi nei guai».
«Ne compirò 15 tra poco», risponde, rubandomi dalle mani la sigaretta.
«Non dovresti fumare», le dico, tuonato dai cuba, molle sulle gambe, girandole le spalle e lasciandola lì, sotto la consolle a sputare il fumo in aria.

L’immagine dopo è una inquadratura dall’alto di me, con le braghe calate tra le macchine, in un parcheggio di viale Abruzzi, che mi faccio succhiare il cazzo da un trans alle cinque del mattino completamente ubriaco con le chiappe gelate appoggiate al cofano di una Volkswagen.