Perché Tria dopo l’ok della Ue è un ministro dimezzato

20 Dicembre 2018 07.00
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In teoria Giovanni Tria dovrebbe essere il grande vincitore nella trattativa tra Roma e Bruxelles sulla manovra. A settembre, quando ancora in maggioranza si litigava sui numeri da inserire nella nota d'aggiornamento al Def, il ministro dell'Economia era stato chiaro con pentastellati e leghisti: se tiriamo troppo la corda con la Ue e portiamo il deficit sopra il 2%, era il ragionamento, la Commissione ci fa riscrivere la Finanziaria nei giorni prima di Natale. Qualcuno all'epoca sussurrò che in realtà fosse una sua intima speranza. Fatto sta che la profezia dell'economista con simpatie giovanili maoiste, si è realizzata in pieno. Ma a 24 ore dall'accordo con la Ue per portare il disavanzo al 2,04% e per evitare una procedura d'infrazione, il nostro è sempre più isolato nel fortino di Via XX Settembre.

LE DIMISSIONI DI GAROFOLI

Contemporaneamente – e dopo un pressing che ha coinvolto tutto il mondo grillino fino al premier Giuseppe Conte – si è dimesso Roberto Garofoli, capo di Gabinetto del ministero dell'Economia, che era lì dai tempi del governo Renzi. Soprattutto, Garofoli era una esempio massimo di quei funzionari del Mef definiti dal portavoce del premier, Rocco Casalino, in un audio WhatsApp «pezzi di merda» soltanto perché poco inclini ai desiderata della maggioranza in termini di finanza pubblica. E dopo Garofoli, Tria potrebbe perdere altri pezzi della sua squadra, visto che sarebbero in uscita dal coordinamento legislativo anche figure di primo piano come Gerardo Mastrandrea e Michele Torsello.

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LE MANOVRE PENTASTELLATE PER VIA XX SETTEMBRE

A breve si terrà un maxi concorso per aumentare di 400 unità il personale del Mef, ma in manovra sono stati stanziati altri fondi per assumere 20 dirigenti, anche con chiamata diretta. In parlamento c'è chi insinua che sia una norma ad hoc voluta dai pentastellati, che da mesi chiedono in Via XX Settembre funzionari a loro vicini. Senza contare che il Movimento aspetta di vedere assegnati ai sottosegretari Laura Castelli e Alessio Villarosa le deleghe che i due reclamano da tempo e che Tria si rifiuta di assegnare: fisco, giochi e soprattutto banche.

LUIGI DI MAIO RIPONE L'ASCIA DI GUERRA

Fino a qualche settimana fa, sempre dal fronte grillino, si dava per certa l'uscita del ministro dell'Economia dopo l'approvazione della manovra: si facevano già i nomi dei suoi possibili successori, cioè l'ex presidente della Consip, Gustavo Piga, e l'ex titolare del Bilancio ai tempi del governo Dini, Rainer Masera. Sebbene ancora oggi la Base del M5s prema ancora per il cambio, il leader Luigi Di Maio avrebbe riposto l'ascia di guerra. Ragionando in questo senso in maniera non diversa da Matteo Salvini, il ministro al Lavoro e allo Sviluppo economico avrebbe spiegato ai suoi che – colpo dopo colpo – Tria è stato piegato diventando un esecutore delle richieste della politica, le stesse che un tempo respingeva. Senza contare che un cambio simile al vertice del ministero più importante potrebbe indispettire il Quirinale, il quale potrebbe anche rimandare il governo alle Camere. Un rischio che nessuno può assumersi in questa fase.

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​TRIA, MINISTRO DETRONIZZATO

Difficile dare torto a Di Maio, anche perché Giovanni Tria pare detronizzato. Lo si è capito quando Palazzo Chigi, nel tardo pomeriggio di martedì 18 dicembre, ha smentito il Mef, che aveva annunciato l'accordo con la Ue. A ben guardare tutta la trattativa è stata gestita direttamente da Giuseppe Conte, con il suo ministro dell'Economia impegnato più nelle discussioni tecniche.

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Anche perché a Bruxelles, l'economista ha perso molto credito dopo tutti gli attacchi del duo Di Maio-Salvini. Per quanto riguarda le misure con le quali l'Italia ha riportato il deficit sotto la soglia di guardia, va detto che la maggior parte sono state scritte dalle strutture di Palazzo Chigi su input dello stesso Conte e da quelle del Mef, con il ministro a metterci la faccia. In questa chiave, per i vertici grillini, è l'uomo giusto al posto giusto.

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