Give beer a chance

Gea Scancarello
12/10/2010

La storia di Nadim Khoury, il birraio della West Bank.

Give beer a chance

L’etichetta sulla bottiglia lo specifica chiaramente: “Taybeh Brewing, Ramallah, Palestine“. Per Nadim Khoury, nato in Cisgiordania 51 anni fa e responsabile della dicitura, lo Stato arabo è cosa fatta. Poco importa che il dialogo diplomatico con i vicini israeliani sia in procinto di fallire per l’ennesima volta: «La pace non si fa con le parole, ma con il business» ha sentenziato allegro a Lettera43. E lui ne ha scelto uno inconsueto, almeno per questo fazzoletto di mondo: produce birra. In barba alle bombe e alla legge islamica.

«Number one in Palestina»

L’idea gliela hanno data alcuni amici americani, più o meno 30 anni fa. «Nel 1983 ero a Boston a frequentare l’università quando esplose la moda di farsi la birra in casa. La facevamo nei dormitori del college, per le feste di fine corso, da bere la sera: buonissima», ha raccontato. «All’epoca dovevo rientare in Palestina una volta all’anno  per non perdere la cittadinanza, e quando quell’estate tornai anche i miei furono entusiasti della trovata. Insomma, tra una cosa e l’altra, finiti gli studi e imparata la tecnica a regola d’arte con un corso di perfezionamento in California, nel 1995 sono tornato definitivamente e ad agosto ho aperto il birrificio».
Quell’estate a lavorare nello stabilimento Taybeh, a Ramallah, erano in tre, e nel corso del primo anno la produzione fu di 50 mila litri. Certo non paragonabili a quella di uno stabilimento “tradizionale”, ma comunque notevole per un luogo in cui il consumo di alcolici è proibito dalla fede. «Quando dici alla gente che non può bere e guidare cosa fa? Si sbronza e si mette al volante. Qui è uguale: l’alcol è vietato e la gente va pazza per la birra. Che poi, sia chiaro, non è una birra come tutte: è per consumatori educati al gusto, raffinati. La migliore della Palestina», ha sottolineato fiero Khoury.

La birra non discrimina

La  «numero uno» si apprezza però ben oltre i confini della West Bank. Il 30% della produzione, oggi pari a 600 mila litri, arriva dritto dritto sui banconi degli affollati pub di Gerusalemme e Tel Aviv, sorseggiata dagli stessi soldati che di giorno ne controllano il passaggio con maniacale precisione ai check point sparsi sul territorio.
«Non facciamo discriminazioni noi», ha spiegato. «Sono i nostri vicini, si trovano a un’ora e mezzo dal birrificio, le materie passano attraverso il loro aeroporto: mi sembra corretto che siano i primi ad averla». Una posizione inedita nella polveriera del Medio Oriente, dove l’intolleranza avvolge come un vestito comodo e la violenza da anni non fa più notizia. Eppure non sempre Israele rende la vita facile a Khoury e ai suoi: «Il nostro più grande problema è l’occupazione militare», ha raccontato. «Non sempre le merci sono fatte passare agevolmente; capita che ci siano ore di attesa e i materiali vadano a male sotto al sole cocente di questa terra. Poi dobbiamo arruolare stuoli di fattorini, alcuni in territorio palestinese e altri a Gerusalemme, per consegnarci le materie prime: tra di loro spesso non sanno che lingua parlare e al check point comunicano a gesti. L’unico grosso rammarico che ho è che dal 2000, cioè da quando è iniziato l’assedio di Gaza, lì è impossibile recapitare alcunché: un tempo invece la birra era molto venduta lì».

Una nuova road map

Ma Nadime e famiglia non si scoraggiano. Oggi, oltre a parenti di tutti i tipi, danno da lavorare a 15 operai, un modo per toglierli dalla strada e per indicare un percorso diverso.
«La nostra birra deve servire da esempio: siamo un segno di pace. E il mondo deve capire una lezione fondamentale: la pace si fa con il business. Gli affari uniscono i popoli molto più che i discorsi». La sua road map è chiarissima: dal birrificio ai pub del centro, e ritorno.