L’eredità del governo Conte? Un buco da 30 miliardi

L'esecutivo gialloverde ci lascia il rischio di un'Iva più cara di quella della Grecia della Troika. Solo per scongiurare il rialzo servono 23,1 miliardi. Altri 4,5 tra spese indifferibili e investimenti già decisi. Non si sa dove trovarli. E la Lega fa già promesse pari al doppio.

21 Agosto 2019 08.00
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Qualunque sbocco avrà questa inedita e a tratti sguaiata crisi politica balneare, c’è una certezza, quella sì, data dai numeri: il prossimo esecutivo dovrà vedersela con una legge di Bilancio particolarmente pesante. Tra quota 100, reddito di cittadinanza, regole europee, erosione dello spread e disinnesco di clausole dell‘Iva, la manovra 2020 richiederà di rastrellare ogni singolo centesimo e rappresenterà l’eredità delle decisioni economiche del governo gialloverde.

Insomma, quanti soldi occorrono? Circa 30 miliardi e solo per tamponare le urgenze.

SALVINI PENSA A UNA MANOVRA DA 50 MILIARDI

«Noi della Lega abbiamo ben chiara in testa la manovra economica da 50 miliardi. Prima di tutto? Abbassare le tasse», ha detto Matteo Salvini in una sua intervista a Radio24 andata in onda prima del discorso in Parlamento del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. «E l’Europa? Capirà». Nessuno può dire se sia stato un estremo tentativo di rilanciare l’azione dell’esecutivo oppure se il leader della Lega stia già macinando promesse da campagna elettorale. Certo non è un caso che tale cifra, che Salvini aveva già preventivato nei giorni scorsi, sia stata rilanciata proprio in queste ore.

LA CRISI TEDESCA, UN VANTAGGIO ALMENO POLITICO

Sembra infatti che ammonterà proprio a 50 miliardi di euro l’extra che Berlino è disposto a mettere sul tavolo per trainare fuori dal pantano il proprio locomotore ed evitare la recessione. La stessa somma che la Germania investì per uscire dalla crisi economica del 2009. Perché anche l’economia tedesca ora zoppica. Una situazione che dal punto di vista economico rischia di compromettere gravemente pure la nostra situazione, dato che la maggior parte delle nostre esportazioni finisce proprio là, in Germania; ma che dal punto di vista politico potrebbe invece aiutarci: con gli occhi dell‘Unione europea fissati sui conti di Berlino, a Roma potrebbe essere concesso di sgarrare. Ma non sarà così facile. «Abbiamo un debito rispetto al Pil sotto il 60%» ha infatti ricordato il vice cancelliere tedesco Olaf Scholz. Una frase indirizzata più che agli euroburocrati ai politici italiani, i quali devono invece vedersela con un rapporto debito/Pil che veleggia verso il 133% ma potrebbero richiedere lo stesso trattamento di favore concesso alla Germania.

PROMESSE DA MANTENERE

Insomma, scordiamoci altra flessibilità, anche perché nel crono-programma che abbiamo firmato davanti all’Unione europea ci siamo impegnati a ridurre il debito al 131,3% nel 2020, 130,2% nel 2021 e al 128,9% nel 2022. E qui si arriva già a comprendere perché la Legge di bilancio 2020 spaventi un po’ tutti. A tal punto che, secondo alcuni commentatori, sarebbe la vera responsabile di questa crisi estiva: nessun partito, per non perdere consensi, vorrebbe essere costretto a firmarla.

LA MANOVRA 2020? UNA POSSIBILE TEMPESTA PERFETTA

Potremmo semplificare dicendo che le manovre economiche sono motori a due tempi: il primo incentrato sull’esigenza di fare cassa (tasse, tagli, ecc…), l’altro a destinare le risorse disponibili ad alcuni settori per incentivare la crescita. Ecco, rinvii, scadenze, promesse all’Unione mai mantenute e passate politiche fiscali allegre hanno fatto sì che sulla Legge di bilancio 2020 si addensassero le nubi nerissime di una potenziale tempesta perfetta, fatta di sole tasse senza presentare al contribuente alcuno zuccherino. Partiamo dalla prima voce di spesa: le clausole di salvaguardia per l’aumento dell‘Iva. Per evitare che dal primo gennaio prossimo l’aliquota ordinaria passi dal 22 al 25,2% e quella ridotta dal 10 al 13%, vanno recuperati entro la fine di quest’anno 23,1 miliardi di euro. Del resto, come ha recentemente ricordato Bankitalia, senza gli aumenti automatici dell’Iva il disavanzo si collocherebbe meccanicamente al 3,4% del prodotto interno lordo nel 2020, al 3,3% nel 2021 e al 3% nel 2022.

IVA PIÙ ALTA CHE NELLA GRECIA DELLA TROIKA

Da quando l’Imposta sul valore aggiunto è stata introdotta, nel 1973, i vari governi la hanno ritoccata all’insù per ben 9 volte. Una crescita che ha ben poco di miracoloso e che come ricorda l’Ufficio studi della Cgia di Mestre, ci ha portato a essere tra i principali Paesi della zona euro in cui l’Iva è cresciuta di più: ben 10 punti in 45 anni. Un ulteriore balzo in avanti per fissarla al 25,2% ci renderebbe il Paese meno conveniente per i consumi. Persino nella Grecia post-salvataggio si è fermata al 24%. In Portogallo e Irlanda, le altre due economie fragili dell’Eurozona, l’Iva è al 23%; in Spagna si ferma al 21, in Francia al 20 e in Germania addirittura al 19%.

27,6 MILIARDI TRA IVA E SPESE INDIFFERIBILI

Ma i 23,1 miliardi non esauriscono certo la cifra che questo o il prossimo esecutivo dovrà trovare in tempi assai ridotti. Sulla base dell’ultimo Documento di economia e finanzia (Def), infatti, ci sono poi i 4,5 miliardi che il Governo dovrà racimolare per tamponare il finanziamento delle spese indifferibili (circa 3 miliardi) e di quelle che derivano da investimenti già decisi. Sommandoli alla spesa per l’Iva, si arriva quindi alla cifra, tutt’altro che modesta, di 27,6 miliardi di euro. E non abbiamo ancora affrontato la parte di eventuali investimenti.

VERSO LO SFORAMENTO DEL 135% DI RAPPORTO DEBITO PIL

La situazione, insomma, è seria. Lo scorso 16 aprile è caduto nel vuoto l’allarme lanciato dal presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Giuseppe Pisauro, durante l’audizione dalle Commissioni Bilancio di Camera e Senato sul Def. «Nel caso estremo in cui l’indebitamento netto tendenziale accresciuto degli effetti delle politiche invariate non sia finanziato attraverso l’attivazione delle clausole e la manovra prevista dal Def e il debito non si riduca per effetto degli introiti da privatizzazioni si avrebbe un aumento del debito, che si attesterebbe al 134,7 per cento nel 2021 e al 135,4 per cento nel 2022».

LE INCOGNITE DELLA SPENDING REVIEW E DEGLI INTERESSI

Con l’ultimo Def avevamo assicurato all’Unione europea tagli di spesa per 2 miliardi, che sono poi diventati 4, più probabilmente 5, con il peggioramento macroeconomico globale. Incideranno sui servizi che lo Stato eroga ai cittadini: scelte impopolari che nessun partito vuole firmare ma che non potranno essere rinviate. E se è vero che circa 3 miliardi potrebbero arrivare dall’apporto della manovra correttiva di inizio estate e dal consuntivo 2019 delle uscite effettive per quota 100 e reddito di cittadinanza e che presto sapremo se esiste dell’extra-gettito legato alla fatturazione elettronica, la strada per chi dovrà mettere mano ai conti pubblici resta tutta in salita. Legata a doppio filo all’incognita della spesa per gli interessi sul debito, lo spread insomma, che potrebbe tornare a morderci i talloni nel caso la crisi politica non trovasse rapida soluzione nemmeno dopo l’intervento del Colle.

OLTRE AI SOLDI, MANCA IL TEMPO

A scarseggiare non solo i soldi, ma anche il tempo: il governo gialloverde si è impegnato a presentare a Bruxelles la Nota di aggiornamento del Def, la NaDef, entro il 27 settembre. Una deadline a lungo mercanteggiata con l’Europa per fare fronte alle sue richieste di maggiori garanzie che non potrà certo essere mancata. Entro il 15 ottobre bisognerà poi trasmettere alla Commissione europea e all’Eurogruppo un progetto di Documento programmatico di bilancio. La scadenza può essere rinviata per situazioni politiche emergenziali, ma bisogna accordarsi con l’Unione. In teoria il 20 ottobre sarebbe la data ultima per il deposito della bozza della manovra alle Camere e l’avvio dell’iter parlamentare. Un termine che negli ultimi anni non è mai stato rispettato: lo scorso anno il governo presentò la Legge di bilancio il 31 ottobre. Nel 2016 il governo Renzi consegnò il testo il 29 ottobre. Con il rischio di rendere il Parlamento mero ratificatore della volontà dell’esecutivo. Perché c’è un limite improrogabile: per evitare l’esercizio provvisorio, che obbligherebbe il governo a fare solo le spese ordinarie e bloccherebbe tutti gli investimenti, la manovra va approvata entro il 31 dicembre. E tra una crisi e l’altra non è una data così lontana.

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