Goodbye Jones

Gea Scancarello
08/10/2010

Si dimette il consigliere per la Sicurezza Usa.

Goodbye Jones

La cosa era nell’aria, ma Bob Woodward, lo scafato giornalista responsabile per l’inchiesta sul Watergate che costò la poltrona al presidente Nixon, ha accelerato i tempi.
Le dichiarazioni e i racconti del suo ultimo libro Obama’s wars (Le guerre di Obama) hanno spinto James Jones, consigliere per la Sicurezza nazionale dell’amministrazione americana, a sparire dalla scena un po’ prima del previsto (ecco come Woodward interpreta l’exit strategy dall’Afghanistan). I colleghi non avevano preso nel verso giusto alcune delle sue dichiarazioni, come l’aver chiamato «insetti» o «politburo» (con riferimento al dirigismo della politica sovietica) alcuni dei più stretti collaboratori del capo di Stato.
A ben guardare il curriculum professionale di Jones, però, ci si stupisce quasi per tanta moderazione. Nato nel 1943, entrò nei marine a 24 anni, direzione Vietnam. Impavido, fedele e con modi privi di inutili fronzoli, scalò rapidamente i vertici militari, fino a diventare comandante generale di tutte le forze Nato ed essere designato generale nel 1999, dopo 25 anni di carriera passati a servire personaggi in vista, tra cui John McCain. Restò tuttavia nel corpo fino al 2007, sfruttando la crescente influenza della Marina nel determinare le scelte di Washington; non appena smessa la divisa, al posto di godersi la pensione accettò la proposta di farsi spedire in Medi Oriente come inviato speciale dalla Sicurezza nazionale.
Di rientro nel confortevole benessere di Capital Hill, venne scelto da Obama al suo insediamento come consigliere per la Sicurezza nazionale, un incarico invero per cui non poco è stato criticato, vista la difficoltà per l’esercito americano impegnato su fronti incandescenti. Jones aveva dunque annunciato che avrebbe lasciato l’incarico entro la fine dell’anno, una volta messa a punto una nuova strategia per l’Afghanistan.

Arriva Donilon e l’Iran trema

Ora toccherà a Thomas E. Donilon, già vice di Jones e papabile anche per la successione del capo del Consiglio di Gabinetto Rahm Emmanul, poi andata a Pete Rouse, completare il lavoro.
Il compito non si presenta però semplicissimo: nel libro di Woodward si trova scritto anche che il ministro della Difesa Robert Gates aveva definito «un disastro» l’ipotesi che Donilon subentrasse al suo capo. Forse perché tra le priorità di Donilon, che sulla politica estera di Obama si era già lungamente espresso quando gli faceva da “allenatore” prima dei dibattiti che ne precedettero l’elezione, al primo posto c’è la necessità di ribilanciare lo sforzo bellico verso Cina, Iran e altre minacce emergenti, a fronte del ritiro dall’Iraq.
Ahmadinejad e soci avranno già iniziato a sfregarsi le mani.