Camere e governo: il risiko di M5s, Lega e centrodestra

Redazione
21/03/2018

Il primo scoglio è l'elezione dei presidenti delle Camere su cui Luigi Di Maio e Matteo Salvini stanno cercando di...

Camere e governo: il risiko di M5s, Lega e centrodestra

Il primo scoglio è l'elezione dei presidenti delle Camere su cui Luigi Di Maio e Matteo Salvini stanno cercando di trovare una quadra. Dalla soluzione che i due leader troveranno – si comincia venerdì 23 marzo – se la troveranno, sarà possibile intravvedere la fisionomia di un futuro esecutivo. Le trattative sono nel pieno dei lavori. E non sarà affatto una passeggiata, visto che Matteo Salvini per ora non ha le mani completamente libere: l'apertura di Silvio Berlusconi a un'intesa col M5s, nonostante una campagna elettorale dai toni accesi, rimescola le carte nella coalizione. Il dilemma per il segretario leghista è se agire insieme con un centrodestra che vale il 37% e in cui è primattore col 17% dei consensi o lasciare gli alleati e dialogare con i 5 stelle di Di Maio che vedono il Cav come il male assoluto. Ecco le varie opzioni sul tavolo.

1. Salvini e centrodestra unito

Il leader della Lega procede insieme con gli alleati Forza Italia e Fdi. «Di Maio può dire quello che vuole, ma la prima coalizione uscita dalle urne è quella di centrodestra e noi ragioniamo da persone concrete su quello che è il governo da dare agli italiani», ha ricordato il segretario leghista a Radio Padania. A questo punto, però, come scrive il Messaggero, sarebbe costretto a rinunciare all'en plein. L'ipotesi è lasciare la seconda carica dello Stato ai pentastellati – «Abbiamo chiesto la presidenza della Camera perché qui ci sono più vitalizi da tagliare, più regolamenti da modificare», ha messo in chiaro Di Maio – e la seconda, cioè la presidenza del Senato a un forzista.

Il totonomi per Camera e Senato con lo zampino di Berlusconi

Nel totonomi spicca Paolo Romani. Il veto del Movimento, che ha ribadito per bocca di Giulia Grillo di non voler votare «condannati o inquisiti», non sposterebbe il piano di un centimetro. Romani, condannato per peculato, potrebbe spuntarla a Palazzo Madama anche senza i voti del M5s (e forse potrebbe contare anche su un aiuto del Pd). «Per noi Paolo Romani resta invotabile», ha commentato il senatore pentastellato Matteo Mantero. «Ma tanto possono votarselo da solo». Intanto, il capogruppo azzurro è stato blindato da Berlusconi e dallo stato maggiore del partito. Calano quindi le quotazioni di Annamaria Bernini, altro nome papabile per Palazzo Madama. Mentre per la Camera (con il M5s Toninelli al Senato) non è ancora esclusa la candidatura di Giorgia Meloni, alla quale difficilmente Salvini e Berlusconi potrebbero dire di no.

IL COLPO DEL CAV. Salvini, che il 21 marzo ha incontrato gli alleati, se rinunciasse alla presidenza delle Camere potrebbe avere il loro via libera per chiedere il mandato al presidente della Repubblica come leader della coalizione che ha ottenuto la maggioranza dei voti. Ma ottenere i voti necessari per formare un governo è un'impresa che, pallottoliere alla mano, risulta praticamente impossibile: il M5s non appoggerebbe mai un governo con Berlusconi. Il quale, però, sa anche che un ritorno alle urne a breve scadenza rischia di essere un boomerang per Forza Italia.

LO SCAMBIO IN FVG. Nella partita delle candidature è rientrata quella alla presidenza del Friuli Venezia Giulia. L'accordo di massima sul nome di Renzo Tondo, leader della lista Autonomia responsabile e già di Fi, pare essere saltato. Alla poltrona di governatore per il centrodestra correrà il leghista Massimiliano Fedriga che ha ricevuto l'investitura social di Salvini.

2. M5s e Lega: governo su punti programmatici

Se Salvini non riuscisse nell'impresa di coinvolgere nell'operazione l'intero centrodestra allora – nella sua testa – sarebbe la volta di Di Maio. «Su DI Maio premier non si cede», ripetono dallo staff M5s. Più sacrificabili alcuni ministri che potrebbero essere sostituiti da figure più istituzionali.

FRACCARO E FICO VERSO MONTECITORIO. Per ora la priorità per il candidato premier pentastellato è portare a casa la presidenza della Camera. Nella rosa il fedelissimo Riccardo Fraccaro, già ministro designato per i Rapporti col Parlamento, e l'ortodosso (almeno così è dipinto nella geografia 5 stelle) Roberto Fico. Il secondo avrebbe più possibilità: Di Maio in questo modo stringerebbe una sorta di patto di non belligeranza con le correnti interne più movimentiste e dall'altro compenserebbe la virata a destra di un possibile esecutivo con il Carroccio. Vero è che in ogni caso il M5s a Montecitorio avrebbe bisogno dei voti della Lega per avere la meglio.

INTESA STEP BY STEP. Quello tra Lega e M5s sarebbe comunque un esecutivo forte nei numeri ma difficile da mettere in piedi. E non si tratterebbe – almeno secondo La Stampa – di un governo di scopo. Sul tavolo i due partiti potrebbero accordarsi su alcuni punti programmatici: legge elettorale, Fornero, Jobs Act, immigrazione e sicurezza. E poi via via costruire la strada da seguire. Più difficile conciliare Flat Tax e Reddito di cittadinanza, ma pur di governare nessuno ostacolo è impossibile nda superare.

3. Esecutivo ponte con un premier scelto da Mattarella

Se anche questa strada si dimostrasse senza uscita, il presidente della Repubblica potrebbe nominare un premier gradito a Lega e M5s che avrebbe il compito di traghettare il Paese verso nuove elezioni. Ma, sebbene sia Lega sia Movimento non temano più di tanto il voto, una nuova tornata elettorale rappresenta sempre una incognita. Da non sottovalutare come spiegava a Lettera43 Marco Zanni.

4. Pd attendista preso da beghe interne

L'ipotesi di un accordo M5s e Pd pare sempre più lontana. Anche quella di un referendum tra gli iscritti resta al momento fumosa. «I nostri iscritti vanno assolutamente ascoltati. Io li ascolto ogni giorno», ha spiegato il coordinatore della segreteria dem Lorenzo Guerini. «Il referendum è uno strumento previsto ma su cosa? Il tema non è all'ordine del giorno e parlare di un referendum su una cosa che non esiste mi pare una fuga in avanti». Per quanto riguarda i presidenti delle Camere poi Guerini ha ripetuto che il Pd voterà «figure con profilo di garanzia e autorevolezza». «Certo», ha aggiunto, «non voteremo a scatola chiusa qualsiasi nome». Una nota del partito ha poi chiarito: «Il Pd non può partecipare a incontri i cui esiti sono già scritti. Se c'è già un accordo sulle presidenze da parte di qualcuno è bene che chi l'ha fatto se ne assuma tutta la responsabilità».

BERLUSCONI: «ALLORA SI INCONTRINO I LEADER». Silvio Berlusconi, che si è riunito con i capogruppo e con i dirigenti di Fi, «prendendo atto dell'attuale indisponibilità del Partito Democratico a partecipare all'incontro istituzionale, riafferma l'esigenza di un incontro congiunto con la partecipazione dei leader di tutte le forze politiche, unici che possano garantire il rispetto di ogni eventuale accordo per l'individuazione delle candidature per la Presidenza di Camera e Senato e per gli uffici di Presidenza».

MINORANZA CONTRO RENZI. Al momento però a preoccupare le anime del partito è la scelta dei capigruppo. Se Guerini non si dice preoccupato – «Quando sarà il momento ci sarà grande unità di intenti» – Matteo Renzi pare non voler mollare la presa. I suoi desiderata per Senato e Camera sarebbero ispettivamente Andrea Marcucci e proprio Guerini. Mentre per Vigilanza Rai e Copasir avrebbe puntato su Maria Elena Boschi e Luca Lotti. La minoranza naturalmente è insorta. Sulle cariche il confronto si è fatto così ruvido che alcuni dem non renziani hanno minacciato, nel caso in cui si arrivi alla conta per le nomine, di mettersi d'accordo con M5s e Lega che sarebbero ben felici di dare una nuova botta all'ex leader spaccando i dem. Un Pd de-renzizzato con una parte di LeU potrebbe invece appoggiare un esecutivo M5s? A dire no, prima degli elettori, sarebbero comunque i numeri.

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