Gli arrabbiati

Redazione
23/01/2011

da Gaza City Andrea Bernardi «Siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della...

da Gaza City
Andrea Bernardi

«Siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale. Ora vogliamo gridare». E così è nato Gybo, Gaza youth breaks out. Un manifesto-pagina facebook con cui i ragazzi under 30 di Gaza hanno rotto il muro del silenzio. Sfidando le restrizioni di un governo interno sempre più radicale e oppressivo.
«Senza giustizia non c’è pace», è lo slogan dei giovani che vivono nell’enclave palestinese controllata da Hamas. Ragazzi che sognano una vita normale. E magari, se c’è spazio, un futuro migliore.

L’unica libertà di espressione è nella Rete

Niente megafoni, striscioni e cortei per loro. Perché a Gaza protestare pacificamente per i propri diritti è rischioso. Soprattutto se non si è fedeli alla linea imposta da Hamas e dai gruppi della galassia radicale che circolano nella Striscia.
E così l’unico spazio dove poter lanciare un grido disperato è internet, dove nessuno, neppure i barbuti con il kalashnikov e la mimetica, possono porre dei limiti.
IL CORAGGIO DI ROMPERE IL SILENZIO. I giovani di Gybo hanno l’aria da occidentali: jeans e camicia i ragazzi, capelli al vento le ragazze. Cose quasi intollerabili per chi comanda e vive di mitra e Corano.
La voglia di cambiamento è tanta. Ma altrettanta è la paura di ritorsioni. Per cui ogni dichiarazione alla stampa deve essere ponderata e discussa attentamente.
«Questo manifesto è nato dall’articolo di un ragazzo che nella sua camera, seduto davanti a un computer, ha messo nero su bianco quello che in molti non hanno il coraggio di dire apertamente. Un ragazzo il cui padre è stato ucciso dagli israeliani durante l’ultima guerra», ha raccontato a Lettera43.it uno dei fondatori del gruppo seduto al tavolo di un bar, «e noi non abbiamo fatto altro che aderire e cercare nuovi contatti».
UNA CRITICA ALL’INTERO SISTEMA. «Quello che è importante», ha aggiunto una delle due giovani presenti, «è che il senso di questo manifesto non venga stravolto. Non è un attacco diretto solo a Hamas. È la denuncia nei confronti di un intero sistema che ci circonda: dall’occupazione israeliana, che ogni giorno ferisce o uccide lavoratori innocenti nella buffer zone, all’immobilismo di Stati Uniti e Onu, che dovrebbero essere esperti nello stilare risoluzioni, e invece sono codardi e non mettono in pratica ciò che decidono. Fino alla corruzione di Fatah».
INSOFFERENZA DUFFUSA. Qualcosa sta cambiando a Gaza e non soltanto tra quei giovani che vanno in giro con jeans, scarpe da tennis e magliette. «Anche molte famiglie religiose», hanno raccontato i ragazzi, «non sono più schierate con Hamas. Non supportano più Hamas. È il segno che siamo sulla strada giusta. Ma ci vorrà tempo».
IN UN MESE, 17 MILA ADESIONI. Passo dopo passo, un cambiamento è possibile. Ne sono convinti, i ragazzi di Gybo. Forti del fatto che al manifesto, on-line in meno di un mese hanno già aderito oltre 17 mila persone. La bacheca ospita inoltre centinaia di messaggi di incoraggiamento.
Ma sono numerose anche le e-mail di giovani di Gaza, che hanno preferito non apparire sul social network. Segno che il malcontento interno è ampio e diffuso.

Una vita da prigionieri, bloccati nella Striscia

Di fronte all’università, nel grande bar circolare frequentato dagli studenti, l’aria è quella di sempre. Tazze di caffè e libri sparsi sui tavoli. Mentre fuori, nel grande parcheggio dei taxi, la polizia è a ogni angolo. Qualcuno ha giurato di non sapere niente del manifesto, altri, invece, si sono aperti e hanno deciso di parlare.
VOGLIA DI SCAPPARE. «Se potessi me ne andrei», ha ammesso Fadi, uno studente, «ma purtroppo non è facile per noi uscire da Gaza. Siamo chiusi dentro. Mio fratello è stato tre settimane in Spagna. Quando ha attraversato Rafah gli egiziani l’hanno preso e portato in aeroporto con una macchina della polizia. Quando è tornato, Hamas gli ha ritirato il passaporto. Cosa potrei pensare di Hamas? Non mi piace nessuno, neppure Fatah. Israele compreso: vorrebbe vederci tutti morti».
RESTRIZIONI E DIVIETI. A Gaza negli ultimi mesi la crociata moralista del governo ha toccato tutti. Dal divieto di andare in moto o in bicicletta per le donne, passando all’ingiunzione per le avvocatesse di portare il velo in tribunale o per le scolare di indossarlo nelle scuole.
Fino al divieto, sempre per il sesso femminile, di fumare narghilè in pubblico, per non contraddire i valori morali della società e provocare divorzi per «l’eccessivo stato di eccitazione» che potrebbe causare un atto ritenuto «troppo sensuale» come fumare una pipa.

Organizzazioni umanitarie nel mirino di Hamas

A settembre il Crazy Park, uno dei parchi di divertimento di Gaza City dove uomini e donne potevano rilassarsi al sole per qualche ora, è stato incendiato da uomini armati.
E se ai rivali di Fatah da tempo è stata tolta qualsiasi possibilità di replica, attraverso arresti e uccisioni mirate, non è andata meglio alle organizzazioni umanitarie.
INCENDI E CHIUSURE. A giugno il governo locale ha chiuso sei associazioni e confiscato tutti i computer. Una, lo Sharek Youth Forum, che conta 22 filiali tra Gaza e Cisgiordania, si è ritrovata in pochi giorni due campi estivi, organizzati in collaborazione con l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, sul lungomare della Striscia, carbonizzati. Il 30 novembre, poi, gli uffici di Shareck a Gaza sono stati chiusi da uomini armati con l’accusa di promiscuità.
LA REPRESSIONE. I giovani che qualche giorno dopo hanno dato vita a un sit-in di protesta di fronte alla sede sigillata sono stati picchiati e arrestati. Per ricordare che, come se non bastasse l’embargo israeliano a complicare la situazione, a Gaza c’è anche la guerra governativa contro la libertà di pensiero, di espressione e la voglia di una vita normale.